05 Ottobre 2026 12:59

Addio a Duane Michals, fotografo delle immagini “che non sembrano”

Duane Michaels, autoritratto come diavolo in occasione del 40.esimo compleanno, 1972

Duane Michals, uno dei più rivoluzionari fotografi del Novecento, è morto a Manhattan all’età di 94 anni. A darne l’annuncio è stata la galleria DC Moore, che da anni rappresentava l’artista. La causa, una breve malattia

Nato a McKeesport, Pennsylvania, nel 1932 in una famiglia operaia, Michals non frequentò mai una scuola di fotografia. Scoprì la macchina fotografica quasi per caso, nel 1958, durante un viaggio in Unione Sovietica con una camera presa in prestito da un amico. «Se non fossi mai andato in Russia, se non avessi mai imparato a dire “Posso fare una foto?” in russo, non sarei mai diventato un fotografo», raccontava. Da quel momento, graphiste di formazione, ha costruito una carriera che sfida ogni classificazione, muovendosi tra moda (Vogue, Esquire), ritratti di celebrità (Meryl Streep, Sting, Clint Eastwood) e, più recentemente, campagne per Bottega Veneta con l’attore Jacob Elordi.

Ma il suo lascito è un altro. Negli anni Sessanta, quando il fotogiornalismo e il «momento decisivo» di Henri Cartier-Bresson erano legge, Michals ha iniziato a fare l’opposto. Non un singolo scatto, ma sequenze di immagini in bianco e nero, da quattro a trenta fotogrammi, che raccontavano storie come una striscia a fumetti. In lavori come Chance Meeting (1970) o Things Are Queer (1973), i corpi si sfumano, si moltiplicano, scompaiono. La fotografia smetteva di documentare la realtà per raccontare l’invisibile: sogni, desideri, la morte, lo scorrere del tempo.

Nel 1969, Death Comes to an Old Lady: cinque riquadri. Una donna seduta, un uomo in abito scuro che appare accanto a lei, si dissolve fino a diventare ombra, la donna si alza e diventa a sua volta evanescente. A interpretare la vecchia, Michals chiamò sua nonna. La Morte era suo padre. «Per me la fotografia descrive le apparenze ma finché il fotografo non annota ciò che sta fotografando, è solo descrizione».

E ha iniziato a scrivere a mano sui suoi stampe. Parole che non descrivono l’immagine, ma la completano, le danno voce. «My father could walk in the sky / He promised to teach me how / But he left without saying goodbye / I don’t cry, I’m a grownup now». Così recitava la didascalia di un suo celebre double-exposure. «Scrivo per parlare di ciò che non si può vedere nella fotografia», diceva. Era la sua risposta alla poetica dell’epoca: non ciò che sembra, ma ciò che si sente.

Michals, apertamente gay in un’epoca in cui non era affatto semplice, ha condiviso la vita per più di cinquant’anni con l’architetto Frederick Gorrée, sposato nel 2011 fino alla morte di quest’ultimo nel 2017. Non lascia eredi diretti.

Torino ebbe un ruolo speciale nel rapporto di Michals con l’Italia. Già nel 1974, l’artista aveva esposto a Palazzo Villanis con la galleria Documenta, come testimonia un raro invito d’epoca. Ma è nel 2018 che la città gli ha dedicato una grande retrospettiva: , il Museo Ettore Fico (MEF) ospitò una mostra di 160 immagini, curata da Enrica Viganò nell’ambito della prima edizione di FO.TO – Fotografi a Torino. L’esposizione, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mapfre di Madrid, ripercorreva l’intera carriera dell’artista: dagli esordi in Unione Sovietica ai ritratti dei suoi «maestri» (Magritte, de Chirico, Balthus), dalle celebri sequenze fotografiche ai lavori più tardivi come i cortometraggi. In quell’occasione, i critici sottolinearono come Michals fosse capace di suggerire immagini di «ciò che in realtà non mostrano»: poetiche e sconcertanti, spesso accompagnate da frasi scritte a mano con pennino e china. «Quando guardi le mie fotografie, stai guardando i miei pensieri», ripeteva. E a Torino, per qualche mese, i suoi pensieri sono stati a portata di sguardo.

Negli ultimi anni si è dedicato anche al cortometraggio, collaborando con il regista Josiah Cuneo. Il suo lavoro è stato celebrato da mostre retrospettive al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh (2014-15) e alla Morgan Library & Museum di New York (2019). In Svizzera, la mostra Il fotografo dell’invisibile a SpazioReale di Monte Carasso rimarrà aperta fino al 21 giugno.

«Non sapevo che non si dovesse scrivere sulle fotografie. Per fortuna non ho dovuto disimparare nulla», dichiarava Michaels, citando Picasso. Ed è stata esattamente quella libertà ingenua e feroce a fare di Duane Michals un artista senza eredi, impossibile da imitare. Un uomo che ha passato la vita a inseguire, come diceva lui, «il momento prima e il momento dopo».