
Addio a questo luglio ricco d’afa, in una nuova puntata dove il Sole allo Zenit è arrivato con tutta certezza al suo punto massimo di quest’anno al giro di boa…buona lettura, e buone vacanze!
Va sempre così. Tutto l’anno ad aspettare l’estate e il sole caldo e ora che ci siamo vorrei che luglio finisse presto. Perché ne ho già abbastanza dei caffè shakerati e dei condizionatori che mi provocano certi torcicollo che non passano nemmeno con i farmaci da banco. Di buono c’è che leggo, perché è difficile convincersi a uscire, incontrare persone con cui fare conversazione e sorseggiare del vino con le bollicine. Venerdì però sono andato a ritirare un lotto in una casa d’asta per conto di un cliente: il cactus della Gufram progettato da Drocco e Mello. È stato divertente farlo entrare in macchina, guidare per un centinaio di chilometri, parcheggiare e camminare con quell’affare verde sulla spalla che è più grande di mia figlia Olivia, sentendomi osservato fino alla casa del collezionista che ovviamente non era in un quartiere isolato ma in un frequentatissimo centro storico.


Per il resto, in questo periodo dell’anno sono piuttosto apatico, anzi addirittura abulico. Leggo e mi annoio. Voi come fate? Persino scrivere è difficile, anche se ogni tanto mi ritrovo a doverlo fare. A un collezionista che si lamentava di non aver fatto moneta con il suo dipinto di Emilio Vedova ho infatti scritto un lungo messaggio in difesa dell’arte nostrana che lui attaccava a spada tratta e ho sostenuto che “L’arte italiana soffre perché le istituzioni non la difendono molto, a differenza di altre nazioni, ma la qualità di certi autori non si discute e ancor meno quella di certe opere. Non è una storiella come ritieni: c’è un peso culturale e un peso immediato economico. Van Gogh non aveva acquirenti, Isabella Stewart-Gardner si lamentava con il Berenson di aver pagato troppo le opere, Giulio Paolini negli anni ’80 si preoccupava perché non vendeva niente mentre Clemente e gli altri Transavanguardisti erano quasi ricchi. Bisogna anche tenerli i quadri per guadagnarci. Tutti vogliono i nomi già forti, a prezzi bassi, con opere importanti, che rivendono a breve con profitto. Ma chi ha gusto, cultura e possibilità, per fortuna fa anche altre scelte e spesso nel lungo termine viene premiato. Non è una storiella, è storia. Io sto comprando Santomaso per un cliente, ho consegnato la scorsa settimana un importante lavoro di Morlotti, cerco un Sanfilippo. Per fortuna c’è un collezionismo diverso, forse anche più vero di quello sulla bocca di tutti. Nella mia piccola collezione ho lavori di Peter Downsbrough, Dan Graham, Robert Barry, Endre Tot, Jonathan Monk, Ignacio Uriarte, Louise Lawler, Paul Gees, Ariel Schlesinger, Jan Dibbets etc. tra gli altri. Valgono? Nella storia dell’arte secondo me sì. Economicamente ora non molto, un giorno chissà. Per la formazione del mio gusto e la mia esperienza valgono tantissimo. E ancora: De Chirico ha ispirato Magritte. A parità di quadro De Chirico costa 500.000 euro, Magritte 10 milioni. Chi compreresti? Magritte ha avuto fortuna in America (grazie a John e Dominique de Menil), De Chirico tra l’Italia e la Francia. Questa è la spiegazione del divario economico. Ma chi ha studiato arte sa che De Chirico vale tanto quanto. E come lui il suo maestro ispiratore Arnold Böcklin. Siamo sicuri di valutare tutto questo in termini economici? L’arte non è SpaceX o Nvidia. Non per noi. Un abbraccio, Nicola“.
La risposta è stata la seguente: “Sì, hai ragione, ma ne ho piene le scatole!“. E lo capisco. Anche se nella scala dei tristi, caro amico, non sei di certo l’ultimo, e anch’io in questo luglio terribilmente caldo (e come si fa a volergli bene, tra l’altro?) ho alzato gli occhi al cielo dopo aver inviato un paio di proposte a un collezionista che mi ha risposto di essere ormai in Sardegna (come se dalla Sardegna non si potessero far compere!). Ero anche convinto di aver venduto un quadro estroflesso che trattavo da molto tempo, ma il compratore ha aggiunto sul finale un altro lavoro in permuta parziale che ha fatto saltare il banco e non solo. Nel frattempo attendo che una cara amica appassionata d’arte riesca a cedere una casa di proprietà così da avere la liquidità necessaria per togliersi lo sfizio di un Teatrino di Fontana o un Volume di Dadamaino e arricchisco, mio malgrado, la lista di ciò che ho in contovendita: un Concetto Spaziale di Lucio Fontana del 1957, un grande Castellani “silver”, una Natura Morta di Gino Severini, uno specchio di Pistoletto, un’opera storica di Christo, una fotografia di Louise Lawler, uno scatto pluripubblicato di Wolfgang Tillmans, un olio su tela di Carla Accardi, un coloratissimo Carnevale di Tancredi Parmeggiani, un Keith Haring bianco e nero, qualche libro antico e tanto d’altro. Prendete pure nota e grazie per tenerne conto.


E sempre in questo luglio ricco d’afa ho scoperto che in Puglia tutti gli ingressi dei trulli sono rivolti verso l’alba, ho guardato Wimbledon e qualche partita della FIFA World Cup per la quale avevo scommesso pesante e sicuro sull’Olanda (cosa che non avevo mai fatto prima, ma dovevo pur darmi qualche emozione visto che l’Italia non c’era!). Peccato che quella squadra forte e ben quotata non sia arrivata nemmeno ai quarti di finale e così ho capito meglio il senso della seguente frase: chi vince festeggia, chi perde spiega. Infine ho guardato per la terza volta, ma a distanza di anni, un film di Luis Buñuel che s’intitola Quell’oscuro oggetto del desiderio. L’ho rivisto di notte perché un raro e bramato temporale mi ha svegliato di soprassalto e anziché girovagare per casa con la lanterna in mano e guardar fuori dal vetro smerigliato, sono passato allo schermo. Si tratta del suo ultimo film, è ambientato in Spagna e Francia, e racconta la storia di Mathieu, ricco cinquantenne francese che s’innamora di una diciottenne che ripetutamente gli frustra desideri e aspettative. La particolarità geniale del film è che ci sono due attrici, Carole Bouquet e Ángela Molina, una francese, l’altra spagnola, che si alternano nel ruolo della protagonista Conchita senza un criterio preciso, col risultato di accrescere dubbio e mistero. Rimane un capolavoro anche dopo che l’ho rivisto, quindi ve lo consiglio. E a proposito di Buñuel aggiungo un aneddoto sul rapporto tra lui e Salvador Dalì, che ho appena letto: dopo che non si videro per trentacinque anni, un giorno, nel 1966, Dalì scrisse un telegramma in un francese ampolloso che chiedeva a Buñuel di raggiungerlo per comporre insieme il seguito di Un chien andalou. Buñuel rispose con un proverbio spagnolo: “Agua pasada no rueda molino” (acqua passata non macina più). Malgrado la risposta, in una delle ultime interviste Buñuel disse che gli sarebbe piaciuto bere un bicchiere di champagne con lui, prima di morire. Ma Dalì rispose: “Anche a me, ma non bevo più”. Peccato. Sarà stato un luglio torrido.
Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni




