
Le Gallerie d’Italia di Torino ospitano il “Riposo durante la fuga in Egitto” di Barocci in prestito dai Musei Vaticani
Prestigiosi Musei e Istituzioni, negli ultimi lustri, prestano vicendevolmente opere d’arte di grandissimo valore favorendone così la conoscenza e rendendone più dinamica e profonda la fruizione. In quest’ottica si inserisce la rassegna “L’Ospite illustre”, giunta al decimo anno con diciassette edizioni, con cui le sedi museali di Gallerie d’Italia (braccio culturale di Banca Intesa Sanpaolo) ospitano uno o due eccellenti dipinti. Per il periodo natalizio, fino all’11 gennaio 2026, dai Musei Vaticani (sala XI) è giunto alla sede torinese delle Gallerie (Piazza San Carlo 10) il Riposo durante la fuga in Egitto, noto come la “Madonna delle ciliegie”.
Il meraviglioso ed elegante dipinto è presentato al piano nobile nella Sala Turinetti – dalle preziose decorazioni barocche che si sposano con il rigore contemporaneo degli ambienti ipogei dedicati alla fotografia – con l’accompagnamento di un brano musicale creato ad hoc onde favorirne la contemplazione, ispiratrice di pace e serenità.
La Madonna delle ciliegie, raffinato, delicato e gioioso capolavoro fu realizzato tra il 1570 e il 1573 nella fase matura dell’artista urbinate Federico Barocci (1533-1612) su commissione di Simonetto Anastagi, eclettica figura di rilievo nella Perugia del secondo ‘500: molto devoto alla Vergine e ben inserito nella corte pontificia, collezionista raffinato ed esperto di opere dall’antichità classica a quelle dei suoi contemporanei (tra i quali Federico Barocci, suo amico di cui è stato anche committente). Alla sua scomparsa (1602), la tela, passata ai Gesuiti di Perugia e dopo la soppressione dell’ordine (1773) al Palazzo del Quirinale, nel XX secolo confluisce nella Pinacoteca papale che diverrà Pinacoteca Vaticana nel 1935 con Pio XI.
Barocci nasce in un contesto vivace grazie agli esiti raffaelleschi e classici sviluppatisi alla corte dei Montefeltro e si forma nella bottega del pittore veneziano Battista Franco, detto il Semolei, attivo a Urbino a metà ‘500, da cui impara anatomia e tensione della figura che il Nostro attenua con un uso sapiente della luce. Ha modo di ammirare un’opera di Tiziano e la collezione ducale a Pesaro oltre a compiere i primi viaggi a Roma da cui ritorna a Urbino. Sotto il pontificato di Pio IV conosce più a fondo la città eterna in fermento per le istanze postridentine e vi lavora, ma l’ambiente è difficile tanto che si dice sia stato avvelenato per cui rientra a Urbino dove apre una bottega scientificamente avanzata.

Approfondisce il Correggio a Parma e Modena e riceve commissioni da Pesaro, Perugia, Senigallia poi Arezzo raggiungendo l’apice della sua carriera tra gli anni70 e 80 del ‘500 e continuando a lavorare indefessamente. Problemi di salute e di vista lo costringono a rallentare il ritmo tra fine ‘500 e primi anni del ’600 fino all’ultimo periodo quando ormai è quasi cieco anche se la tradizione racconta che corregge i disegni con il solo tocco delle dita. Con lui scompare un’epoca d’oro.
Opera di eccezionale bellezza, la Madonna delle ciliegie è importante anche perché testimonia come Barocci tramite tale lavoro si sia avvicinato all’incisione divenendo uno dei peintre-graveur più grandi della nostra storia figurativa. L’artista inizia con la xilografia passando – dopo avere incontrato Cornelis Cart (incisore e pittore olandese) che dalla nostra opera trae una stampa diffondendone il modello in tutta Europa – all’incisione a bulino e infine all’acquaforte a coperture (a morsura multipla) che permette di ottenere effetti sfumati e variegati facendo così scuola alle generazioni successive
Il tema di tale dipinto riprende quello già realizzato da Barocci (e andato perduto) per il duca di Urbino Guidubaldo II Della Rovere come regalo a Lucrezia d’Este, duchessa di Ferrara, per le sue nozze con il figlio Francesco Maria II Della Rovere. Il soggetto – che avrà successo come testimoniano le repliche e le riproduzioni a stampa – proviene dai Vangeli apocrifi, in particolare da quello detto Pseudo-Matteo che racconta come, durante la fuga in Egitto, nell’arido deserto Cristo fanciullo per rifocillare la propria Famiglia avrebbe fatto piegare una palma da cui raccogliere datteri e dalle cui radici inoltre avrebbe fatto sgorgare acqua raccolta in una scodella dalla Madonna.

Invece dei datteri, Barocci – che si ispira nel costrutto alla Madonna della scodella del Correggio – sceglie le più comuni ciliegie, simbolo gioioso di una scena affettiva e della dolcezza del Paradiso e insieme presagio della futura Passione di Gesù. Si tratta di uno dei più amabili, dolci e incantevoli Gesù Bambino dell’iconografia sacra: il suo tenero e divertito sorriso dialoga con lo sguardo paternamente affettuoso e gioioso di Giuseppe che gli porge un rametto di ciliegie.
Persino l’asino da soma che si staglia sullo sfondo paesaggistico dorato pare partecipare a questo magico momento girandosi a contemplare l’intimità della scena mentre la Madonna raccoglie l’acqua con un recipiente metallico dai cangianti riflessi di luce – quasi preghiera – padrona di questo dipinto insieme alla levità del tocco nell’evidenziare, per esempio, la fresca trasparenza del velo. Barocci si fa così perfetto interprete dei dettami devozionali del Concilio di Trento volti a una sensibilità intimamente spirituale.





