
Per alcuni questa “In Minor Keys” è, finalmente, un ingresso nell’altra dimensione e la dimostrazione che l’Africa e le sue diaspore hanno trovato la loro propria voce; per altri si è completato il ciclo dell’art-washing
Dopo la seconda ricognizione alla 61.ma Biennale d’Arte di Venezia appare chiara, in filigrana, una questione: le “Minor Keys” potranno essere considerate forse una vera e propria corrente, ma dell’antica vibrazione delle pratiche del silenzio, della dimenticanza, della problematica, non hanno più nulla.
Le pratiche “minori” sono diventate il palcoscenico globale del pensiero curatoriale contemporaneo: come non vederlo chiarissimo nella Biennale più istituzionalizzata del mondo?
Il metodo-pensiero sdoganato più di dieci anni fa da Massimiliano Gioni e continuato da Christine Macel (perché in fin dei conti anche la sua “Viva Arte Viva” non si allontanava dall’assunto dell’ “umano-umanissimo”, del beuysiano “tutti artisti”, delle tonalità spirituali, quando non mistiche, dell’arte visiva attuale) trova la sua estrema ramificazione ora, con il progetto di Koyo Kouoh portato avanti fedelmente dal suo team.
Dai Giardini all’Arsenale l’allestimento è ottimo, ma lo sguardo non trova un attimo di tregua e respiro: pochissima o quasi assente la tecnologia; la fotografia usata come dispositivo documentario o di archivio. Materiali poveri, sempre: cuciti, ricami, legno, corde, perline, tessuti di ogni tipo, fili di lana e ceramica o, più precisamente, terra cotta.
Più museale al Padiglione Centrale dei Giardini, la Biennale si trasforma in un ambiente Fair-Taylored (ovvero con molte opere di dimensioni più o meno ridotte, ideali per la vendita, prodotto di fiera) specialmente all’Arsenale, vendicando all’ennesima potenza quello che era la rarefatta “Stranieri Ovunque” di Pedrosa e la perfettamente “Il latte dei sogni” musealizzata di Cecilia Alemani, gestita e nata “online” durante il biennio pandemico.

Per alcuni questa “In minor keys” è, finalmente, un ingresso nell’altra dimensione (quella dove non esistono più i coloni e i colonizzati), e la dimostrazione che l’Africa (principalmente) e le sue diaspore hanno trovato la loro propria voce; per altri si è completato il ciclo dell’art-washing, normativizzando l’imprendibile, romantizzando il problematico, cucendo quella “diversità” che funziona solo nella filosofia e dentro le possibilità di un mondo dell’arte che, di nuovo, torna ad essere sempre e comunque esclusivo, egemonico nell’atto dell’allineare le diversità per poi rivenderle, nel semplificare il complesso.
Così, di nuovo “In Minor Keys” suona come l’ultimo episodio del film a puntate (della fiction?) dove tutto sembra trovare il proprio equilibrio, dove il precario e la precarizzazione si fanno referenza e resistenza. E dunque norma (dogma?).
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