
Due mostre aperte a Venezia in concomitanza con la Biennale mettono in luce approcci diversi ma convergenti nell’uso del vetro
Due mostre, aperte a Venezia in concomitanza con la stagione della Biennale, mettono in luce approcci molto diversi ma sorprendentemente convergenti nell’uso del vetro come materiale di ricerca e sperimentazione. Nel temporary show della Galleria Barovier&Toso Ibrahim Mahama presenta A Shea Garden, un progetto che prosegue la sua indagine sui materiali e sulle storie degli oggetti. Noto per le sue installazioni realizzate con sacchi di juta e altri residui delle economie globali, l’artista ghanese introduce qui un elemento nuovo: il confronto con il vetro di Murano.

Al centro della mostra vi sono i recipienti in argilla tradizionali del nord del Ghana, oggetti legati alla quotidianità agricola e domestica, che vengono riletti attraverso un dialogo con la tradizione vetraria veneziana. Il vetro diventa così uno strumento per ampliare il significato di queste forme vernacolari, aprendo a nuove possibilità narrative e simboliche.

Negli spazi di Ca’ Tron, la Fondazione Berengo e Berengo Studio presentano invece Ocean of Drops, mostra personale di Tony Cragg costruita attorno a una monumentale scultura in vetro realizzata a Murano. In questo caso, il vetro non è tanto elemento di dialogo con una tradizione esterna, quanto materia centrale per indagare la natura stessa della forma.

Se Mahama utilizza il vetro per mettere in relazione culture, geografie e storie materiali, Cragg lo impiega per esplorare le leggi interne della materia e i meccanismi della percezione. In entrambe le mostre, tuttavia, il vetro di Murano si conferma non solo come eccellenza artigianale, ma come medium contemporaneo capace di attivare riflessioni complesse. Sulla memoria e il lavoro nel caso di Mahama, sulla conoscenza e la forma nel caso di Cragg.




