25 Ottobre 2026 08:30

Il Sole allo Zenit #59: I due Bacon e modi diversi di fruire le mostre

Francis Bacon, Three studies of Muriel Belcher (dettaglio), 1966, olio su tela, 35,5×30,5 cm

Piacciano o meno, certe mostre regalano spunti non da poco e, dopo la mia visita all’Hangar Bicocca per le personali di Luciano Fabro e Aki Sasamoto, mi è tornata la voglia di studiare tantissimo.

Oltre alla solita fruizione estetica, una mostra può infatti offrire buone scuse per riprendere nozioni che si ignoravano o che si volevano approfondire, ed essere un ottimo pretesto per ripassare qualche dato rimasto troppo in profondità nell’ippocampo, in quel lobo temporale mediale che sta all’altezza delle orecchie e che ci fa magari dimenticare di quanto Francis Bacon fosse geniale. Ma attenzione, non solo il pittore, perché di Francis Bacon noti ce ne sono stati almeno due. Francesco Bacone, il cui nome si ama italianizzare, che nacque a Londra negli anni sessanta del 1500 e morì 26 anni dopo l’inizio del secolo successivo, che fu procuratore generale e Lord Cancelliere, oltre ad essere stato filosofo, giurista, saggista e strenuo sostenitore della conoscenza e del metodo induttivo fondato sull’esperienza, riassumibile con la famosa frase: «sapere è potere», e non solo.

Agli opposti del metodo scientifico ci sta invece lui, il Francis Bacon pittore. Che di scientifico ha ben poco e che dipingeva papi urlanti, furie, crocifissioni e amici spesso in pose angosciate e cupe. Giocatore d’azzardo e gran bevitore, lavorava nel suo piccolo leggendario studio di South Kensington a Londra in mezzo a mille cianfrusaglie, tra tubetti vuoti, fotografie e fogli di giornale dove tutto si può dire ma non che ci siano metodo o organizzazione. E pure quando i suoi quadri raggiunsero somme a sei zeri, non cambiò mai il posto di lavoro e preferì continuare a spendere migliaia di pounds in champagne, nei bar di Soho. Per individuare qualcosa di preciso in quello studio sarebbe servito il piano cartesiano e le sue coordinate x, y, z, che sono sì gli assi che permettono di ritrovarsi nello spazio e di individuare un punto in modo univoco ed esatto, ma sono anche le ultime lettere dell’alfabeto e in inglese vengono usate per indicare elementi incogniti al pari dei nostri Tizio, Caio e Sempronio. In tono colloquiale americano servono poi per avvertire una persona senza farsi troppo capire: «examine your zipper», ovvero «controllati la cerniera», che si può sempre dimenticare abbassata.

Francis Bacon’s 7 Reece Mews Studio, fotografato da Perry Ogden

Mentre un modo divertente per vivere certe avventure con lo spazio e la geometria è quello di leggere Flatlandia, il romanzo fantascientifico di Edwin Abbott, scritto nel 1884, che racconta gli abitanti di un mondo bidimensionale incapaci di concepire l’esistenza di quello tridimensionale. A un certo punto della storia il Quadrato protagonista incontra la Sfera proveniente da Spacelandia che gli svela un mondo con la terza dimensione dove tutto è più esclusivo e funziona alla perfezione e, benché l’intento del libro fosse dissacratorio nei confronti della società Vittoriana, il Quadrato finirà imprigionato per eresia a causa del suo rifiuto nell’accettare la diffusa ideologia. Del resto nella matematica e nella geometria ci sono parecchi aspetti complicati da capire, come la funzione degli «attrattori strani», ossia quell’insieme di valori verso cui evolve un sistema dinamico caotico a lungo termine e dove le traiettorie non si fermano su un punto fisso o un’orbita regolare ma disegnano una complessa struttura geometrica con dimensione frattale, mostrando una forte sensibilità alla condizione iniziale. O come la spirale del guscio delle lumache che è sempre destrorsa, fatta eccezione per un rarissimo esemplare terrestre scoperto in Nuova Zelanda che ha il guscio che si avvolge verso sinistra, con una condizione chiamata sinistrorsione che la rende incapace di accoppiarsi con le altre lumache della sua specie. A dire il vero non ho mai nemmeno capito il motivo per cui lo Scarabeo Stercorario debba riunire in sfere precise e compatte la materia organica che raccoglie prima di mangiarsela e preferisco di gran lunga approfondire materie umanistiche che sono più nelle mie corde.

Diego Velázquez, Le filatrici (La favola di Aracne), 1657, olio su tela, 167×252 cm

La mitologia, ad esempio, torna spesso nei dipinti e tra i molti miti affrontati, tanto per non distoglierci troppo dal mondo degli insetti, quello di Aracne è uno dei più presenti. Donna abilissima nell’arte della tessitura, orgogliosa e un po’ arrogante, Aracne sosteneva che il suo talento non fosse da attribuire ad Atena, dea della sapienza, delle arti e della tessitura, e si offrì di sfidarla con spola e telaio, finendo trasformata in un ragno crociato. Il mito fu trattato da molti pittori, tra i quali Tintoretto, Rubens e Diego Velázquez, che nel 1657 lo dipinse ne Le Filatrici e lo inserì poi sulla parete di fondo di Las Meninas, a fianco al Giudizio di Mida. E, a proposito di miti e insetti, ho scoperto che esiste persino lo Scarabeo Ercole: è uno dei più grandi al mondo, presenta una lunga pinza frontale ed è così forzuto da poter spostare pesi fino a cento volte il suo. Un altro tema che è ripreso spesso dall’arte moderna (e medievale) è La tentazione di Sant’Antonio, interpretato da Salvador Dalí, Paolo Veronese e Hieronymus Bosch, tanto per citare i pittori più noti che ci hanno fatto rivivere i fantasmi nella mente del povero abate. Lo stesso soggetto sta a cuore anche alla letteratura e Gustave Flaubert gli dedicò addirittura tutta la vita dopo che rimase affascinato da un quadro visto a Genova.

Laurence Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, Edizione Einaudi, 1958

In seguito alla mia visita all’Hangar Bicocca ricordo poi meglio l’architettura barocca, il mito di Prometeo o la differenza tra pulitura e politura del bronzo: l’una è la fase iniziale di rimozione di sporco e incrostazioni, l’altra consiste nel levigare la superficie attraverso abrasivi sempre più fini, spazzole o paste, così da rendere il bronzo ancor più lucente. So inoltre cosa accomuna Archimede, Giovanni Battista, Socrate, Pier Paolo Pasolini, Crazy Horse e Antoine-Laurent de Lavoisier: tutti hanno subito violenze sul corpo per la stupidità delle idee di altri. Infine mi è venuta voglia di comprare quel libro di Laurence Sterne che s’intitola La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, sperimentale antiromanzo senza trama, che uscì nel dicembre del 1759, nel quale il protagonista è rimasto abbozzato e risulta quasi esterno al corso del racconto.

Hieronymus Bosch, Tentazioni di sant’Antonio, 1515 circa, olio su tavola, 70×51 cm

Questo è tutto ciò che ho ripreso in mano dopo la visita alle mostre di Luciano Fabro e Aki Sasamoto. E felice come Merlino in partenza per le Hawaii, con la bottega chiusa ma con la bocca aperta come nei ritratti del Caravaggio, studio e rileggo, apprendo e conosco. Così posso.

Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni