18 Ottobre 2026 00:22

Una pessima femminista alla conquista della Capitale. Anna Piscopo in scena a Roma

Anna Piscopo, C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?, Teatro Anfitrione, Roma
Anna Piscopo, C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?, Teatro Anfitrione, Roma
Al Teatro Anfitrione di Roma Anna Piscopo torna a dirigere e interpretare “C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?”

Dopo Mangia, lo spettacolo e poi il film omonimo rivelazione della scorsa stagione cinematografica, Anna Piscopo torna a dirigere e interpretare C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?, presentato in prima assoluta al Teatro Anfitrione di Roma. Sola in scena, con un body nero e scarpe col tacco, in relazione con il pubblico come una standupper, Piscopo inanella memorie personali e riflessioni argute, citazioni colte e pop culture, trascinandoci in un’educazione sentimentale che lascia Bari alle spalle per approdare in una Roma vorace.

Il testo, scritto con Herbert Simone Paragnani, è la confessione di una militante che il giorno della rivoluzione non sa proprio cosa indossare. Dietro la finzione comica (la vittoria contro il patriarcato è avvenuta) ci sono ricordi forse traslati, ma ancora vividi. La protagonista si presenta come una pessima femminista, di quelle che fanno fallire la Rivoluzione perché restano ancorate a un fagocitante desiderio di realizzazione personale: “Vorrei essere una femminista… magrissima”, una frase che dichiara il tono dello show e che non ci sarà alcuna pretesa di esemplarità.

Rivoluzione femminista

Il racconto comincia in una Bari popolare, dove le fidanzate dei figli “vanno e vengono, ma il Tupperware è per sempre” e “il patriarcato è un’azienda a conduzione familiare”. Piscopo disegna una galleria di figure esatte: c’è la madre, la cui unica preoccupazione è sapere “chi ti ha accompagnato?”; c’è l’ex fidanzato Pietro “il geometra”, la cui Punto, che lo accompagnava ovunque, veniva vissuta come un braccialetto elettronico. E arriva a Roma c’è Elvira “l’affittacamere”, che ha un cane di nome Benito, e il cui unico scopo è spremere gli affitti. E ancora c’è Giovanna “la zoccola”, vecchia amica di Bari, che ritrova oggi impegnata nella rivoluzione femminista, lontana dal suo passato leggero si è convertita come chi non ha mai creduto in niente, cioè da fanatica.

 

Anna Piscopo, C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?, Teatro Anfitrione, Roma
Anna Piscopo, C’è la rivoluzione. Cosa mi metto?, Teatro Anfitrione, Roma

E infine c’è Nicola, il grande amore della sua giovinezza, pensato e desiderato, santificato come Nicola di Bari, che ritrova nella Capitale e cerca di sedurre raggirando le sue ambizioni. Purtroppo Nicola diventa istantaneamente omosessuale e facendo svanire quel desiderio di telenovela che abita il profondo di ognuno di noi (la vita da sogno, il sogno che si realizza), diventa l’emblema di un grande potere: è possibile la conversione di chiunque!

Sincerità commovente

Questa galleria di figure grottesche è punteggiata da stacchetti di musica house, citazioni da Kierkegaard e tenere vecchie canzoni, come quella di Gilbert Bécaud, colonna sonora di un grande film di Antonio Pietrangeli, Io la conoscevo bene, dove una dolente Stefania Sandrelli dalla provincia approda in città. Il filo che regge la storia è una sorta di irriverenza verso tutto, tutti e soprattutto verso sé stessa. Con il suo tono “awkward” assunto a stile di vita, l’attrice scandalizza e insieme restituisce la fragilità di una generazione sballottata nella confusione.

In questa sua talvolta sgraziata ma umanissima messa a nudo del corpo e dei sentimenti, c’è però un bersaglio acuto e profondamente politico, che sembra scaturire dall’esperienza dell’autrice come il profumo dalla pelle. La militanza socializzata online, il disinnesco del femminismo se è sganciato dallo sfruttamento neoliberale, e la posa fanatica, come quella delle tante Giovanna che non hanno problemi di soldi, casa ed educazione. Questi i contorni di una morale intagliata nelle pieghe di un testo mai scontato. E la verità arriva a valere quanto un post: “Se non sei instagrammabile, a chi vendiamo la tua bugia?”.

La platea risponde con applausi a scena aperta a una comicità travolgente, irrispettosa e scorretta, ma sempre precisa e vivace, che poggia su momenti intimi di una sincerità commovente.