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Arte balsamo della psiche. La quarantena degli artisti, Maria Evelia Marmolejo

María-Evelia-Marmolejo-11-de-Marzo-1982.-Print-on-cotton-paper.-30x21-cm-each María-Evelia-Marmolejo-11-de-Marzo-1982.-Print-on-cotton-paper.-30x21-cm-each
Maria Evelia portrait
Maria Evelia Marmolejo

Com’è cambiata la vita degli artisti durante la quarantena? Come sono mutate le loro abitudini, il loro sentire, il loro lavoro?

L’aria sospesa, gli spazi dilatati, i silenzi, il fluire sordo del tempo. L’attesa pervasa di un chiarore surreale e indefinito che scandisce le vite della quarantena. Abbiamo chiesto a una serie di artisti di raccontarci lo scorrere del tempo dalle proprie case, trasformate in temporanei atelier. La vita di un artista ai tempi della pandemia.

I tempi di Maria Evelia Marmolejo

Come passi la giornata, dove e come dipingi ora?

Sto nel mio appartamento, la maggior parte del tempo nella mia stanza, bagno e cucina.  Prima del contagio mi sono preparata alla reclusione comprando il necessario, organizzando le ricevute e imparando su YouTube come conservare gli alimenti.

In materia d’arte non sto facendo nessuna nuova produzione, con il Covid19 non è stato facile. Ho mantenuto giornalmente un dialogo con me stessa e con il mio corpo prestando attenzione alle reazioni del mio corpo di fronte ai sintomi che genera il virus, alla febbre che ti brucia anche il pensiero e i brividi che ti gelano l’anima. Come il ronzio nelle orecchie si trasforma in dolore che cammina fino intorno al mio cranio. Come la massa muscolare raggrinzita che fa si che i miei movimenti diventino goffi e lenti.  Inoltre ho un lavoro che non è relazionato con l’arte e che mi permette di pagare l’affitto, salute e la mia vicina pensione, ho 62 anni. I giorni che mi sono sentita meno debole ho organizzato il lavoro da casa. Lo faccio perché così distraggo la mia mente e inganno me stessa fingendo che sto bene.

Tempo, Spazio, Suono. Concetti ricalibrati, relativi, riformulati…

Il TEMPO si ferma. Anche se cerco di mantenere una routine non sento passare i giorni e neanche le settimane, perdendo la concezione di data nel calendario.

Siccome lo SPAZIO sociale è proibito, il mio appartamento che utilizzavo solo per dormire o ne traevo godimento il fine settimana con la famiglia, è ora uno spazio importante, lo percorro ogni momento e osservo tutto quello che c’è. Ho visto che sono piena di cose inutili di cui vorrei liberarmi per fare spazio e far si che l’energia scorra. Sento che c’è molto inquinamento visivo.

I SUONI… quando ho avuto per tre settimane la crisi da sintomi sono stata in silenzio. Non volevo parlare, né ascoltare musica, né vedere la televisione, né leggere. Non volevo fare niente solo dormire, dormire e dormire… i sogni erano brutalmente interrotti quando alla finestre si infiltravano nella stanza i suoni delle sirene delle ambulanze e delle macchine della polizia. Vivo nella zona più colpita dal Covid19 in tutti gli Stati Uniti e a tre blocks dell’ospedale in cui sono decedute la maggior parte delle persone del paese a causa del virus. C’è però un suono nuovo che si manifesta tutte le sere alle 19:00, è il suono in onore dei sanitari e di altri lavoratori essenziali che ci permettono di affrontare una reclusione più “leggera”. La mia partecipazione è appassionata, dalla finestra colpisco con una forchetta una padella per 5 minuti facendo coro con i miei vicini per rendere vivi i ringraziamenti a questi nobili e valorosi lavoratori

Maria Evelia Marmolejo, Anonimo 3 (Diptychs), 1982. Print on cotton paper. 30x21 cm each
Maria Evelia MarmolejoAnonimo 3, 1982, ink jet print on cotton paper, 30 x 21 cm each Courtesy of the artist and Prometeo Gallery, Milan / Lucca
Leggere, scrivere, riflettere, altro…

Rifletto molto. Sulla mia vita, sulla mia famiglia e su quello che succederà nel mondo dopo la pandemia.
Durante la seconda settimana del mio contagio, nel momento più critico dei sintomi, mi sono resa conto che la paura era nascosta se indossavo una maschera di forza. Quando ho preso coscienza di questo non ho potuto contenere le lacrime. Lacrime di impotenza perché quel “animaletto” poteva arrivare alla mia famiglia e ai miei amici. Paura che il virus cominciasse a portar via i nomi nei miei cari.

In relazione alla reclusione obbligatoria, sono rimasta sola a New York.  Mio figlio vive a Washington D.C. mentre mia sorella e mio fratello che vivono con me non hanno potuto ritornare e sono rimasti in Colombia. Non temo la solitudine, la solitudine mi ha aiutato a riflettere sulla crisi che ci sarà a causa del Covid19. La crisi che quando arriverà, causerà un effetto domino a seguito di questo microscopico virus e dobbiamo prepararci perché questo è solo l’inizio.

Continuo a lavorare da casa dalle 9 alle 17 per l’agenzia di psicoterapie per bambini. Dalla settimana scorsa ho iniziato a chiamare le famiglie che richiedevano servizi. La maggior parte dei bambini hanno traumi a causa delle perdita dei genitori da Covid19 e si sentono ansiosi e con attacchi di panico. Molte volte sento che un’ombra di tristezza opacizza il mio entusiasmo, è come se fossi in un campo di battaglia guardando morire gente vicino a me, ascoltando di conoscenti che sono stati ospedalizzati in uno stato di salute delicato, senza sapere se usciranno o no.

Prima cosa che farai quando finisce la quarantena?

Camminare e prendere il sole! Abbracciare mio figlio, i miei fratelli e gli amici! Vivere di più il presente! Buttare nella spazzatura le cose inutili che ho in casa. Ridere e ballare!

(Un ringraziamento speciale a Giulia Sodini per la traduzione)

María-Evelia-Marmolejo-11-de-Marzo-1982.-Print-on-cotton-paper.-30x21-cm-each
Maria Evelia Marmolejo, 11 de Marzo, 1982, ink jet print on cotton paper, 30 x 21 cm | Courtesy of the artist and Prometeo Gallery, Milan / Lucca

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