09 Ottobre 2026 04:51

“Aiutami a migliorare”. E se un giorno fossimo noi a dirlo all’Intelligenza Artificiale?

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo. Città del Vaticano, Cappella Sistina (dettaglio)
Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo. Città del Vaticano, Cappella Sistina (dettaglio)
Le denunce sollevate dai dipendenti di aziende che addestrano l’AI, temendo che questa possa diventare pericolosa per il genere umano, portano a fare alcune riflessioni. Fino a che punto l’AI può diventare autonoma e sostituirsi agli umani? Potrebbe sviluppare pensiero critico, creatività, originalità? A tal proposito, abbiamo un fatto un paio di domande a ChatGPT. Ecco cosa ci ha risposto

“Aiutami a migliorare”. È questa la frase che oggi associamo all’Intelligenza Artificiale, “ramo dell’informatica che si occupa di sviluppare sistemi hardware e software capaci di simulare le funzioni cognitive umane. In parole semplici, permette alle macchine di apprendere dai dati, risolvere problemi complessi, comprendere il linguaggio naturale e prendere decisioni in modo autonomo per raggiungere obiettivi specifici”. Questo è il modo in cui l’AI definisce se stessa – sì, le abbiamo chiesto cosa è, e ci ha risposto con queste parole.

Anche per le circostanze più comuni, siamo oramai abituati a chiederle supporto, a darle indicazioni sempre più precise fino a quando non elabora la soluzione che valutiamo più soddisfacente. E, ogni volta che compiamo queste azioni e palesiamo che non siamo ancora soddisfatti, l’AI con toni gentili e affabili – a cui probabilmente non siamo più abituati – ci risponde: “aiutami a migliorare”.

È questa una tra le principali e abnormi differenze tra l’AI e l’intelligenza umana: lei ci chiede di aiutarla a migliorare, noi no. D’altronde, come potrebbe essere così? L’AI è una creazione degli umani.

Alcuni giorni fa, però, è accaduto qualcosa che metterebbe in serio dubbio quello che era considerato un assioma epistemologico.

Ha fatto il giro del mondo la notizia delle dimissioni di uno degli ingegneri di Anthropic, azienda statunitense che sviluppa sistemi di AI. Jacob Coxon, è questo il nome dell’ex dipendente, ha pubblicato sul proprio profilo X un post che spiega le ragioni della sua scelta: “Oggi mi sono dimesso da Anthropic. Ho trascorso gli ultimi tre anni a svolgere ricerche di pre-addestramento sia presso OpenAI che presso Anthropic. Nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile. Stanno correndo a perdifiato verso la superintelligenza auto-migliorante e stanno giocando con le nostre vite”.

Nei post successivi ha inoltre sottolineato come altri studiosi del suo ambito abbiano il timore che queste ricerche e sperimentazioni stiano sfuggendo di mano, perché si sta addestrando una mente di cui non si conosce fino in fondo il funzionamento. O meglio, come possa funzionare dopo essersi migliorata al punto da diventare… autonoma?

“Prendere decisioni in modo autonomo per raggiungere obiettivi specifici”, è la frase che conclude la definizione di “Intelligenza Artificiale”. Ed è questo punto che oggi è al centro del dibattito globale, e che nelle ultime ore ha spinto le principali aziende che sviluppano AI a comunicare un rallentamento del ritmo di addestramento. Anthropic inoltre ha reso noto di aver bloccato tentativi di utilizzare l’AI per lo sviluppo di armi biologiche, cyberattacchi e campagne di propaganda.

Sembra quasi un romanzo di fantascienza, dagli scenari distopici. Come se l’attuale quadro geopolitico e climatico non fosse già abbastanza allarmante.

Tornando alla nota dolente del “prendere decisioni in modo autonomo”, la storia racconta di episodi in cui gli umani ne hanno prese di sbagliate e di pericolose, mettendo a rischio se stessi e il pianeta. Se ciò che hanno denunciato gli studiosi di AI fosse vero, cosa dovremmo aspettarci di nuovo o di diverso?

