06 Ottobre 2026 02:42

Il Sole allo Zenit #49: Beato chi ha visto l’Angelico

Coda di persone all’ingresso di Palazzo Strozzi, 22 gennaio 2026, mattina
2.500 gruppi organizzati e 12.000 persone in attività accessibili; oltre 6,5 milioni di persone raggiunte sui social e più di 260.000 utenti unici sul sito della Fondazione, per un totale di 250.000 ingressi a Palazzo Strozzi, mentre al Museo di San Marco le presenze hanno superato le 100.000 unità: tutti in fila, più uno: il nostro intrepido gallerista de “Il sole allo zenit”, per rendere omaggio al “Beato” Angelico

Va a finire che me lo perdo, mi andavo ripetendo, da qualche giorno. Così una gelida serata di gennaio, a tre giorni dalla chiusura, ho prenotato un Frecciarossa caro come l’oro e il giorno successivo, vincendo la pigrizia e maledicendo l’Argan, prima che facesse l’alba, mi sono messo in strada imbacuccato per bene e ho portato a spasso il cane, per poi esser libero di partire verso la stazione centrale. Del resto, chi mai se lo perde il frate che dipinge? Il Beato Angelico in mostra al palazzo Strozzi di Firenze. Lui che senza prima aver fatto orazione non metteva nemmeno mano ai pennelli da pittore. Colui che mai concluse una Crocifissione senza versare copiose lacrime e che, forse anche per questo, dipinse i santi più santi che esistono. Ma torniamo al mio risveglio: sono le 6.34 quando esco e, camminando in strada, ho la prima sorpresa della giornata: c’è gente già attiva! E c’è la brina. Il termometro segna lo zero e immediatamente penso al freddo che avranno patito i pittori che dipingevano nei chiostri gelidi, mentre procedo spedito come il treno che tra poco mi porterà al fatidico luogo.

Lorenzo Monaco, Pala Bartolini Salimbeni, 1420 circa, tempera e oro su tavola, 305×283 cm

Ed eccomi lì, alle 10 e 58, che vago verso il Palazzo dell’esposizione e scopro un’altra cosa eccezionale: un mare di persone. Nonostante sia giovedì e sia mattino, il mio ragionamento accorto, impostato su tre concetti – 1) chi voleva vedere la mostra l’ha già vista 2) il Quattrocento dell’arte non attira le grandi masse 3) nel bel mezzo della settimana la maggior parte della gente lavora – si dimostra clamorosamente fallimentare e tutte quelle anime in fila sono lì per il mio stesso fine. Brevemente mi dispero ma sono anche un po’ contento perché, dopotutto, è confortante vedere una lunga fila per la cultura antica e non solo per Harry Styles e la sua ultima uscita. Per di più, nell’attesa, conosco persone nuove addirittura: la signora nervosa perché non ha fatto colazione, quella che constata una certa disorganizzazione, un immobiliarista milanese che conosce bene le mie zone. Alle 14.05 varco la soglia, con la schiena rotta ma compiaciuto della mia pazienza. E come inizia la mostra del Beato Angelico a Palazzo Strozzi, a settant’anni di distanza dalla sua ultima rassegna monografica in zona? Con la Pala Bartolini Salimbeni di Lorenzo Monaco. Ma pure questo, come tutto il resto esposto, ha molto senso, poiché la pala fu una delle ultime opere completate da Lorenzo, che non riuscì invece a terminare quella successiva per il sopraggiungere della sua morte inaspettata e che fu conclusa dunque dal protagonista della mostra. L’opera in questione è la Pala Strozzi e con essa si scioglie subito un dubbio che vede molti presenti perplessi: il banchiere e politico Palla di Onofrio Strozzi era il committente della pala (una L) che prese il nome dal mandante acquirente ma che non c’entra con nessuna sfera o typo che si pensi.

Lorenzo Monaco, Beato Angelico, Pala Strozzi, 1421-1424; 1430-1432, tempera e oro su tavola

È ovvio, poi, che per facilitare la nostra fruizione e per una miglior comprensione, consapevole del suo nome, gli conveniva commissionare una semplice tavola e non addirittura una pala d’altare, o forse bastava che il primo storico che la nominò rendendola nota la chiamasse “ancona”, che è sinonimo di “pala”, ma questo non è il nostro caso dunque prendiamolo per buono e prendiamo anche la pal(l)a al balzo per vedere il lavoro. Il capolavoro! Perchè quella Deposizione dalla Croce, con lo schema piramidale al centro e l’impostazione ortogonale sulla quale si imprime la figura diagonale di Cristo, permette subito di notare una caratteristica fondamentale dell’Angelico: l’uso di colori luminosi, limpidi e brillanti, accordati in una delicata armonia tonale che richiama il concetto della luce terrena quale riflesso del divino “lumen” ordinatore.

Beato Angelico, Pala di San Marco, 1440 circa, tempera su tavola

Giulio Carlo Argan scrisse: “da un lato è la religione dell’intelletto, dall’altro la religione del cuore; e all’intelletto chiaro, all’anima pura tutta la realtà si manifesta ordinata e limpida, come perfetta forma”. Incantato, proseguo verso il Trittico Francescano, con la Madonna al centro riaccoppiata con i propri Santi, ancora più soave dopo i recenti restauri e, passando per il Giudizio Universale diviso in due dalla fila di sepolcri scoperti e dalla Sacra Conversazione della Pala di Annalena con la Madonna al centro sotto la nicchia a conchiglia tipica del primo Rinascimento, arrivo alla stanza più spettacolare: quella con l’aulica ricomposizione della Pala di San Marco, con le 17 parti delle 18 oggi note per la prima volta riunite. È una Maestà che s’erge al centro con i santi che le stanno tutti attorno e sembra davvero che stiano conversando mentre poggiano su un prezioso tappeto anatolico, reso bene in prospettiva, al cui bordo sta un curioso quadro nel quadro che rappresenta una Crocifissione e che sembra non avere precedenti nella storia dell’arte.

Beato Angelico, Pala di San Marco, dettaglio della Predella con la Condanna al rogo dei santi Cosma e Damiano, 1443

Non lontano dall’incredibile polittico ci sono poi tre Madonne dell’Umiltà che sono tra le mie opere preferite anche se, con tutto quell’oro e quella bellezza che emanano, di umile hanno ben poco. Cerchiamo anche qualche difetto? Ci provo. Il confronto a fine percorso tra l’Annunciazione di Montecarlo dell’Angelico e l’Annunciazione Martelli di Filippo Lippi ci prepara a un modo di dipingere ancor più nuovo, più moderno ed espressivo, senza oro o alcun elemento gotico, che dice addio a cuspidi e pinnacoli e anticipa i futuri esiti. E poi: il sangue loffio che nelle opere dell’Angelico scorre dritto come un improbabile rigagnolo, il fuoco fatto a fili che non rende mai bene l’idea di calore (ma per Cosma e Damiano è solo un bene), certe decorazioni o finti marmi spesso presenti resi come fossero delle tele di Sam Francis, e infine quel signore beatamente… seduto su una panchina in sala che riceve la telefonata della moglie alla quale risponde in vivavoce facendoci così sentire: “Muoviti Gianfranco, è due ore che sono al bookshop!”.
Ma ci sta che la Signora si sia innervosita, visto che il meraviglioso catalogo pesa come un tonno e per comprarlo serve pure un mutuo (costa ben 80 euro!).

Madonna dell’Umiltà, 1449-1450, tempera e oro su tavola

Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni