
A Pisa fino al 7 marzo 2027 Palazzo Blu la retrospettiva organizzata con il Whitney Museum of American Art di New York
“Edward Hopper: New York e oltre”, la nuova mostra a Palazzo blu di Pisa dedicata ad un grande artista che cambiò il metro di paragone dell’estetica pittorica occidentale con le sue vedute silenti e di città americane disabitate che hanno saputo rappresentare l’inquietudine interiore dell’uomo del Novecento, malinconico e preda di paure profonde. Per la prima volta torna in Italia, dopo almeno una decade (Roma, Complesso del Vittoriano 2016-2017), una retrospettiva su Edward Hopper in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, che ne segue la curatela con le curatrici Barbara Haskell e Caroline Webb. Su un progetto espositivo che espone opere a confronto con i maestri di Hopper e con artisti che con lui condividono lo stesso contesto storico e culturale.
L’intera carriera, i luoghi che sono al centro della sua esistenza, che segnano Hopper nella sua formazione ed immaginario creativo vengono raggruppati in sale tematiche all’interno della mostra. A queste seguono altre due sezioni legate alla sua biografia e agli affetti familiari.

Parigi e l’eredità dell’Impressionismo
Agli inizi del Novecento Hopper arriva a Parigi dipinge su piccoli pannelli di legno intime a soggetto urbano, per lo più edifici trascurati e decadenti. Usando tonalità di colore scure e una pittura densa che caratterizza i suoi lavori di studente. Quando nel 1907, giunge la primavera, passa alla tela e i colori si fanno più tenui e pieni di luce; i soggetti en plein air sono panoramiche della città, soprattutto la Senna, i ponti e monumenti storici, il Louvre e Notre-Dame. In questi quadri si può leggere l’influenza dell’Impressionismo, soprattutto nella scelta della tecnica pittorica libera, nella scelta della luce che primeggia sui volumi e le forme e nella scelta di figure umane anonime che non primeggiano sul paesaggio.
Segue poi un’analisi del racconto per immagini attraverso una serie di trentatré caricature ad acquerello e penna che raffigurano la vita di strada e dei bistrot parigini privilegiando i personaggi più suggestivi, spesso ai margini della società, prostitute, barboni, operai, i più disparati frequentatori di locali, andando oltre lo sguardo dell’americano puritano, soffermandosi sull’aspetto psicologico e sul potenziale narrativo e interpretativo di questi soggetti.

Si guardi l’opera in mostra, Soir bleu (1914), struggente, commovente rappresentazione di una serata parigina, colta al calar della luce, nell’ora del crepuscolo, nella qualche i personaggi sembrano gravitare in un paesaggio sospeso, con i loro volti dipinti, quasi caricature dell’umanità tutta, incarnazione della poesia dei poètes maudits che Hopper aveva imparato ad amare.
Il clown vestito da Pierrot, lo sguardo basso perso nei propri pensieri, la sigaretta in bocca. Intorno una teoria di personaggi diversi, la prostituta dallo sguardo altero, l’operaio, la coppia borghese che condivide un calice di vino. Hopper osserva, trasforma e decifra un’umanità alienata. Riesce con poche pennellate e colori vivi dai contorni indefiniti a dare un senso all’incomunicabilità e alle incertezze del suo tempo.

New York la città e la periferia
New York è la sua città, fonte di ispirazione costante per tutta la sua vita, dagli scorci degli scali dei traghetti alle stazioni dei treni. Racconta la sua esperienza di giovane studente pendolare che si reca a Manhattan quotidianamente per seguire i corsi d’arte. Quando trova una stabilità economica Hopper inizia a guardarsi attorno e i soggetti rappresentati a lui più cari diventano i brownstone (i palazzi bassi in mattoni rossi), le vetrine dei negozi e i ponti che vede passeggiando lungo i marciapiedi e viaggiando sulla sopraelevata come in La stazione della sopraelevata (The El Station, 1908) e Tetti Rooftops, (1926) nei quali emerge tutta la solitudine interiore dell’uomo del suo tempo, seppur in una metropoli sopraffollata e caotica come New York.
A differenza degli artisti a lui coevi, non sceglie gli scorci più celebrati e iconici, come i landscapes dei grattacieli di Manhattan o di dipingere soggetti storici da Accademia, Hopper preferisce gli operai e le vie fumose, i bar e gli angoli deserti immersi in un tempo sospeso, metafisico nel quale i soggetti sembrano perdersi nelle loro solitudini estranei dalla realtà che li circonda. Il silenzio, il dramma, i soggetti che fluttuano nello spazio urbano determinano una ricerca da parte dello spettatore che ha il compito di codificare, interpretare e continuare la narrazione dei fatti e Hopper spinge a questo risultato, affascinando e dando una punta di erotismo a queste immagini intense, ferme che portano solo lontanamente la memoria della vita.

