
Fino al 7 marzo 2027 il Museo del Novecento porta a Firenze 25 dipinti di Man eseguiti fra 2008 e 2026
Sono gli anni del regime comunista di Ceausescu in Romania e Victor Man sperimenta sulla sua pelle la privazione di libertà, la censura e l’isolamento. Negli anni Ottanta del secolo scorso, il pittore rumeno è poco più che un ragazzo ma già si dichiara propenso all’arte e allo studio della storia e della letteratura. Una raccolta inedita, 25 dipinti, eseguiti fra 2008 e 2026, presentata nelle sale al piano terreno del Museo del Novecento di Firenze, grazie alla lungimiranza del curatore e direttore Sergio Risaliti, che porta una preziosa raccolta di dipinti provenienti da collezioni private e prestiti dello stesso Man.
Le opere costituiscono un ricco corpus che da un lato narra la celebrazione della, vita dall’altro, riporta al tempo che fugge via, alla consapevolezza della sua fragilità e dunque alla velata malinconia della morte.
I ritratti e le nature morte
Man sviluppa ben presto la passione per il ritratto come forma espressiva privilegiata, crea un nuovo linguaggio nel quale il racconto, l’intreccio letterario, i personaggi sono gli strumenti che danno accesso al suo mondo immaginifico. I suoi dipinti hanno un forte impatto visivo e spesso attingono ai temi e all’iconografia cristiana, sono pieni di simboli e riferimenti cristologici più o meno espliciti, proprio lui che da bambino aveva vissuto nel più cieco ateismo.

Questo universo di immagini e testi apocalittici e scatole d’interni si riferisce alla tradizione e ai grandi artisti come Ambrogio Lorenzetti, Domenico Veneziano, i Bellini, la pittura veneta e fiamminga sia per l’uso dei colori che delle forme. Farfalle, perle, teschi appaiono come visioni, che emergono dall’oscurità, brillano con i particolari lumeggiati e colgono l’attenzione dello spettatore. Man mette in scena un dramma, la costruzione delle quinte, la sistemazione delle luci e delle ombre, i personaggi in primissimo piano, protagonisti e antagonisti, lo svolgersi del racconto in sequenze nette e piene di pathos.
Le eroine, i miti, le fiere, le creature che spuntano come inquietanti coscienze, a volte consigliere dei personaggi che guardano oltre il quadro con i loro occhi grandi, dalla forma allungata spesso riflessivi e malinconici.
Il tema della maternità
La fascinazione della figura femminile, sempre misurata, misteriosa, celebrata nell’aspetto più potente: la maternità. Madonne contemporanee magnetiche, che portano in sé qualcosa di magico, oltre l’umano, sono assorte nell’allattare i pargoli, hanno lunghi capelli sciolti, corvini, di colore rosso tiziano o rame, sono incorniciate da quinte e tessuti sapientemente adagiati. Per ognuna di esse una figura, un racemo, un animale fantastico che fa loro compagnia e dialoga in questa narrazione fantastica. I capelli che sinuosi nelle tenebre dei chiaroscuri sembrano serpenti avviluppati come quelli della guardiana Medusa.

Tanti i richiami, i simboli, gli amuleti presenti più o meno celati. Le ciliegie, ad esempio, frutto sacro ad Afrodite, auspicio di fortuna e prosperità, simbolo di piacere e passione scambiato fra gli innamorati, nell’opera Maternity (Curve delle Anime), (2025-2026) di proprietà dell’artista, sono motivi per esplorare temi e archetipi come la maternità e la procreazione. I bambini sono paffuti e paciosi, giocano, mangiano, spesso dormono, ma hanno nel colore della carne un presagio di morte e le loro madri amorevoli li abbracciano, li baciano e li stringono come a volerli proteggere dai mali del mondo come la Vergine con il figlio di Dio.
La figlia dell’artista Ròzsa Victoria entra nello studio del padre, è avvezza impiegare il suo tempo libero in compagnia dell’artista che lavora, mettendosi essa stessa in opera. Man vuole omaggiarla in questa mostra personale esponendo un suo disegno olio su carta, che rappresenta proprio una “maternità” ed apponendolo nella volta sopra l’altare della cappella rinascimentale al piano terra, sala assai preziosa e fulcro delle esposizioni del Museo, sede dell’antico Spedale delle Leopoldine.

L’uso del colore che evoca l’invisibile
La scelta del colore è una vera e propria questione narrativa, si alterna una palette di colori scuri ma brillanti e avvolgenti; il verde, in tutte le varianti, con sfumature cobalto e nero e la pelle umana si tinge di magia. La pittura di Man riattiva le memorie che ognuno di noi porta dentro e lo fa attraverso i giochi cromatici, che modificano alterando la percezione temporale dell’immagine stessa. La luce traccia i contorni visibili e invisibili, quelli dell’anima, i corpi sono fatti di materia, hanno forme riconoscibili ma spesso attributi estranianti, che evocano le memorie lontane di esistenze passate.

Visite guidate e laboratori creativi
La mostra si apre al pubblico con speciali appuntamenti e visite guidate il sabato pomeriggio alle ore 15:00 per gli adulti e alle 16:30 laboratori con attività artistiche dedicate a bambini e ragazzi e alle loro famiglie. Dopo la visita in mostra il gruppo raggiungerà gli spazi dell’atelier per svolgere un laboratorio di pittura. Un motivo in più per godere e comprendere attraverso attività strutturate il linguaggio di questo artista potente ed enigmatico. È richiesta la prenotazione obbligatoria.
VICTOR MAN
A cura di Sergio Risaliti
Fino al 7.03.2027
Museo del Novecento
Piazza di Santa Maria Novella, 10 (Spedale delle Leopoldine), Firenze
www.museonovecento.it





