
Playlist, “project room” del gallerista a Milano, ospita la dirompente installazione con cui Piccolo spinge in avanti i limiti dell’immaginario creativo con un’opera “pensante”
Fino al 25 maggio la Galleria Playlist by Giampaolo Abbondio di Milano ospita un’installazione molto particolare di Donato Piccolo che porta il titolo Lullaby. La curatela della mostra, il cui titolo è ispirato alla canzone dei The Cure del 1989, è di Massimo Mattioli. Chi si ricorda del testo di quella canzone dei The Cure, avrà in mente la storia, piuttosto inquietante, che vi si racconta. Tra l’altro, pare che Robert Smith fosse realmente spesso tormentato da un incubo, nella sua infanzia: quello di venire mangiato da un ragno gigante. E la scultura oggetto della mostra ha in effetti la forma di un ragno di grandi dimensioni, potenzialmente non meno pericoloso di quello sognato dal frontman dei Cure. Ma in che senso?
Naturalmente i fruitori e le fruitrici del congegno (perché di congegno tecnologico si tratta) non corrono il rischio di venirne fagocitati. E qui tiriamo un sospiro di sollievo. Tuttavia la visita non è esente da qualche concreto rischio, al punto che gallerista, artista e curatore si premurano addirittura di far firmare a chi vuole visitare la mostra una liberatoria. Che li scarica da ogni responsabilità civile o penale circa le azioni che la scultura potrebbe compiere. Sì perché – è questa la novità – la scultura di Donato Piccolo, grazie a una sofisticata forma di intelligenza artificiale, è dotata di una sorta di autonomia nei movimenti, che sono imprevedibili persino per l’artista che l’ha pensata e realizzata.

Rete neurale
Ma, in sostanza, di cosa si tratta? Intanto, Louise Bourgeois non c’entra, se non a un livello immaginativo e simbolico per la scelta del soggetto dalla forma aracnoide. Com’è noto, Donato Piccolo da anni lavora con congegni elettronici, portando alle estreme conseguenze le implicazioni concrete e concettuali del mondo della tecnologia più avanzata, della robotica e, appunto, dell’intelligenza artificiale. I suoi sono dispositivi tecnologici che assumono una funzione artistica nelle mani e all’interno del progetto concettuale dell’artista. Ma, in certo senso, l’opera d’arte è (da) sempre un dispositivo che fa scattare altre cose, pensieri, azioni, intenzioni, anche al di là e oltre le intenzioni dell’artista.
In Lullaby, però, tutti questi meccanismi diventano evidenti, anzi, sono portati all’estremo. Nel caso di Lullaby, infatti, c’è qualcosa in più rispetto alle sperimentazioni passate dello stesso Piccolo. Che rende l’esperimento ancora più denso di conseguenze dal punto di vista teorico e persino filosofico. Il gigantesco ragno-scultura non è infatti programmato per mezzo di un “normale” algoritmo, che ne limita e conduce i comportamenti e le funzioni, ma da una vera e propria struttura tecnologica che mima una rete neurale umana. L’unica informazione/comando inserito dall’artista è l’istruzione impartita alla macchina di tentare di uscire dallo spazio espositivo.

