
Fino al 13 novembre la mostra monografica dedicata a Giuseppe Chiari apre la nuova stagione espositiva della Galleria Il Ponte
La mostra monografica dedicata a Giuseppe Chiari apre la nuova stagione espositiva alla Galleria Il Ponte di Firenze. Chiari è un artista poliedrico, tra i più riconosciuti dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, la sua produzione ha trovato casa in ambiti diversi, come molteplici sono stati i suoi talenti: musicista, compositore, artista concettuale, ideatore di performance di musica contemporanea, nonché protagonista del movimento Fluxus in Italia. L’occasione della mostra è la celebrazione del centenario della sua nascita ma la Galleria Il Ponte a lui ha, nel corso del tempo, dedicato molte altre mostre.
Chiari fra suono, segno e colore
Il corpus di opere raccoglie un nucleo omogeneo di partiture realizzate negli anni Ottanta in grande formato. Il contenuto riflette lo studio e l’analisi della connessione tra linguaggio musicale, le partiture appunto, intese come dispositivi finalizzati alla scrittura della musica e altre forme artistiche come la pittura e l’uso del colore. Grazie a Chiari le partiture divengono autonome, perdendo la loro originaria destinazione d’uso e costituiscono un campo di sperimentazione che oltrepassa i limiti della tradizione.
Sin dagli anni Settanta il compositore fiorentino interviene graficamente sugli spartiti musicali inizialmente operando cancellature e sottrazioni usando la china nera. L’eliminazione di alcune parti genera una nuova opportunità di lettura e dunque, una nuova composizione musicale che modifica profondamente il senso dell’opera originaria. In un secondo momento, arriva l’uso del colore, brillante e acceso, in questo caso, la sua funzione è predominante: la partitura assume una dimensione visiva e abbandona quella musicale.

La manipolazione continua quando lo spartito viene fotografato, ingrandito e rielaborato con stesure di campiture di colori acrilici e segni di penne feltro e pastelli. Sono immagini fotografiche di spartiti, sia su carta lucida che opaca ed eliografie su carta da lucido o acetato, sulle quali Chiari interviene attraverso il suo linguaggio segnico.
Il gesto come selezione, spostamento e manipolazione
Il tema dell’allargamento dei confini dell’arte propriamente detta è il fulcro della ricerca artistica di Giuseppe Chiari che compie scelte e trasforma un linguaggio senza vederne i limiti. Se l’artista opera sull’oggetto di uso comune, lo estrapola dal proprio contesto, dandogli un nuovo significato concettuale attraverso una forza del “gesto” che solo lui può concedere. In fondo, l’eredità del ready-made di Duchamp non è troppo lontana. Il gesto può e deve manipolare, trasformare e ricreare qualcosa che è nella mente di chi lo genera.
Ciò può destabilizzare l’osservatore che non riconosce l’abitudine e la quotidiana associazione con la sua collocazione d’uso, ma allo stesso tempo, può riconoscerne la libertà, l’autonomia e lasciarsi guidare in una nuova forma di sintassi espressiva. Il segno non ha più il compito di descrivere e dà vita ad un nuovo universo fatto di suoni, colori e gesti.

La curatrice Elena Colzi a proposito di questo legge così il lavoro di Chiari: «Il gesto dell’artista si fa progressivamente più astratto, avvicinandosi a una concezione dell’azione pittorica in cui il segno perde ogni funzione descrittiva e si afferma come traccia autonoma, anche in dialogo con le esperienze dell’action painting di Jackson Pollock e con una più ampia idea di musica come evento e non come forma rappresentativa».
Il confronto con Kandinskij
Quando si parla di libertà del segno, di costruzioni geometriche e, in fondo, una partitura musicale è una rappresentazione grafica di parti vocali e strumentali su una superficie, non si può non pensare a Kandinskij, soprattutto nell’uso del colore e delle forme. Proprio il colore viene utilizzato da entrambi gli artisti in maniera sinestetica, vibrante, coinvolgente attraverso tutti i sensi. Per Kandinskij la pittura è come la musica, emoziona attraverso accordi, ritmi e linee. Entrambi hanno scardinato i confini tradizionali dell’arte unendo visione e musica, in epoche diverse, hanno immaginato e messo in pratica il connubio fra suono, segno e colore, usando quest’ultimo come una nota che trova la sua collocazione su una tela così come in un’orchestra.
La performance al pianoforte
Durante il vernissage della mostra, la pianista Chiara Saccone, specializzata nel repertorio contemporaneo, ha avuto l’opportunità di eseguire due brani di Chiari compositore: Gesti sul piano, 1962 (7 min.); Metodo per suonare il pianoforte, 1964 (7 min.). Si tratta di una serie brevissime sequenze studiate dalla Saccone e riposizionate in un’unica sequenza, attraverso note e silenzi, seguendo il manuale di Chiari “Metodo per suonare il pianoforte (1964)”. L’esecuzione segue precise indicazioni: nessun testo o spartito con pentagrammi e note da leggere, ma indicazioni verbali e disegni che spiegano quali movimenti compiere sul pianoforte.

Il pianista usa il corpo in modo libero e non convenzionale, infatti, la Saccone si butta letteralmente sui tasti con varie parti del corpo, accasciandosi e associando i gesti ad una durata precisa, calcolata in secondi. Il pianoforte diviene allora, un oggetto da esplorare, le partiture visive cancellano rigide regole e ascoltare significa dare pari valore al suono quanto al gesto e al silenzio. L’esperienza dal vivo è coinvolgente, l’azione reale pone lo spettatore in un complice gioco di rimandi nel quale il tempo è silenzio, il gesto libertà.
GIUSEPPE CHIARI. Tra suono, segno e colore
a cura di Elena Colzi
Fino al 13 novembre 2026
Galleria Il Ponte
Via di Mezzo 42/b, 50121 Firenze
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