
“Vivo in esilio a causa del regime da decenni, e il mio lavoro è vietato in Iran”, risponde Neshat a chi le rimprovera la sua contrarietà alla guerra
Chiunque frequenti anche da appassionate il mondo dell’arte contemporanea, conosce sicuramente almeno nei termini generali la storia di Shirin Neshat. Quella di un’artista e regista iraniana, costretta all’esilio dagli anni ’90 a causa delle sue opere critiche verso il regime iraniano e la condizione femminile da questo imposta. Vive negli Stati Uniti dal 1974, e il suo lavoro è da sempre caratterizzato da forti immagini e video sui temi dell’identità e della sofferenza della separazione. Eppure, nell’esasperato manicheismo che caratterizza questo momento storico, specie in area anglosassone, qualcuno è arrivato al paradosso di accusarla di partigianeria pro-ayatollah.

“Negli ultimi giorni molti iraniani mi accusano di essere filo-regime islamico”, si è sentita costretta a scrivere in una lettera aperta affidata ai suoi canali social. “Il che non potrebbe essere più lontano dalla verità: vivo in esilio a causa del regime da decenni, e il mio lavoro è vietato in Iran”. Ma da cosa origina l’accusa? “Molti mi criticano per essermi presentata a una protesta contro la guerra a New York. Non capisco perché questo sia un crimine. Sono assolutamente contraria al regime iraniano, ma sono anche contraria alla guerra”.

Ma nel chiudere la sua missiva la grande artista ritrova il suo conosciuto e apprezzato spirito ecumenico: “chiedo ai miei amici iraniani di smetterla, rispettiamo i reciproci punti di vista e concentriamoci su ciò che conta invece di attaccarci a vicenda. Abbiamo un disperato bisogno di unità. Amo il mio Paese e amo e rispetto tutti voi, indipendentemente dalle vostre convinzioni ideologiche”.




