
Il museo scozzese di Kelvingrove, a Glasgow, rimuove la testa di una mummia egizia: il mummificato non ha dato il proprio consenso
Il Regno Unito si è svegliato nelle ultime ore con la clamorosa, e sinceramente assurda, notizia che il museo scozzese di Kelvingrove, a Glasgow, ha rimosso la testa di una mummia egizia, e altri reperti umani e non, dall’esposizione al pubblico. La rimozione è stata giustificata come segno di rispetto: la persona mummificata non ha dato il proprio consenso a essere esposta dopo la morte, quindi l’esposizione non sarebbe etica. E non è una notizia di Lercio!
Tra gli altri oggetti ritirati figurano un sarcofago dipinto, contenente i resti del sacerdote Nekht. E una mano destra mummificata recuperata nella Valle dei Re a Luxor, in Egitto, oltre a un piede mummificato. Il Kelvingrove, inaugurato nel 1901 e visitato da oltre 1,3 milioni di persone l’anno, espone da tempo mummie egizie e altri resti della civiltà nordafricana. Tuttavia, sembra che le bozze delle policy del museo sui resti umani prevedano che, per esporne qualcuno, si debba ottenere il consenso della persona stessa o dei suoi discendenti. Amen!

Ovviamente anche la politica sta intervenendo su questa decisione abbastanza discutibile, con ferventi critiche sulla “follia woke” contro la direzione del museo. Il museo è gestito da Glasgow Life, ente benefico finanziato dall’amministrazione cittadina, e quindi con uno specifico indirizzo politico. Secondo il Times, un portavoce ha difeso la scelta come in linea con la “pratica museale contemporanea”. Ha ricordato che il codice etico aggiornato dell’International Council of Museums, pubblicato a giugno 2026, invita i musei a tutelare la dignità intrinseca dei resti umani e a promuoverne il rispetto.
4600 anni fa
Cosa che, a occhio e croce, chi scrive (da ex candidato alla presidenza di ICOM Italia) ritiene ben diversa dal chiedere il consenso informato del defunto! Soprattutto se vissuto qualche annetto fa, tipo 4600 anni fa. Ma le bozze delle policy di Glasgow Life Museums, è stato spiegato, prevedono che i resti si espongano solo con un consenso documentato e informato della persona defunta o, in casi adeguati, dei suoi discendenti. Senza questo consenso, a suo giudizio, togliere dalle sale i resti umani dell’antico Egitto è un gesto più rispettoso verso i defunti.

Ma in Italia, allora, come ci si dovrebbe regolare con le reliquie dei santi? Ad esempio, proprio lo scorso agosto a Catania si è celebrato il 900° anniversario del ritorno delle reliquie di Sant’Agata, che sono ben visibili e oggetto di venerazione da parte dei fedeli. Non ci risulta che Sant’Agata abbia firmato una liberatoria. E al Museo Egizio di Torino è scattato il panico, così come al nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo. Ed a Roma a San Salvatore in Lauro, dove si custodiscono alcune reliquie di Padre Pio, e a San Giovanni Rotondo, dove riposa il corpo del santo, visibile ai fedeli. Ovviamente siamo nell’ambito dell’assurdo.,
Ma il problema delle mummie non è solo scozzese: già nel 2023 il British Museum, insieme ad altre istituzioni museali inglesi e, appunto, scozzesi, iniziò a cambiare le didascalie nel settore dell’antico Egitto. Fu rimossa la parola “mummia”, sostituita da “resti mummificati”. La giustificazione, se così la si può definire, era evitare la “de-umanizzazione” dei reperti. Perché la parola “mummia” avrebbe una derivazione e un passato di marcato segno colonizzatore. Stessa sostituzione al National Museums Scotland e al Great North Museum, dove addirittura hanno considerato la parola “mummia” evocativa di creature soprannaturali o mostruose. Hanno visto troppi film?



