
Rosanna Rossi è una delle maggiori artiste in Sardegna, impegnata sin dalla metà del XX secolo nelle sperimentazioni visive del contemporaneo. La pittrice, esordiente con un linguaggio espressionista, approda – attraverso una ricerca tecnica e intellettuale – ad un’astrazione densa di colore, vibrante, che si muove tra sostanza pittorica e materiali altri, esplorando il valore estetico di elementi extrapittorici
Per la seconda puntata de “L’isola dell’arte” il riassunto di una conversazione tra l’autore e Rosanna Rossi, che attraverso il dialogo ricostruisce per sommi capi la sua esperienza artistica, contatti, amicizie, necessità e interessi.
Fare arte è sempre stato per me una cosa che parte dall’interno.
Ho iniziato trepidante. Di quando ero bambina ricordo come volevo sempre raccogliere la luce del sole e come trovavo affascinante qualsiasi oggetto o evento insolito. E certamente mi tornano in mente i colori: il bianco dei sassolini e delle uova, il nero delle scarpette di vernice, dei tagli dell’asfalto riempiti di bitume e altri colori ancora, una fusciacca verde meravigliosa di un magnifico vestito che mi aveva fatto mia madre e all’azzurro degli occhi di mio padre. Lui mi ha dato il “la” per la mia vita d’artista. Ero piccola e avevo spesso le adenoidi infiammate e lui per tenermi compagnia portava album e matite colorate. Per prepararmi all’istituto d’arte a 15 anni sono andata a Firenze, “là dove sono le cose che bisogna sapere” e alla Santissima Annunziata del Poggio Imperiale un bravo pittore, Enzo Faraone, mi insegnò le tecniche. Fu anche un anno di formazione culturale e lì ho visto i primi scioperi, da allora mi sono sempre interessata alle questioni sociali. Erano gli anni cinquanta, a Cagliari non c’erano scuole d’arte quindi, giocoforza, ho deciso di andare fuori. Per andare con piedi sicuri in una situazione diversificata dalla mia ho fatto la stessa scelta di un’amica, Mirella Mibelli, che era già all’Istituto Zileri, a Roma, e sono partita. Ho iniziato trepidante e anche tremebonda, perché effettivamente non sapevo proprio dove andavo a parare. Certo però sapevo che la mia strada era fare l’artista, quindi sono andata avanti comunque in questa storia. Mio padre mi incoraggiava e mi ripeteva “non dimenticare che sei un’artista, tu porti la luce”. Ci sono stata tre anni, dai 16 ai 19, quando mi diplomai. Credo molto nel valore della scuola, per me è stata un’illuminazione costante, un verificare sempre. Certamente crescendo e a mia volta insegnando mi sono resa conto delle mancanze ma mi ha insegnato tecnicamente, metodologicamente e dal punto di vista dello stimolo, dell’interesse verso le cose che succedono intorno a me. Lì ho imparato molto e ho appreso un concetto più profondo sul fare arte, in più ho conosciuto persone interessanti, come Carla Lonzi e Marisa Volpi.

Il ritorno a Cagliari
Poi tornata a Cagliari ho iniziato a insegnare, e una delle prime personali l’ho fatta in coppia con Mirella Mibelli. Dopo abbiamo fondato insieme ad altri – come Tonino Casula, Primo Pantoli, Gaetano Brundu, Ermanno Leinardi – il gruppo Studio 58: l’obiettivo era di allargare la visione dell’arte in Sardegna, a Cagliari in particolare, che, certo, mi sembrava carente. No, non parlo in plurale perché ognuno era singolo. Con loro ho trovato un confronto molto vitale, differente da quello con i critici. Erano anni di fervente dibattito artistico. Certamente cercavamo linguaggi nuovi, diversificati dal precedente clima culturale. Questi anni io – una ribelle – li trovavo straordinari, perché nonostante le mancanze sentivo molto questa spinta all’innovazione. Oltretutto nel contesto generale la condizione femminile, l’essere donna, determinava una situazione di svantaggio ed era anche quello un fattore che bisognava scardinare. Era una cosa interna mia, personale, con i colleghi in Studio 58 si ragionava già alla pari, la questione era più universale. Basti pensare che da ragazzina le mie prime opere erano firmate R. Rossi per lasciare il dubbio che potessi essere un uomo. La gente guardando diceva “che bravo” e quando scoprivano che ero donna “eh, però, dipinge come un uomo”. Poi mia mamma mi suggerì invece di firmare col mio nome per intero. Ho dismesso il Complesso di Michelangelo, ma con fatica, era un fatto culturale: con il tempo mi sono resa conto dei limiti degli uomini e della grandezza delle donne, il contatto con le donne mi ha liberato del complesso. Quando ho cominciato pensavo alle donne, volevo dare il mio contributo femminile alla pittura. Anche a scuola volevo che ci fosse un riscatto dell’intelligenza femminile. Certamente l’insegnamento è sempre stato molto importante, andava di pari passo con le mie ricerche e con le questioni sociali, e poi soprattutto mi piaceva questo rapporto con la mente giovane.

