
A Palazzo Pretorio fino all’8 febbraio 2027 opere di Barbieri tra scultura, biologia, matematica e tecnologie sperimentali
Zoè è la vita in senso biologico, il principio vitale comune a tutti gli esseri viventi, uomini, animali e piante. Bìos, nell’etimologia greca, significa vita, non soltanto come esistenza biologica ma come stile con cui l’individuo conduce la propria esistenza nel mondo. Questi due aspetti coesistono e sono compenetrati l’uno nell’altro, insieme li ritrovano nel racconto dello scultore Antonio Barbieri, che si dipana attraverso le sale del Palazzo Pretorio di Certaldo Alto.
Tecnologia ed indagine sul mondo
Scanner e sistemi di acquisizione dati, fotogrammetrie e algoritmi, modellazione e stampa 3D sono strumenti e processi attraverso cui l’artista amplia le proprie capacità di osservazione, acquisendo e interpretando informazioni che sfuggirebbero all’esperienza diretta. È l’artista che crea l’algoritmo e poi attraverso il gesto creativo lo interpreta, lo scompone e lo trasforma. La tecnologia torna così ad essere subordinata al fare artistico, riaprendo a Palazzo Pretorio il secolare dialogo tra tecnica e creazione. Attraverso la sua sapiente manualità, ciò che appartiene alla dimensione invisibile acquista corpo e viene tradotto in forme vibranti e poetiche.
Barbieri modella, assembla e dipinge a mano le proprie sculture in un confronto diretto con le qualità fisiche dei materiali, spesso questi ultimi lo provano fisicamente e lo costringono a trovare nuove soluzioni di realizzazione in fieri. La centralità del fare porta alla progettazione e ideazione di alcuni strumenti impiegati o alla loro modifica in funzione delle specifiche esigenze del lavoro. Barbieri è un artista curioso, indaga la natura attraverso scienza e tecnica meccanica, lo fa da autodidatta, ama i numeri e le sequenze, si interessa del mondo, dell’invisibile, delle particelle dalle quali tutto si genera, ne fa opere che spiegano l’immensamente piccolo, ciò che sfugge molto spesso alla nostra percezione del mondo.

Tecnologia e manualità, diventano parti di uno stesso processo creativo, che mira a produrre e trasformare, riportando la téchne, cioè l’abilità pratica, il “saper fare” guidato da regole e conoscenza, al suo significato originario nel quale il sapere coincide con il fare.
Opere a confronto con la storia del luogo
Le 18 opere create sono state concepite site-specific pensate per confrontarsi con le architetture, gli affreschi e le tracce della storia di Palazzo Pretorio. L’installazione “Time Rift”, “squarcio nel tempo” è un video che ricostruisce digitalmente, utilizzando l’intelligenza artificiale, gli ambienti trasformandoli in un nuovo scenario/realtà con le forme e dettagli delle opere in mostra. Un gate temporale attraverso le epoche, che squarcia le pareti, i muri della storia del Palazzo, che diventano parte attiva del progetto espositivo, in dialogo con la ricerca rivolta verso l’evoluzione della vita e le sue possibili trasformazioni future.
L’albero della vita è il primo tema svolto, tanto caro alla storia dell’arte, prende avvio dalle grottesche che decorano le pareti, che diventano però in installazione, un archetipo, un albero filogenetico,che mostra la discendenza evolutiva delle specie.

