
“Mi disturba che le cose debbano finire”. Questa frase di Satya Forte varrebbe già più di ogni analisi critica. La maggior parte di noi cerca di evitare questo pensiero. Lei no
“Temperatura di una generazione” è la nuova rubrica di ArtsLife che vuole offrire una panoramica di artisti e artiste nati intorno al 2000. A cura di Chiara Lorenzetti, per Spazio Taverna, la rubrica nasce come strumento di osservazione critica e come pratica sul campo: un modo per connettere ricerca, pensiero e pratiche emergenti della scena italiana. La ricerca costituisce il primo livello della struttura interna di Spazio Taverna, dedicata alla crescita degli artisti. Oltre alle attività rivolte all’esterno, sviluppate in collaborazione con partner istituzionali e privati, Spazio Taverna alimenta il suo sistema attraverso un lavoro costante di ascolto e mappatura, che intercetta artisti e artiste emergenti con: un’estetica in formazione, ma già riconoscibile; consapevolezza del lavoro, ovvero la capacità di abitarlo con intenzione e intensità; tensione interiore e professionalità verso l’esterno.
Ogni puntata, dalla cadenza bisettimanale, sarà un incontro ravvicinato con un giovane artista under 30: come pensa, cosa cerca, cosa rifiuta, quale linguaggio sta costruendo nel presente, come si relaziona con chi e cosa lo circonda. Non ancora un archivio, ma una serie di ritratti delineati mentre prendono forma: un tentativo di leggere lo scenario presente nel suo divenire incerto ma autentico, prima che i processi di legittimazione ne fissino un’immagine stabile.
Non il manifesto che questa generazione non ha scritto, ma piuttosto l’indagine della sua atmosfera. La temperatura emotiva e percettiva che accomuna artisti che non condividono un programma, un’estetica né un nome, ma abitano lo stesso tempo storico. Ogni ritratto si chiuderà con un valore numerico espresso in gradi: la loro somma comporrà, nel tempo, la temperatura media di una generazione, restituendo il grado del presente.

Satya Forte
Satya Forte (Atri, 2000) sogna in grande, guarda il mondo dalla finestra della sua casa-studio in campagna, dove il tempo non è mai un’astrazione. Lo vede scorrere accanto, nelle persone che ama. La vita la affascina, ma ancora di più è interessata a misurarla, contarla, trattenerla in una forma. In questo, la misura la conforta perché le permette di ridimensionare anche i fenomeni più e di resistere a tutto ciò che il tempo si porta via. Nel passato la misura nell’arte era spesso un’affermazione di ordine, di fiducia in un sistema di idee. Oggi, ha un significato quasi opposto: è quello che facciamo quando non ci fidiamo più di niente altro. Contiamo i passi, le calorie, le ore di sonno, il tempo sui social, perché in un mondo che sentiamo instabile e che rifiuta l’idea di invecchiamento, quantificare è l’unica forma di controllo che ci resta. In questo modo anche pensare alla propria fine fa un po’ meno paura.

Tra lei e le sue opere esiste una particolare correlazione, quasi un rapporto di coincidenza, nella scelta dei materiali e nella reazione degli stessi all’introduzione di una tensione. Argilla, metallo, corpo, capelli: il modo in cui reagiscono a varie sollecitazioni dice molto di lei. Spesso sottopone i materiali al calore e la loro risposta è assimilabile a quella che potrebbe avere un corpo, il suo. Scaldare, arrossire, bruciare, consumarsi, unirsi. L’argilla che cuoce, si secca e poi crepa. Il metallo che diventa incandescente e si fonde. La pelle che arrossisce per lo sforzo o il contatto. Oltre il primo sguardo, tutto nelle sue opere parla della relazione personalissima che ha con ciò che la circonda.
Pesante e precisa – per citare una delle sue ultime opere esposte (Pesanti e precisi, 2026, acciaio e vetro; 1,5×400 cm) – è la postura con cui Satya Forte osserva, vive e traduce il mondo. Una modalità fondata sull’intensità della relazione e sull’esattezza del gesto, sulla capacità di sentire il peso delle cose e di intervenire attraverso azioni minuziose, controllate, esatte. Il risultato sono opere stabili ma in costante tensione tra forza e fragilità, peso e leggerezza, vita e morte, capaci di rendere visibile la forza con cui le forme resistono alla propria scomparsa. Il pubblico percepisce questo campo di forze quasi fisicamente – capita di sentirsi minacciati o di temere per l’incolumità dell’opera stessa. Più ci si avvicina, più si comprende che quella fragilità è pura tensione in atto, ovvero una forza sotto mentite spoglie.

Nell’opera Non v’è luce nella ferita (2023, orologio, capello bianco, capello nero, goccia di stagno, ferro, acciaio, magneti; 9x4m), questo è estremamente evidente. Una lancia appuntita di sette metri, fissata a terra e tesa in obliquo da un cavo, taglia lo spazio da una parte all’altra, in un equilibrio che non è quiete ma forza contenuta. Nella sua forma e nel meccanismo fatto di pesi, trazioni e attrazioni, la scultura rimanda a una lancetta di un orologio e all’idea di misurazione del tempo. La presenza di un capello bianco e del suo doppio nero, ne suggerisce lo scorrere: chiaro e scuro, principio e sedimento, vita e morte. Un intervallo che non può essere fermato se non trattenendolo con una forza uguale e contraria.
Il capello torna spesso in altre opere dove diventa materia costruttiva, portatore del patrimonio genetico, del vissuto personale e segno del suo invecchiamento. Nella serie delle zanzariere lo intreccia a fili sintetici dentro cornici che ricordano degli infissi. Il nostro sguardo che le attraversa passa per un filtro tessuto dal tempo trascorso da Satya a osservare il mondo fuori dalle finestre del suo studio e sedimentato nella lunghezza dei suoi capelli. La proiezione dello sguardo misura e costruisce lo spazio in relazione all’esperienza vissuta. Anche in questo caso, la precisione agisce per sopperire alla precarietà e la trattiene temporaneamente. Come la quarta sorella delle Parche, Forte preleva la linea della sua vita, la tende esponendola a un rischio, e in quel gesto ne scopre la forza data dalla resistenza.
Le cose non vengono salvate dalla loro fine, ma portate nel punto in cui rivelano l’energia necessaria per continuare a stare al mondo: un fiore la cui primavera è anche la sua fine; un capello, simbolo del passare del tempo, che rischia di spezzarsi; sculture sospese nel loro equilibrio più esatto che evidenziano le tensioni dello spazio e del tempo, la parola che trattiene ciò che il corpo non riesce ancora a dire. In ogni lavoro affiora una resistenza alla fine, alla rottura, alla scomparsa. È forse questa l’esigenza che muove tutto il suo lavoro.
42°: il limite del corpo, l’apice della luce.




