16 Ottobre 2026 01:20

Obiettivo, Arte Povera. Intervista a Paolo Mussat Sartor

Paolo Mussat Sartor
Paolo Mussat Sartor
Fino al 10 aprile alla Galleria Gracis la personale di Mussat Sartor con i celebri ritratti e tante fotografie della serie dei “Viaggi”

La Galleria Gracis presenta “OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968”, una personale del fotografo Paolo Mussat Sartor (Torino, 1947) che attraverso i suoi scatti ha raccontato il periodo dell’Arte Povera e la scena internazionale dell’arte moderna e contemporanea a cavallo degli anni Settanta. Il progetto espositivo (visibile sino al 10 aprile 2026) mette insieme circa 30 immagini che ritraggono i principali protagonisti del movimento poverista e le loro opere, tra cui Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, Mario Merz, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio e altrettante fotografie della serie dei “Viaggi”, scattate dall’abitacolo della sua auto tra gli anni Settanta e Novanta, quando Mussat Sartor attraversava l’Europa per documentare le mostre. Arricchiscono l’esposizione anche opere degli stessi artisti ritratti donate o date in pagamento del lavoro svolto.

 

Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna
Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna

Vorrei partire dagli inizi e chiederle: come nasce la sua fascinazione per la fotografia?
In maniera abbastanza casuale direi. La mia non è stata una vocazione romantica, piuttosto una lenta e graduale scoperta. Ero un pessimo studente, uno che detestava alzarsi al mattino per andare a scuola e preferiva di gran lunga stare a letto a sognare. E infatti, a sedici anni ho smesso di studiare e ho cominciato a lavorare in una litografia. Con i primi guadagni ho acquistato una macchina fotografica e un ingranditore e ho iniziato a scattare architetture, plastici, edifici. Ho pensato potesse essere una cosa interessante. Mi piaceva soprattutto la parte di sviluppo in camera oscura, la prima me l’ero creata in casa. Ma per tutta la mia carriera non ho mai considerato una foto conclusa finché l’avevo stampata. C’è una tensione che la stampa dona a tutti questi ritratti in mostra, una specie di mistero, una qualità che non è comune.

 

Paolo Mussat Sartor, Alighiero Boetti, Oggi è venerdì ventisette marzo millenovecentosettanta, 1970
Paolo Mussat Sartor, Alighiero Boetti, Oggi è venerdì ventisette marzo millenovecentosettanta, 1970

Da quell’esordio accidentale, come è diventato testimone dell’Arte Povera e della scena internazionale dell’arte?
Decisivo fu l’intervento di Tucci Russo, nel 1968, quando era direttore della galleria di Gian Enzo Sperone, che mi invitò a fare delle foto. Ci conoscevamo sin da quando eravamo bambini, perché abitavamo nello stesso quartiere e giocavamo a pallone insieme. A quell’epoca, io non avevo ancora iniziato il lavoro con gli artisti, però avevo conosciuto Luciano Fabro ed ero andato da lui in studio a scattare alcune fotografie (una è esposta in questa occasione: Luciano Fabro, Lo Spirato, 1968 ndr). Alla fine del 1968 ho iniziato a collaborare con Sperone. Una delle prime mostre che ho fotografato è stata quella bellissima di Carl André e subito dopo la personale di Giorgio Griffa. Non capivo nulla di quello che vedevo, ma allo stesso tempo mi rendevo conto di essere parte di un fenomeno così diverso da ciò che avevo conosciuto come arte. Intuivo che stava accadendo qualcosa di importante. Alla fine, quella sensazione mi ha dato ragione.

 

Paolo Mussat Sartor, Mario Merz, ritratto, 1969
Paolo Mussat Sartor, Mario Merz, ritratto, 1969

Ci racconta il clima di quegli anni?
Si era instaurato un rapporto di amicizia tra di noi, che eravamo più o meno coetanei. La galleria funzionava come punto di raccordo nel quale, quotidianamente, ci vedevamo, discutevamo, ci confrontavamo. Un laboratorio del pensiero, che è andato avanti fino al 1973 circa, quando Sperone ha inaugurato un nuovo spazio a Roma e il legame che si era instaurato tra noi è andato esaurendosi. Ma fino a quel momento abbiamo vissuto un clima di grande solidarietà, molto speciale e irriproducibile oggi. Tant’è che mi sento estremamente fortunato ad essere stato protagonista, a mio modo, di quel periodo così creativo e vivace. Le opere esposte, in dialogo con i ritratti, che mi sono state donate dagli artisti o mi sono state date come pagamento per il mio lavoro, testimoniano proprio quella dimensione partecipativa che non esiste più.