In quel periodo e sino a quasi la fine degli anni sessanta la mia ricerca era figurativa. Mi affascinava l’aspetto esterno delle cose e mi concentravo sulla figura umana, tra immagini intime ed esistenziali e denuncia espressionista. Erano quadri drammatici, forti come impatto, robusti come colori, violenti quasi. Il mio percorso artistico ha avuto uno sviluppo continuo e progressivo, ma per me ha grande importanza il periodo in cui ho insegnato arte all’Ospedale Psichiatrico, a Cagliari. A fine anni sessanta lo psichiatra Terzian ha voluto coinvolgere alcuni intellettuali e artisti in una ricerca e sono stata tra i primi a raccogliere l’invito, con un laboratorio artistico per i degenti. Lì un episodio mi ha veramente messo un aut aut. Un giorno uno dei pazienti dipinse un albero, bellissimo, ma la settimana successiva non voleva dipingere niente. Gli chiesi come mai e lui candidamente mi rispose: “lo vede l’albero, è là, non ho bisogno di farlo, io lo guardo e mi è sufficiente”. In quel momento ho capito che non è necessario rifare quello che c’è già. Questo mi ha portato a superare il fosso. È stata una crisi e lo sbocco di una crisi. Avevo per un anno smesso di dipingere: espressionismo e deformazione della realtà non riuscivano più ad interessarmi. C’è stata questa pausa: ho smesso per reinterrogarmi, per sapere cosa effettivamente mi poteva interessare. Avevo bisogno di qualcosa che mi facesse riappropriare dell’esperienza umana in termini per me più concreti, più reali, proprio in quanto definiti astratti nella loro forma e nella loro espressione. Ho sempre sentito la spinta verso una evoluzione che mi consentisse di andare avanti. E, giocoforza, a un certo punto ho sentito la necessità di avere un linguaggio diverso e nuovo, innovativo – per me perlomeno – che mi consentisse di avere un altro tipo di competizione, un altro tipo di paragone. Sono dovuta ripartire da zero. Ho cominciato prima di tutto a riscoprire i mezzi tecnici che mi servivano per esprimermi. Ho studiato ecco. Sono ripartita dai materiali: come reagisce la tempera? Come reagisce l’acquerello? La matita: quanti segni posso fare con la matita? Cos’era il colore? Perché certi timbri possono muoversi più di altri all’occhio? Sono ritornata proprio alla radice del linguaggio. Ed è da questo che è poi partito tutto il susseguirsi di ricerche all’interno della pittura. Per usare le parole che Marisa Volpi usò per me avevo “disponibilità a educare la mano, l’occhio, l’esperienza, ad affinare la consapevolezza critica dei mezzi e della posizione artistica”. Ho sempre stimato molto Marisa Volpi – come critico d’arte, come donna, come amica – e mi sono sentita molto dentro alle parole che lei dice di me. Ciò che ha scritto mi è servito da stimolo ad andare avanti.