Natura ed immaginazione
Dagli alberi filogenetici che ricostruiscono relazioni e discendenze tra gli organismi si passa alle cinque Chimere, creature nate dall’innesto di elementi appartenenti a specie differenti. Barbieri combina scansioni autoprodotte con stampanti 3D ed elementi riconducibili a ibridi mitologici, rettili, pesci, uccelli, mammiferi e insetti, dando vita a creature visionarie e futuribili. La loro fattura è certosina e la forma stampata grezza viene in seguito modellata, dipinta, bagnata nella resina. Le venature, il chiaroscuro delle superfici, l’effetto lucido del vetro sono la cura e la firma del suo artifex, artigiano e creatore che dà forma alla Materia.
Il confine tra natura, invenzione e fantascienza diventa così sempre più sottile: l’artista scopre altri mondi che vivono in parallelo e porta queste strane creature all’interno di uno spazio che le contiene come un utero materno. Lo spettatore può visionare le opere girandoci intorno, scrutarle fino a far funzionare i meccanismi più reconditi dell’immaginazione, cercando nella memoria del proprio DNA la sua origine primordiale. Barbieri ha avuto una formazione accademica e ha il senso dell’equilibrio delle proporzioni, della bellezza frutto di canoni estetici riconosciuti e condivisi, così queste strane creature rimangono piene di grazia, fragili nelle loro strutture trasparenti e vivacemente colorate ma solide nel loro impatto visivo.
Le opere in mostra
Protogenìa artificiale è l’opera di più grande impatto che occupa un’intera sala, l’ultima e che forse raggiunge e travalica il limite dell’immaginazione. La grande scultura è un robot dai numerosi tentacoli fioriti, dalle forme giocose, che si aprono e chiudono grazie a dei meccanismi digitali autoprodotti. Nulla deriva da un organismo esistente, né dalla traduzione plastica di quello che è visibile. La fascinazione per la data visualization, cioè la visualizzazione di dati ed elementi complessi in elementi visivi come mappe, grafici e diagrammi portano alla facilitazione della comprensione dell’opera e ciò consente a Barberi di costruire qualcosa di nuovo e di unire la sua manualità, a partire dalle basi che assumono una sfumatura di oro rosa che crea una continuità cromatica e narrativa con i fiori.
Davide Sarchioni, bravo curatore e primo interprete del lessico dell’artista lombardo, afferma di questa installazione: «Macchina e allo stesso tempo scultura, congegno e presenza, in bilico sulla sottile linea tra biologico e artificiale». Barbieri stesso ha definito questo lavoro come un «racconto della natura fatto da una macchina per una macchina».

Circulus deriva dall’elaborazione dei dati dell’elettroencefalogramma dello stesso artista, registrati durante una fase di osservazione e contemplazione, e costituiscono l’unica traccia diretta della presenza umana nel percorso. La forma circolare, è una corona, un’aureola che appare leggera e fragilissima, nella quale troviamo tutte le informazioni genetiche e l’attività celebrale del soggetto, la sua impronta non visibile all’esterno, il suo codice distintivo, un vero e proprio autoritratto. Due versioni, una azzurra e l’altra rossa collocate in sale diverse, l’ultima, sull’altare nella Cappella affrescata al piano terreno, appare solenne, in un’atmosfera raccolta, quasi in una preghiera silenziosa.
Sperimentazione e tecnologia
Capsa è l’opera che incuriosisce per la sua monumentalità, l’albero filogenetico si dispiega su un grande rotolo di carta sul quale un robot, costruito dall’artista disegna con una bic il segno grafico, introducendo nella regolarità del modello geometrico, il moto browniano, un movimento disordinato e casuale delle particelle, che conferisce una componente di variazione e imprevedibilità. La mappa non restituisce soltanto una genealogia, ma lascia emergere una logica imprevedibile che l’uomo cerca di mappare ma che non può controllare. Questo non genera frustrazione ma desiderio, inventiva così come nel mondo antico gli uomini trovavano con la loro Mètis, l’intelligenza astuta, il modo per sconfiggere i capricci e le leggi degli dei.
Scienza e immaginazione, desiderio e imprevedibilità, rigore e scoperta, sperimentazione e tecnologia: la materia muta inesorabilmente in modalità differenti e l’uomo tenta di avvicinarsi e seguire tale movimento scoprendo ciò che ancora non conosce.

Progetto che guarda al futuro
Una mostra coraggiosa in un territorio da sempre fulcro della cultura letteraria, abituato a raccontare la storia e a spingere le grandi menti sempre più in alto. Sfidante è il confronto con una natura mutevole, con la scienza che attinge e trova applicazioni futuribili nella tecnica; un artista se ne fa carico, inventa una lingua nuova con parole che trovano direttamente nella memoria arcaica del mondo la sua cifra. Un progetto accolto e curato da una comunità che con orgoglio e resilienza lo presenta ad un pubblico internazionale.
Una gallerista, Clara Pacifico, che macina chilometri e segue il progetto e trova comprensione e passione in un giovane talento dalla formazione solidissima, gentile e riservato che trova la sua dimensione nella selvaggia Maremma toscana. La materia della vita è una mostra promossa dal Comune di Certaldo, nell’ambito di CertaldoArte26, ha il patrocinio del Consiglio Regionale della Toscana ed è coordinata da Exponent in collaborazione con la galleria NM Contemporary – Monaco.
La materia della vita
ANTONIO BARBIERI
a cura di Davide Sarchioni
Fino all’8 febbraio 2027
Palazzo Pretorio, Certaldo Alto (FI)





