
Lo spirito della poesia è il titolo della mostra nel Parco archeologico del Colosseo sul Palatino a Roma. Quaranta opere, tra pittura e design, per dare consistenza alla poesia femminile, risalente alla letteratura greca arcaica
Lo spirito della poesia è il titolo della mostra che si dirama nel Parco archeologico del Colosseo sul Palatino a Roma. Quaranta opere, tra pittura e design, per dare consistenza e rendere fruibile la voce della grande poesia femminile della letteratura greca arcaica. Un percorso espositivo rilevante e complesso su Saffo, mai registrato fin a ora. Proprio per l’estrema difficoltà di tenere insieme quei vuoti e quei pieni che caratterizzano la sua storia. Noi ci siamo arrivati pensando che la frattura tra quello che abbiamo e non abbiamo, – la natura un po’ a piccole isole, ad arcipelago – corrispondesse proprio a Saffo: alla sua poesia fatta per frammenti, per piccole isole, ha dichiarato all’ANSA la curatrice Silvia Romani.
Infatti, della poetessa le tracce esistenziali lasciate sono frammentarie come i versi che impartiva alle ragazze del tiaso, provenienti da Lesbo. Altre, invece, arrivavano dalla Ionia e le sollecitava a scrivere liriche. Insegnava loro quale abito indossare nelle varie occasioni o come sistemare i capelli, lasciando dietro di sé interpretazioni contraddittorie. Per alcuni Saffo era bellissima. Per altri brutta e scura. Esiste, comunque, un epigramma attribuito a Platone, raccolto nell’Antologia palatina, che la definisce come Decima Musa, attribuendole uno statuto divino, al di là dell’umano.
Il percorso espositivo si articola in due nuclei
Si attesta su due nuclei: la Saffo storica e poetica e la Saffo leggendaria e popolare, in un intreccio tra realtà e mito: antichità e modernità. Difatti, nel primo padiglione delle Uccellerie, è riedificata, con vasi figurati, sculture, bassorilievi antichi. Spicca l’hydria attica, a figure rosse, del Gruppo di Polignoto, 440-430 a. c., custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Dalla lettura dell’opera emerge la concentrazione massima della poetessa mentre legge i propri versi da un volumen, un rotolo di papiro aperto. Vicino a lei tre giovani donne, allieve o amiche del tiaso. Nella raffigurazione emerge il focus sulla lettura e sulla scrittura femminile: un comportamento raro e notevole per l’epoca. Una sorta di popstar ante litteram – sottolinea ancora la Romani – tanto da trovare il suo nome nei vasi.
Ma la sezione non finisce qui. Comprende anche due importanti rappresentazioni del corredo saffico: il tuffo, con una proiezione della poetessa che si lancia dalla rupe di Leucade, conservata nella Basilica sotterranea di Porta Maggiore, a Roma. Altra presenza immancabile nei suoi frammenti poetici è la luna. A tal proposito, Silvia Romani ricorda che, nel 1554, una quartina celebre è inserita per la prima volta nella raccolta dei testi attribuiti a Saffo.
Un frammento in cui l’io poetico lamenta una solitudine universale, quando la luna e le Pleiadi erranti lasciano il cielo, e l’ora fugge:
È tramontata la luna.
Con lei le Pleiadi. La notte
è al suo mezzo. Fugge l’ora
e io dormo, sola.
Le opere
Ambiti notturni e contemplativi della poesia di Saffo si ritrovano ne La luna mancante avanti l’alba di Filippo Palizzi del 1865 circa. Inserito nella mostra per visualizzare l’aspetto notturno, intimo, solitario dei frammenti poetici più famosi.
Il secondo padiglione è dedicato, invece, alla trasformazione della poetessa con La morte di Saffo di Gustave Moreau, del 1876, e l’immagine della poetessa, riversa sulle rocce o immersa nel sonno della morte. Secondo la leggenda classica, resa celebre dalle Heroides di Ovidio, Saffo si gettò dalla rupe di Leucade nel Mar Ionio, disperata per non essere corrisposta dal giovane Faone. Nel dipinto stringe a sé la lira, che simbolicamente innesta la creazione artistica nel canto e nel sacrificio, fondendo poesia e morte.

Ne è un esempio L’uovo di Saffo di Alda Merini ed Enrico Baj. Alcuni frammenti sono stati riscritti dalla Merini, che si è fatta ispirare dai suoi temi dominanti: amore, abbandono, notte e luna, trasfigurati nella propria sensibilità, segnata da una forte tensione spirituale. Baj, invece, noto per l’ironia e neo dadaista, ha curato l’apparato visivo, le illustrazioni e il contenitore dell’opera.