Così sono passata all’astrazione, a questa forma di astrazione fortemente intellettualizzata. Le prime sperimentazioni si sono evolute in quelle opere che Gillo Dorfles ha chiamato bande colorate. Era un’arte processuale ispirata alla tradizione coloristica europea e al color field painting, un crescendo ritmico e dinamico. Dopo ho utilizzato un sistema, riferendomi alla successione di Fibonacci, per elaborare le composizioni di colori e aumentare cromaticamente il mio astrattismo. Se la prima riga è blu, la seconda è blu più un carato di arancio, la terza riga è sempre blu più due carati di arancio e così via, fino a raggiungere un colore che è la somma dei precedenti e allo stesso tempo altro da essi, e dove la superficie non è più piatta, ma vibrante perché riflette l’idea del movimento dato dalla scala cromatica. Ho sempre cercato di essere rigorosa nel mio linguaggio ma credo che riconoscersi in esso non significhi essere sempre uguali a sé stessi. Questa è la sfida che ogni giorno mi cattura e mi affascina. Cercare è la filosofia che guida il mio pensiero creativo. Normalmente so da dove inizio e dove vado a finire, per quanto ci sono dei momenti di scatto, l’illuminazione, una invenzione improvvisa, ché ti capovolge una situazione. Ed è la crescita diciamo dell’individuo che fa il suo lavoro. Poi c’erano dei segni che potevano interessarmi e allora sono andata a recuperare questi, aspetti così apparentemente inconsci e che invece fanno parte della nostra struttura, del nostro modo di essere. Così un segno sottilissimo si è sostituito al fascio di colori. La linea è diventata il mio linguaggio. Essa può – evidentemente, può anche essere tante altre cose la linea – ma può essere rigida o vibrare. Vibra se il segno si fa più grosso e si fa più sottile. Vibra attraverso l’accostamento di linee di colori complementari che avvicinati tra di loro determinano proprio una luce o uno spegnimento della luce. Negli anni ottanta ho indagato ancora l’arte del colore e ho affrontato altre tecniche – uno studio alacre e rigoroso – e dalla metà degli anni settanta ho iniziato anche a usare materiali diversi – garze, spago – in funzione di una diversificazione dal precedente linguaggio, un ininterrotto appassionato sperimentalismo. Questa ricerca è proseguita con l’uso artistico di oggetti usati, di scarto – bottiglie, vetri rotti, pagliette in acciaio, spazzole, guanti per lavare – in assemblaggi concettuali, poveristi, una poetica dello scarto, spesso con oggetti del “mondo femminile”, perché era importante che io approfondissi il mio senso di essere donna nella difficile condizione generale. Sono gli anni delle Cartesiane esposte nella mostra curata da Tommaso Trini a Milano, di Omaggio a Kandinskij alla Galleria Comunale di Cagliari e dei Carati alla XI Quadriennale di Roma. Certo era giocoforza che ad un certo punto si accorgessero di me. In Sardegna un momento invece collettivo importante è stato la serie di mostre di gruppo di noi donne artiste alla Galleria Chironi 88, da Sandra Piras, a Nuoro. Era il 1982. Con Istanze contemporanee ci presentavamo in gruppo, insieme di fronte a problemi generali e universali: la donna è sempre stata in una situazione di sudditanza, quindi dovevamo riscattare questo aspetto così poco qualificante. Abbiamo trovato sponda in Sandrina Piras che ha concordato insieme a noi questo tipo di proposta culturale. Ci siamo trovate. E poi con Sandra Piras e Salvatore Naitza è arrivato 25 anni di ricerca artistica in Sardegna. Noi artiste ed artisti sardi contavamo molto su Salvatore Naitza, che si proponeva di storicizzare la situazione.

Negli anni novanta e duemila ho seguito la mia ricerca su colore mutando molto materiali, cambiare i mezzi espressivi per ottenere dei risultati qualitativamente alti in un’indagine assidua e ininterrotta. Negli anni novanta sono arrivati anche interventi di arte pubblica come il Grande Cerchio a Cagliari e Meridiana a Quartu, fino al progetto di riqualificazione urbana a Sant’Elia, mai realizzato purtroppo. Erano riconoscimenti ufficiali certo ma l’attenzione era per le questioni sociali, il raggiungimento di uno scopo sociale. Non per nulla Lea Vergine diceva fossi “anarchica e utopizzante”. E poi ho continuato ininterrottamente a sperimentare. Questi ultimi anni sono anche anni di fiere e mostre, nel ’16 Percorsi ininterrotti con i Musei Civici a Cagliari, fino al 2025 con la mostra al Museo Fico a Torino.

Se penso al mio percorso – fatto sempre con una grande fretta e in contrapposizione facendo in modo che questa non mi condizione, sapendo che c’è la necessità soprattutto di riflettere, maestra Virginia Woolf in questo – mi accontento di quello che ho avuto, di quello che ho dato. E penso che avrei fatto l’artista anche in un’isola deserta, anche in un’isola deserta inventerei. Penso che salvare i propri meccanismi ci consente di vivere. Io sono pittrice, ho codificato la mia condizione all’interno del mondo. Il mio amore è stato sempre il lavoro di artista, l’immaginazione, la possibilità di fare arte.