Libero arbitrio
In sostanza, il congegno aracnoide, costruito di proposito di dimensioni molto ampie rispetto allo spazio espositivo, una volta acceso tenderà a cercare una via d’uscita oltre lo spazio fisico della galleria. Ciò accade perché, non avendo altre informazioni o istruzioni secondo le quali regolare le proprie azioni come succede con le macchine guidate da algoritmi, la macchina mima una sorta di elementare libero arbitrio. “Sceglie” autonomamente i movimenti da compiere; “impara”, memorizzando suoni e dimensioni dello spazio in cui si trova, e quindi sposta i propri arti meccanici e deambula, con l’unico intento di uscire dallo spazio in cui è confinata.
Perciò, in quanto la tendenza impressale è quella di rimuovere qualsiasi ostacolo che si frapponga fra il proprio corpo meccanico e l’obiettivo di proiettarsi all’esterno dello spazio espositivo, niente le preclude, a priori, comportamenti anche aggressivi o violenti indifferentemente verso cose o persone. I temi, anche filosofici, che la scultura di Piccolo pone a chi osserva sono potenzialmente numerosi e scottanti. Proverò a riassumerne alcuni, anche solo per brevi cenni.
1. Identità
Chi vede Lullaby tende ad averne una percezione antropomorfizzata. Poiché compie scelte, sembra che la macchina goda di un proprio libero arbitrio. In effetti il dispositivo può decidere di alzarsi o strisciare, muoversi in una direzione o un’altra, abbattere ostacoli o aggirarli, e così via. Quando parliamo di “scelte” o “libero arbitrio” dobbiamo fare uno sforzo per ricordarci che stiamo facendo una proiezione. Perché, ovviamente, il meccanismo non è dotato di una coscienza personale. Ma allora che cos’è la coscienza? In che cosa differisco io, che compio delle scelte, per quanto condizionate magari socialmente o praticamente, dalla macchina? In modo indiretto, la macchina apre, insomma, alla riflessione sul senso della coscienza: che cosa sia, come funzioni, e come possa e debba essere pensata, immaginata e soprattutto vissuta;
2. Intelligenza artificiale
Contestualmente, lo stesso tema della coscienza ne apre un secondo, quello del nostro rapporto con le intelligenze artificiali. Che oggi si sviluppano sempre più velocemente, acquisendo via via comportamenti e funzioni sempre più avanzate. Siamo in grado di governare questo mutamento? Dove ci porterà? Quali sono le conseguenze morali? Quali i pericoli? La realtà è che al momento quasi nessuno ha un’idea precisa di quello che ci aspetta in un futuro neanche troppo lontano. Anzi, forse l’unica cosa certa è che non siamo al momento in grado di governare le conseguenze delle nostre stesse scoperte tecnologiche. Dalla razionalità estrema della scienza e della tecnologia più avanzate nasce quindi, almeno potenzialmente, una situazione di caos ingovernabile. Jung la chiamava enantiodromia, ma in questo caso le conseguenze potrebbero non essere divertenti…
3. Alterità (e rispetto)
Abbiamo visto che Lullaby, in sé, pone delle domande, con la sua stessa esistenza. Pur compiendo delle scelte e muovendosi in modo autonomo, la macchina è tuttavia, infatti, come abbiamo detto, naturalmente priva di coscienza morale (uso il termine in senso ampio, come faceva Rohmer). Ciò la rende potenzialmente pericolosa, perché i suoi comportamenti, anche, chi può dirlo, aggressivi, non sono predicibili. Abbiamo detto della domanda sulla coscienza, ma non è tutto, si aprono anche altre questioni. Precisamente si pone il tema della coscienza fuori di me, quella dell’altro da me. Infatti, basta questa forma di libero arbitrio (non libertà) della macchina a farne un “soggetto” altro da me? In un senso, la macchina è certamente “altro” rispetto all’uomo e all’animale, perché manca dell’elemento naturale e, in senso concreto ed esistenziale (oltre che ovvio), della vita. Eppure è facile confondersi.
È facile proiettare sulla macchina pensieri, intenzioni, immaginazioni che però valgono solo come termini traslati, non in senso proprio. E rischiamo di dimenticarcene. Ma allora può la macchina diventare un’occasione per ripensare tutte queste cose? Se nel mondo in cui viviamo, l’essere umano (in particolare maschio, bianco, eterosessuale e occidentale, ahinoi, dice la storia) ha via via sempre più assunto nei confronti della natura e di tutti i soggetti “altri” un atteggiamento volto allo sfruttamento, all’uso e al consumo, può la macchina, paradossalmente, farci fermare e riflettere sul significato etico ed esistenziale di temi come coscienza, libertà, scelta, relazione? Ci può aiutare a riflettere su che cosa sia l’alterità dell’altro, quando l’altro è soggetto libero e dotato di coscienza proprio come sono io – e non una macchina? Vengono in mente le ricerche sull’incontro con l’alterità e sull’intersoggettività di Husserl.

Vivere le domande
Insomma, i temi che si aprono sono tantissimi, le riflessioni potenzialmente infinite e importanti. Al punto da meritare un’indagine e una discussione molto più approfondite e ragionate di quanto non possa io fare in questo luogo. Tuttavia è interessante anche solo cogliere lo stimolo che l’opera di Donato Piccolo produce, aprire le domande che ne scaturiscono. E – cosa che una macchina forse non farebbe mai – lasciarle aperte. Perché, come spesso capita con le opere d’arte riuscite, il punto non è sempre, o non è tanto, trovare le risposte, ma, come voleva Rilke, “vivere le domande”. Per quanto possibile, fino in fondo. Così come la nostra libera coscienza ci suggerisce.

Donato Piccolo
Lullaby
a cura di Massimo Mattioli
Inaugurazione: martedì 29 aprile 2025, ore 18
Dal 29 aprile al 25 amggio 2025
Playlist by Galleria Giampaolo Abbondio:
Via Archimede, 73, 20129 Milano
www.giampaoloabbondio.com
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 18 / su appuntamento