New England e le architetture del cuore
Dal 1912, Hopper trascorre le estati lontano dalla città e sperimenta una nuova libertà. Vive estati felici, inizialmente a Gloucester, sulla costa del Massachusetts, poi nel Maine e a Cape Cod. La pittura torna nella natura dove la presenza umana è rappresentata dalle architetture delle case. Le coste rocciose, i fari, i piccoli agglomerati di case e i villaggi dei pescatori. L’immagine simbolo di questa retrospettiva, fulcro della visita al piano nobile, è Cape Cod Sunset (Tramonto a Cape Cod, 1934) nel quale si rappresenta la luce crepuscolare inonda l’architettura di una tipica casa vittoriana bianca dai camini rossi, che si staglia in un cielo dalle pennellate delicate di azzurro chiaro.
A Gloucester, da illustratore diviene pittore e sperimenta la pittura ad acquerello spinto anche dall’incontro con la compagna della sua vita Josephine Nivison, detta Jo, già con lui negli studi alla New York School of Art qualche anno prima.

Jo compagna di lavoro e di vita
Jo, pittrice figurativa, condivide con il marito Edward il lavoro e molto spesso è sua modella. Coinvolta e coinvolgente nella crescita professionale, è un soggetto molto presente nella produzione dei ritratti e negli interni familiari. Josephine è la donna della sua vita, musa ispiratrice e compagna competente nella crescita artistica. Inoltre, è colei che dà ordine al suo lavoro occupandosi della gestione dei suoi archivi e dei quaderni che contengono i disegni a penna e inchiostro. Questi schizzi, che Hopper utilizza come disegni di prova per le opere su tela, sono realizzati con estrema cura e sotto ciascuno di essi, è la stessa Jo che annota un racconto su come immagina sia raffigurata l’opera, il prezzo di vendita e il nome dell’acquirente.
L’eccezionalità di questo materiale d’archivio grazie al fondo acquisito “Sanborn Hopper Archive”, donato al Whitney Museum dall’Arthayer R. Sanborn Hopper Collection Trust e qui in mostra a Pisa per la prima volta. La presenza dell’archivio permette una lettura e un’interpretazione delle opere più approfondita e corretta. In una prospettiva più intima e quotidiana dalla quale si può evincere metodo di lavoro, studio e approccio alla realtà dell’artista americano. In mostra, A woman in the Sun (1961), l’immagine di lei ormai settantottenne, nuda in un interno. Bagnata da un fascio di luce dorata, uno spaccato intimo, una sensualità erotica latente, l’essenzialità dell’arredo e le campiture nette di colore. Un vero capolavoro e omaggio all’amore fisico e spirituale per la moglie.

L’insegnamento dei maestri
Altra nota di merito della mostra è un capitolo dedicato al confronto con i maestri: William Merritt Chase e Robert Henri, che lo indirizzano allo studio della figura, prova sono i ritratti e i nudi realizzati da Hopper che riflettono in particolare l’influenza di Henri nelle note cromatiche e nei toni cupi e le pennellate decise.
Esempio ne è l’opera Figura solitaria in un teatro (Solitary Figure in a Theater, ca. 1902-4). Il loro insegnamento però spinge a guardare e far memoria della realtà cercando nella periferia delle città americane la verità del vissuto. E a privilegiare l’espressività, l’impatto psicologico, la metafisica dei luoghi piuttosto che la rappresentazione di figura accademica. A questo si aggiunge il lavoro di grafico, illustratore e incisore. Che gli dà da vivere e sviluppa nell’artista il senso di un’ironia a volte beffarda e sagace.

La rassegna cinematografica
In occasione della mostra, il Cineclub Arsenale di Pisa proporrà fino al 20 gennaio, la rassegna cinematografica ‘Luci e attese: Il fascino di Hopper nel cinema di Hitchcock, Argento, Lynch e Antonioni’. Si inizia con “PSYCHO” di Alfred Hitchcock, capolavoro che riflette perfettamente gli ambienti dipinti da Hopper alternando momenti di tensione ai toni rassicuranti dell’America puritana. Il film sarà introdotto da Ilaria Floreano, autrice del libro “Volevo dipingere la luce del sole. Vita di Edward Hopper tra pittura e cinema” (Bietti Edizioni).
EDWARD HOPPER: NEW YORK E OLTRE
A cura di Barbara Haskell e Caroline Webb
Fino al 7 marzo 2027
PALAZZO BLU
Lungarno Gambacorti 9, Pisa
www.palazzoblu.it



