
È morto a 88 anni Mario Pieroni, figura di riferimento dell’arte contemporanea italiana. Da Pescara a Roma, dalla Galleria Pieroni a Zerynthia e RAM radioartemobile, ha sempre sostenuto che il gallerista debba esprimere una visione, non seguire il mercato
Nato in una famiglia di arredatori e antiquari, Pieroni esordisce nel 1970 con Il mondo delle idee, un progetto di multipli d’artista di grandi dimensioni che oggi appare profetico: Getulio Alviani realizza un tappeto d’acciaio che riflette chi lo calpesta, Mario Ceroli un salotto in legno grezzo, e con le figlie di Giacomo Balla vengono ricostruiti i mobili e gli arazzi che l’artista futurista teneva nella sua casa romana. «Era qualcosa di inusuale ai tempi», ricordava. Attorno a lui gravitavano Ettore Spalletti, Ceroli, Alviani, Kounellis.
Nel 1975 apre la Galleria Pieroni dentro il Bagno Borbonico, antiche prigioni umide e inospitali che Pieroni trasforma in spazio espositivo. Il primo progetto è con Luciano Fabro, che insiste per fondare una Fondazione che non vedrà mai formalmente la luce. Passano Mario Merz, Kounellis, Vettor Pisani, Gino De Dominicis. Non esistono artisti di scuderia: «Ci si frequentava molto di più di oggi. Si creava un humus tutto intorno, che non era funzionale a qualcosa.» La mostra di De Dominicis al Bagno Borbonico resta uno dei racconti più celebri. L’artista riempie gli spazi con grandi sculture di carta, lavora notte e giorno, poi la sera prima dell’inaugurazione chiede le chiavi per «sistemare le ultime cose». La mattina dopo è partito. La galleria è vuota. Pieroni lo raggiunge a Roma: De Dominicis aveva avuto un ripensamento, quel progetto non gli funzionava più. Per «risarcirlo» gli dona il suo famoso manifesto mortuario. «Avevamo tutti il sangue molto caldo, ma compresi che non era un gesto contro di me.», raccontava Pieroni in una intervista a Massimo Mattioli.
Nel 1977 l’incontro con Dora Stiefelmeier, compagna di vita e di lavoro, cambia tutto. «Senza di lei non avrei mai aperto a Roma», dirà. Nel gennaio 1979 la galleria inaugura in via Panisperna con De Dominicis, Kounellis e Spalletti. Negli anni passano Boetti, Fabro, Merz, Paolini, Pistoletto, Prini, Spalletti, Accardi, Oppenheim, Richter, e poi la generazione degli Ottanta: Bagnoli, Bassiri, West, Förg, Lavier, Vercruysse. Pieroni tiene un punto fermo: «Non ho mai messo un bollino rosso su un’opera venduta. L’arte trasmette valori diversi, li trasmette a tutti.» Nel 2025 il MAXXI ha ricostruito quella stagione con la mostra “In viaggio per l’arte. La Galleria Pieroni 1975-1992”, curata da Stefano Chiodi.
Nel 1992 Pieroni e Stiefelmeier chiudono la galleria e cambiano struttura. Nasce Zerynthia – Associazione per l’Arte Contemporanea, nome scelto dal figlio poeta Daniele: è quello di una farfalla della campagna romana e richiama la metamorfosi. Sotto l’egida di Rita Levi Montalcini e con Fernanda Pivano presidente, riunisce amici come Goffredo Petrassi, Richter e Pistoletto. Con Zerynthia Pieroni sperimenta collaborazioni pubblico/privato antesignane e vince bandi europei, come quello che porta a Uccelli-Birds (1996, Paliano), curata da Carolyn Christov-Bakargiev e Hans-Ulrich Obrist.
Nel 2001 arriva RAM – radioartemobile, dedicata al rapporto tra arte e suono. Il manifesto porta una spirale tracciata da Mario Merz su un microfono: l’onda sonora, l’espansione. L’idea nasce da un incontro notturno con l’artista russo Dimitri Prigov, ospite a casa loro, che cantava nenie incomprensibili per ore. «Parlandone, lui ci ha fatto vedere il suono. Abbiamo capito che il suono ci aiutava ad aumentare l’attenzione, a vedere meglio le cose.», diceva Pieroni.
L’ultima creatura è la No Man’s Land Foundation a Loreto Aprutino, nata con Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle: «No Man’s Land riguarda tutti. È terra di tutti, è per tutti e richiede il coinvolgimento di tutti. Rappresenta un’idea di libertà a cui ognuno di noi anela.» Friedman diceva di essere un architetto, non un artista: organizzava lo spazio come luogo per tutti.
La collezione costruita con Dora Stiefelmeier non è mai stata il frutto di una strategia di acquisizione, ma di relazioni, incontri e affinità. Nel 2026 una selezione è stata esposta a Villa Pacchiani, a Santa Croce sull’Arno, nella mostra Opere dalla Collezione Pieroni – Stiefelmeier, curata da Alessandro Cocchieri, con lavori di Accardi, Acconci, Bagnoli, Bałka, Bassiri, Baruchello, Durham, Iglesias, Kounellis, Kosuth, LeWitt, Ontani, Paolini, Salvadori e Spalletti. Pochi mesi prima, con Pistoletto, Pieroni aveva donato due opere alla Fondazione Pescarabruzzo per il MicHub di Pescara: un ritorno alle origini abruzzesi.
Pieroni non ha mai smesso di criticare la deriva economica del sistema dell’arte: «La finanza speculativa è il vero cancro del mondo dell’arte di oggi, è entrata a gamba tesa in un mondo che non conosce. Se il gallerista diventa succubo delle logiche del mercato, perde il suo Dna.» Il suo modello restava Plinio De Martiis, che esponeva Kline e Pollock senza pensare al riscontro economico ma «alla soddisfazione di riuscire a esporre dei grandi artisti», aveva raccontato in una lunga intervista con Massimo Mattioli.
Con Mario Pieroni scompare un gallerista che ha sempre scelto la ricerca alla vendita, la relazione al catalogo, l’artista al mercato. E che lascia un’eredità fatta di archivi, fondazioni e una convinzione semplice: il valore del suo mestiere stava nel riconoscere, accompagnare e mettere in relazione le ricerche degli artisti.



