05 Ottobre 2026 00:11

Il Sole allo Zenit #58: Scelte responsabili

Giacomo Balla, Linee forza di mare: Libecciata, 1919 ca., tempera su cartoncino, 9×14 cm

La responsabilità di chi compra è davvero parecchia, perché le generazioni future vedranno sì le opere che oggi sono state create e proposte, ma soprattutto scelte. Quelle “responsabili”, in una nuova puntata de “Il Sole allo Zenit”

La stagione è ripartita e io mi sento già in colpa. Un caro (ex?) amico collezionista alle 20.25 di un martedì sera mi ha addirittura scritto: “mi hai pugnalato alle spalle!”, dopo che in mattinata gli avevo annunciato che una vivida “stagnola” di Lucio Fontana che gli avevo sottoposto per l’acquisto non era più a portata di mano e di portafoglio. Del resto erano passati già diversi giorni dal mio suggerimento e le richieste per le opere belle non stanno certo ferme. Lui ha continuato a pensarci per tutto il pomeriggio ma io so bene come ci si sente quando si vede battere il tacco a un lavoro che si vorrebbe, così gli ho promesso di recuperargli presto qualcos’altro dello stesso livello. Non gli ho però detto di tutte le opere che tuttora rimpiango, come quella magnifica libecciata di Giacomo Balla del 1920 o quel quadro con i tulipani di de Chirico, che lasciai scappare a suo tempo e che rappresentavano (per me) un livello che non ho mai più rivisto.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901, olio su tela, 293×545 cm

Ogni lasciata è persa anche qui, del resto. E pure a pranzo, il giorno successivo, sono riuscito a buttar giù come il petrolio qualcuno: ho mostrato diverse opere a un’amica appassionata che mi malediceva per non aver al momento margini di spesa. Del resto il vino si fa con l’uva che si ha e anche le opere si comprano con i soldi che si possiedono, ponderando benissimo l’acquisto. Questo è molto importante perchè, budget a parte, anche l’acquisizione o meno di un’opera ha una certa responsabilità sull’opera stessa e sull’artista. Pellizza da Volpedo, ad esempio, licenziò Il Quarto Stato nel 1901 dopo averci lavorato per un decennio almeno. L’opera, pensata per la Biennale di Venezia dello stesso anno, non fu pronta in tempo e fu esposta invece alla Quadriennale di Torino (senza però passar di mano) e rinvenne nel 1907 nello studio dell’artista, accanto al suo corpo suicida. Approdò solo 13 anni dopo, a seguito di una sottoscrizione pubblica, nelle raccolte d’arte milanesi, con la vittoria dei socialisti radicali alle elezioni del 1919 e a prospettive di rivoluzione sociale. Per l’acquisto non si schierarono Margherita Sarfatti, Carlo Carrà e Umberto Notari, editore e scrittore, che ritennero il quadro poco innovativo, e anche Giorgio De Chirico nel convegno del 1920 non ne parlò bene, paragonandolo a certe illustrazioni sui giornali da viaggio con mandrie di bisonti perseguitati dai cacciatori cowboy. Il Quarto Stato fu acquistato ed esposto comunque, prima al Castello Sforzesco, poi a Palazzo Marino, divenendo un’opera simbolo del Primo maggio e dei lavoratori, che nel 1974 fece addirittura da sfondo per i titoli di testa del film Novecento di Bernardo Bertolucci. La storia di un quadro cambia dunque in base alla scelta di qualcuno, anche se è facile capire come quest’opera risultasse anacronistica fin da subito.

Giorgio de Chirico, Tulipani, 1965 ca., olio su cartone telato, cm 30×40

Nel 1901 mancava infatti poco all’inizio di quel ventennio che vide le Avanguardie Artistiche del Novecento prendere il sopravvento e rivoluzionare tutto, come Mario De Micheli, in uno dei miei libri Feltrinelli più sottolineati, ha riassunto. O, per dirla in una sola data, il 1901 dista solo una dozzina d’anni da Marcel Duchamp e dalla sua dissacrante ruota. Si capisce, dunque, il suo ritardo storico o, quantomeno, la fine di un periodo. Tanto di quello che succede in Italia in quegli anni ce lo illustra bene il Museo del Novecento di Milano, che ha un nucleo incredibile di opere italiane e non solo e, visto che sono proprio le opere a formare il museo, c’è sempre da sperare che vi entrino quelle più opportune. Nel caso del Novecento, ad esempio, il cuore della raccolta è formata dai lasciti di collezionisti e mecenati e, tra le diverse collezioni, una delle principali è la raccolta Jucker, ricca di opere Metafisiche e Futuriste e altre perle come l’Odalisca di Matisse, Il Faro di Mondrian, La Foresta di Klee, la Béatrice Hastings di Modigliani, una Composizione di Kandinsky del ’16, la Donna Nuda di Picasso e tanto altro da perdere filo e fiato. Ciò si deve certamente a Riccardo e alla moglie Magda, che compravano arte direttamente dagli artisti o dalla Galleria del Milione, ma anche alla scelta che fece il Comune di Milano di acquisire la collezione per 47 miliardi di lire nel 1992, pagandola in 7 anni, a rate. Il sindaco di allora era Giampiero Borghini e, in sede di votazione, l’unico voto contrario fu quello della Lega, mentre il PDS si astenne. Ci fu molta polemica, ovviamente, ma per fortuna si scelse saggiamente e nella prima riga dell’introduzione del catalogo Charta che accompagna la collezione, Borghini scrisse: “Da oggi Milano è più ricca”, e aveva proprio ragione.

Wassily Kandinsky, Composizione, 1916, acquarello e matita su carta, 22,5×38 cm

Un’altra collezione giunta al Museo è quella Boschi-Di Stefano, creata dall’Ingegnere Antonio Boschi con la moglie Marieda. Insieme comprarono più di duemila opere che decisero poi di lasciare gratuitamente al Comune di Milano, tra il 1974 e il 1988. La loro sensibile selezione ci permette oggi di ammirare capolavori di Mario Sironi, Lucio Fontana, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis e Piero Manzoni, tra i numerosissimi altri nomi che erano ammassati alle loro pareti. Sempre nello stesso museo sono confluite poi la raccolta Antognini-Pasquinelli, creata da Francesco Pasquinelli, musicista e imprenditore nel settore degli isolanti termo-acustici e degli imballaggi, e Pina Antognini, filantropa instancabile, e la raccolta di Gianni Mattioli, con ventisei inseparabili, imperdibili opere. E poi ancora la donazione di Bianca e Mario Bertolini, con più di seicento titoli che vanno dagli anni ’70 agli anni ’90, tra i quali la Rosa Bianca di Kounellis assai pubblicizzata e i lavori di Dennis Oppenheim, Jan Dibbets, Sol Lewitt, John Baldessari, Giulio Paolini e tanti degli artisti a me cari, comprati dai galleristi milanesi che li sostennero per primi: Cardazzo, Giorgio Marconi, Franco Toselli e Christian Stein. Altre donazioni più ridotte sono arrivate tramite le famiglie di Carlo Carrà, Fausto Melotti, Marino Marini e artisti vari, e persino il Rotary Club di Brera punta su opere di giovani autori che poi al Museo vengono donati. Insomma, si capisce ed è ormai chiaro: la responsabilità di chi compra è davvero parecchia, perché le generazioni future vedranno sì le opere che oggi sono state create e proposte, ma soprattutto scelte.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Béatrice Hastings, 1915, olio su tela, 43×35 cm