 

Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna
Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna

Riguardandole adesso, a distanza di più di cinquant’anni, cosa crede renda queste fotografie ancora attuali?
Il fatto di non aver mai assecondato nessuna moda. Credo che le fotografie esposte in questa mostra funzionino ancora, perché è come se le avessi realizzate ieri e non quasi sessant’anni fa. Anzi, dirò di più: se dovessi rifarle oggi probabilmente le rifarei nello stesso modo. Può essere un merito o un demerito, non lo so, non sta a me giudicare, ma è un’attitudine che mi appartiene. Mi piace pensare che le cose durino nel tempo e che la fotografia, come la vita, sia un’operazione di sottrazione. Trend e mondanità li ho sempre scansati convinto che nel momento in cui fai un lavoro creativo, e sei felice di farlo, non serve tanto altro. Soprattutto non serve riempire il vuoto con il superfluo. L’esistenza è sempre una questione di equilibrio, io penso. Si tratta di raggiungere una certa serenità nelle cose che si fanno.

 

Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna
Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna

Molto difficile trovare un equilibrio, anche in fotografia, in questo tempo così accelerato….
Fotografare è stato per me un’avventura bellissima. C’era sempre un senso di ansia, di aspettativa, nel prefigurarmi quello che sarebbe accaduto nell’intervallo di tempo tra la nascita dell’idea e la stampa dell’immagine. Ecco, in quell’arco la fotografia accadeva per lo più nella mia testa, era un viaggio profondo e lento dentro il mio lavoro. Poteva avvenire, ma poteva anche risolversi in nulla. Oggi, che tutto è portata di un click e a farla da padrona è l’immediatezza, non credo che i giovani conoscano il piacere dell’attesa e il senso anche costruttivo del rifiuto. Per me la fotografia è sempre stata un fenomeno di comprensione, un processo mentale prima ancora che tecnico o esecutivo. Non ho mai fotografato spinto dall’impulso e anche nel ritratto non mi è quasi mai capitato di lavorare con persone sconosciute. Ho bisogno di capire chi mi sta davanti, di instaurare un rapporto. È solo così che si genera un’immagine autentica.

 

Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna
Paolo Mussat Sartor, Obiettivo Arte Povera, Galleria Gracis, Installation view ph. Fabio Mantegna

Come nasce invece la serie dei “Viaggi” esposti qui per la prima volta?
Negli anni in cui sono stato testimone della nascita e dello sviluppo dell’Arte Povera, ho respirato profumi che in pochi hanno potuto percepire. Sarebbe stato molto facile assemblare lavori fotografici che fossero sintesi di tutto quello che mi stava intorno. Ma per indole, e onestà intellettuale, ho sempre cercato di procedere nella mia direzione, aspettando che qualcosa mi stimolasse da dentro. Siccome ero continuamente impegnato in lunghi viaggi per seguire gli artisti e le loro mostre, nel 1975, complice l’acquisto di una piccola macchina fotografica Minox, ho iniziato a ingannare la noia dei tragitti in auto facendo fotografie al paesaggio. Le prime di questa serie le ho realizzate mentre tornavo da Milano verso Torino, in una giornata tenebrosa in cui cadeva una pioggia sottile. Appoggiato al sedile, con una mano sul volante, ho pensato che fosse un modo curioso di leggere il contesto naturale. C’ero io che guidavo, il piano del volante, quello del vetro del finestrino, il frammento del tergicristallo fermo o in movimento. Il tutto conferiva un senso dinamico allo scatto. Dovevano esserci certe condizioni atmosferiche, il cielo grigio, la neve, le nuvole gonfie d’acqua e allora andavo a caccia di montagne, cavalcavia o viadotti di ferro, come quello che ho fotografato in Olanda. Mi interessava tirare fuori gli aspetti più misteriosi del reale. Mi piace pensare che lo spettatore si identifichi in questi viaggi perché magari gli ricordano qualcosa che appartiene anche alla sua memoria visiva. E che li viva un po’ come li ho vissuti io, con un senso di scoperta.

 

Paolo Mussat Sartor, Viaggi, 1977, stampa su carta al bromuro d'argento, 15 × 23 cm
Paolo Mussat Sartor, Viaggi, 1977, stampa su carta al bromuro d’argento, 15 × 23 cm

Anche queste immagini lavorano per sottrazione. Mi vien da dire che sono paesaggi dell’assenza più che della presenza, foto che danno sostanza all’invisibile più che esprimere il visibile.
Un talento? Una qualità umana? Non lo so. Certamente ho sempre inseguito la bellezza nelle cose che ho fatto. Credo che ci sia un sentimento, un amore in fondo, ma anche un’urgenza. Quella personale tensione interiore che quando ha un fine e intravede dove vuole arrivare fa di tutto per raggiungere l’obiettivo. Qualche volta nella vita mi è pure capitato di andare oltre ciò che mi ero prefissato e di essere molto prossimo al sublime. Mi ricordo in particolare un episodio accaduto con Giovanni Anselmo, del quale ero amico fraterno. Era estate ed eravamo a Stromboli, nella sua casa, seduti uno vicino all’altro all’ombra di un carrubo. In sottofondo suonava una musica di Chopin. Le foglie vibravano sotto il peso di una luce saturnina e, nel silenzio, quell’attimo durato pochi istanti mi è parso un momento di rara poesia. Poi è arrivato da lontano il vociare dei miei figli e l’incanto si è rotto. Ma il sublime l’ho vissuto in più di un’occasione e a quello ho sempre ambito nel mio lavoro.