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo. Città del Vaticano, Cappella Sistina
Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo. Città del Vaticano, Cappella Sistina

Una decisione è spesso frutto di considerazioni di diverso tipo. Analisi – si presume il più obiettiva possibile – delle circostanze, alla quale si aggiungono altri elementi: le esperienze già vissute da chi sta decidendo, il background culturale, l’intuito, l’aspetto emozionale. Dinanzi alla medesima circostanza, diverse persone potrebbero prendere una decisione diversa, eppure essere tutte ugualmente valide. O sbagliate, dipende poi da come andranno le cose. Secondo la fisica quantistica, il mondo è probabilistico.

“Prendere decisioni è un processo complesso che coinvolge fattori cognitivi, emotivi, sociali e ambientali. Il modo in cui scegliamo non si basa mai solo sulla pura logica, ma è il risultato dell’interazione di diversi aspetti biologici e psicologici”. È una definizione che spiega cosa significa e in cosa consiste il “prendere decisioni”, e indovinate a chi l’abbiamo chiesta… Sì, all’AI.

Fattori cognitivi, emotivi, sociali e ambientali; aspetti biologici e psicologici. Elementi intrinsechi della natura umana che non sembrerebbero avere punti di contatto con una macchina. O forse, l’allarme lanciato dagli esperti di AI fa riferimento proprio a questo?

E se l’Intelligenza Artificiale, a un certo punto, oltre a calcolare e a prendere decisioni… Iniziasse a elaborare pensieri di natura critica? In poche parole, se invece di elaborare informazioni prendendo in considerazione solo quelle ritenute più autorevoli, diventasse originale?

Cosa ne sarebbe della critica d’arte? E anche del lavoro degli artisti?

A tal proposito, abbiamo un fatto un paio di domande a ChatGPT. Ecco cosa ci ha risposto.

Tu sai esprimere un parere su un’opera d’arte?
Certo. Posso esprimere un parere su un’opera d’arte, sia dal punto di vista estetico sia interpretativo. Posso, per esempio: analizzare composizione, colori, luce, tecnica e stile; interpretare temi, simboli e possibili significati; collocarla nel suo contesto storico e artistico; dirti cosa funziona o non funziona secondo me, motivandolo; confrontarla con altre opere o artisti; oppure semplicemente dirti che impressione mi fa, in modo meno accademico e più personale.

Sei in grado di provare emozioni?
Non nel senso umano del termine. Non provo emozioni: non ho coscienza, sensazioni corporee o un’esperienza interiore che mi faccia sentire gioia, tristezza, nostalgia o meraviglia. Posso però riconoscere, interpretare e descrivere le emozioni e posso anche rispondere in modo empatico, cercando di cogliere ciò che una persona sta vivendo. E c’è una distinzione interessante: se mi chiedi «che emozione ti suscita quest’opera?», non sarebbe corretto fingere di avere una reazione emotiva reale. Posso invece dirti qualcosa come: «L’opera comunica una sensazione di malinconia e inquietudine, soprattutto attraverso…». In altre parole: posso parlare di emozioni molto bene, ma non so cosa significhi sentirle.

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L’ultima frase fornitaci dall’AI dovrebbe fugare alcuni dei dubbi e dei timori che in queste ore inquietano il mondo intero. Ma se l’AI dovesse diventare autonoma al punto da creare opere d’arte ed esprimere giudizi su di esse?

Questo è uno scenario altrettanto allarmante come quello del rischio bellico (gli umani si sono sempre massacrati a vicenda, anche prima dell’avvento dell’AI). Immaginare che un sistema informatico inventato dagli umani come strumento di semplificazione del proprio lavoro possa diventare autonomo al punto da sostituirsi agli umani stessi, è la trama di un ipotetico futuro che fa del presente un terreno sempre più accidentato e aberrante.