22 Ottobre 2026 00:02

Il punto cieco di Angel. Al Romaeuropa Festival Noir di Usine Baug

Noir di Usine Baug festival
Noir di Usine Baug
Ultra REF porta al festival il lavoro del collettivo teatrale nato nel 2018 dall’incontro tra Pingitore, Rocco, Russo e Cavalcanti

Al Romaeuropa Festival 2026, all’interno della rassegna Ultra REF, dedicata ai progetti che superano i confini tra generi, è andato in scena Noir, lavoro di Usine Baug, collettivo teatrale nato nel 2018 dall’incontro tra Ermanno Pingitore, Stefano Rocco, Claudia Russo ed Emanuele Cavalcanti. In scena Pingitore, Rocco e Russo si mettono sulle tracce di Angel Forloy, documentarista scomparso che ha lasciato dietro di sé una serie di testimonianze che si attorcigliano l’una sull’altra, si contraddicono e si scontrano. Tra teatro d’inchiesta, podcast truecrime, opera audiovisiva e narrazione, ne esce un profilo sfuggente, che più si crede d’aver tracciato, meno si lascia afferrare.

I tre parlano direttamente al pubblico fissando i confini della vicenda e alle testimonianze raccolte sul luogo della scomparsa, una valle impervia immersa nella nebbia emiliana, aggiungono i reperti trovati nella casa di Angel. Gli estratti di un nuovo montaggio, degli appunti, citazioni di Mark Fisher, sono i materiali di un progetto a cui Angel stava lavorando, un sorta di film nello stile di Adam Curtis, dove la prospettiva personale si affianca ai grandi sommovimenti del mondo.

Alle parole e ai video si intrecciano scenografie in miniatura, realizzate da Johanna Tedde, con cui viene ricostruita la vita di Angel. Una casa in scala, con una figura minuscola illuminata dalla torcia di un telefono, è ripresa da una telecamera e proiettata sul fondo insieme agli altri reperti: diventa un’altra prova di esistenza. Così come la strada dove si muoveva danzando la piccola Panda rossa o la scrivania piena di libri di Angel formano sul palco la vita del ragazzo e la scena si trasforma in una sala anatomopatologica, o in uno studio televisivo con il plastico del delitto, in debito con le ricostruzioni di Carlo Lucarelli e con i podcast di cronaca nera di Pablo Trincia.

Che cos’è una vita

Chi conosce il gruppo spagnolo Agrupación Señor Serrano riconoscerà la parentela della microscenografia filmata in diretta. Chi ha qualche competenza cinematografica riconoscerà la ricerca classica di Quarto potere, dove più si indaga, più contorni e tratti perdono fuoco e aderenza al reale. Il lavoro sulle luci, poche e delicate, sulle lenti e sulla messa a fuoco della camera in diretta amplia le possibilità dei plastici in scena e asseconda lo smarrimento nel gorgo dei dettagli.

La narrazione sembra ruotare attorno a un appunto di Angel sulla macchia cieca retinica, il punto in cui i nervi ottici si collegano al cervello e la retina, priva di recettori, non vede. Per Angel era quasi una metafora della sua esistenza: tutti i suoi interessi si facevano sempre più laschi e difficili da far convivere con una vita dignitosa, perché fare il documentarista è faticoso e sopravvivere lo è ancora di più. Al centro dello sguardo, o della vita, può trovarsi un buco cieco, ma ciò che può essere un limite è allo stesso tempo un’enorme opportunità, e lo spettacolo lo dice apertamente: “al centro della nostra visione c’è l’immaginazione”.

Finzione/funzione

In una costruzione frattale, la metafora di Angel si rovescia sull’intera costruzione di Noir e l’affastellamento di dettagli si fa così contraddittorio da minacciare l’oggetto dell’indagine. Fino a un capovolgimento completo che avviene dopo che la polizia ha decretato la scomparsa e chiuso il caso. Le segnalazioni di avvistamento di Angel piovono da ogni parte d’Europa e del mondo, e sono così numerose, una più assurda dell’altra, da sembrare quasi ridicole. È questo folle accumulo a insinuare il sospetto che Angel non sia mai esistito.

Forse Angel è una pura finzione/funzione letteraria, pretesto per raccontare che cos’è una vita, che cosa significa vivere d’arte, che cosa significa vivere tra le colline dell’Emilia-Romagna. E quando il racconto è così coinvolgente, a quel punto importa poco che il protagonista sia esistito davvero. Il finale aperto, tipico di un noir che non può dare soluzioni ma portarci a vivere un’esperienza, ci lascia a chiederci quali vuoti della nostra vita siamo stati in grado di colmare. E quali crediamo più ricchi di storia se li lasciamo misteriosi nel buio della nostra immaginazione.