
Il ritorno di Kevin Spacey in una miniserie televisiva tutta italiana: Minimarket di Filippo Laganà
– Mi è successa una cosa carina.
– Sarebbe?
– Lo scorso weekend pioveva che Dio la mandava, e non avevo nessuna voglia di uscire. Avevo il frigo pieno e per due giorni ho bighellonato in pigiama tra la cucina, il salotto e la camera da letto. Mi era giunta voce di un prodottino simpatico disponibile su Raiplay, e in binge-watching me lo sono sparato tutto intero.
– “Tutto intero”? Vuoi dire che hai visto una …Serie? Tu? Non ci credo!
– Sì, lo so, ma questo “prodottino” aveva una plus che mi intrigava. E volevo vedere fin dove si erano spinti con lo scoop.
– C’è addirittura uno scoop?
– Ci arrivo, fìdati. E ti dico subito che non me ne sono per niente pentito!
– Cado dalle nubi. Se anche tu ti metti a vedere le serie, il mondo è davvero alla frutta.
– Secondo me invece potrebbero aprirsi nuove e squisite frontiere dell’intrattenimento televisivo, senza velleità cinematografiche.
– Titolo?
– “Minimarket”.
– Ah…
– Ma la cosa carina è un’altra. Ieri sera ero a cena da Dante, il risto-dopoteatro più famoso del mondo, dove alle due di notte puoi ordinare una carbonara, un pollo alla cacciatora, una spigola al sale o un prosciutto e bufala, in un locale a quell’ora ancora pieno zeppo di gente del mondo dello spettacolo che ha staccato il lavoro a mezzanotte e si gode la cena in santa pace coi colleghi. Attori, registi di teatro e di cinema, gente della tv, politici, sportivi (due tavoli più in là c’era Francesco Totti), insomma volti tra il noto e il “dove l’ho visto?”, in un’aura di confortevole serenità famigliare, rigorosamente senza musica di sottofondo.
– Un Paradiso in Terra!
– Esattamente.

– Ma che c’entra con questo “Minimarket”? e il “plus”?
– Adagio. Una cosa per volta. Nel tavolo accanto al nostro, direi anzi nella tavolata – una trentina di persone di età mista e varia – riconosco Mister Minimarket, cioè l’autore e attore della serie (ah, non ti ho specificato: 10 episodi da 27 minuti ciascuno), un ragazzone alto e biondo con la barba di tre giorni. Non volendo sembrare un postulante in cerca di autografi, intanto mi sono avvicinato con la mano tesa per complimentarmi. “Sei Filippo, vero?”
– Filippo…?
– Ah già. Filippo Laganà. Il figlio di Rodolfo. Anche lui in trono come un guru accomodato a capotavola.
– Vabbè, ma prima dimmi che cos’è ‘sto “Minimarket”.
– Hai ragione. Praticamente una Commedia Musicale per la Tv. Hai presente – ma non so nemmeno se eri già nato, all’epoca – “Non cantare, spara” con il Quartetto Cetra?
– Mai vista. Ma so chi era il Quartetto Cetra. Quattro vocalist padreterni assoluti mai più sostituiti da chicchessìa.
– Almeno te lo sai. E lo sa pure Filippo Laganà, che ha 32 anni (meno della metà dei miei), e da un trentenne tutto t’aspetti tranne che possa ispirarsi al Quartetto Cetra e alla televisione degli anni gloriosi del Varietà: parliamo di oltre mezzo secolo fa abbondante!… Come se una macchina del tempo regalatagli da Babbo Natale raggiunta l’età della ragione, gli avesse permesso a dieci anni di rivivere l’aura di quei tempi d’oro fisicamente, per presa diretta, saltando a pié pari i tre cruciali decenni dell’orrida decadenza di tutta la Rai, soppiantata dal Moloch becero e volgare della Trinità Mediaset. Un fanciullone di questo nuovo millennio che ha già superato un primo quarto di secolo, cresciuto indenne dalla micidiale valanga dei cartoni giapponesi…
– Ma in sostanza che cosa racconta questo “Minimarket”?
– Il pretesto sono i sogni di gloria di un giovanotto romano di Prati (a Roma tutti i quartieri ti segnano a vita, e se vivi in Prati non ragioni come uno dei Parioli o della Balduina, per non parlare di San Giovanni o Roma Sud in generale: Roma non è una città, è un MONDO) che aspira a diventare una star della televisione. Non, però, un ballerino prefabbricato di “Amici” o un palestrita decerebrato e dalla sessualità ambigua come i concorrenti del “Grande Fratello”. Filippo, che in “Minimarket” si chiama con l’antico e quasi obsoleto nome di Manlio, vorrebbe rievocare i tempi di Walter Chiari, Renato Rascel e Johnny Dorelli, come loro cantare e ballare, e intrattenere il pubblico di casa – e che a casa ci resta, senza ambire a sostituirsi ai veri artisti che si sono fatti tutta la gavetta sui palcoscenici dei teatri come succedeva una volta, per andare a raccontare i cazzi propri e conquistare la famosa warholiana celebrità di quindici minuti – con un eloquio brillante e un dosaggio magistrale di battute stellari, padroneggiando virtuosamente quei benedetti tempi del comico che o ce l’hai o non ce l’hai, possibilmente, se non in smoking, almeno in giacca e cravatta… Ma il poverino, rampollo ricco di un’agiata famiglia che lo vorrebbe accomodato a far di conto dietro una delle scrivanie della multinazionale gestita dal padre, come un novello scapestrato e giovanissimo Enrico V, ha scelto di sottrarsi al volere paterno per guadagnarsi da vivere come semplice commesso in un minimarket gestito da una famiglia di Bangladesi, posizionato esattamente di fronte agli ingressi Rai di Via Teulada, e coltivarsi in gran segreto il sogno di sfondare come star dello spettacolo leggero.
– Enrico V? E chi è il suo Falstaff, o il suo compagno di bravate?
– Eccolo, lo scoop. Sei pronto?
– Tutt’orecchi, come si soleva dire ai tempi del Quartetto Cetra.
– E invece no. Non voglio svelarti subito l’asso. Piuttosto continuerei a descriverti per grandi linee in cosa consistono i dieci episodi di questa miniserie che alterna con grazia e altrettanta disinvoltura, proprio come le commedie musicali italiane degli anni ’70, numeri musicali e danzati, eseguiti e coreografati con un gusto per la ricostruzione vintage degli augusti modelli di Antonello Falqui e Daniele D’Anza che ti lascia, garantisco, di stucco. Ovviamente si tratta di omaggi, e il peso del tempo si avverte, ma la carrellata di successi canori italiani e stranieri che sempre per merito di quella macchina del tempo di cui ti dicevo, Laganà junior rivisita insieme alla sua ciurma di attori, cantanti e ballerini, sprigiona in chi, come me, quei tempi d’oro se li ricorda per esperienza diretta, una nostalgia allegra, una tenerezza giocosa, e la gradevole sensazione di ritrovare nel (piccolo?) schermo un garbo e una perizia dati ormai per dispersi, archiviati per sempre in un baule di ricordi sepolto sui fondali dell’Oceano dove come il Titanic o il Lusitania si è inabissata l’intera cultura dello Spettacolo di Varietà di un’epoca ormai definitivamente e irrimediabilmente cancellata, come la memoria irrecuperabile di un hard disk bruciato. Per tutti, e dico tutti i giovani cantanti e ballerini che si esibiscono con lui nei frequenti numeri musicali del programma, è finalmente il caso di parlare non di “professionalità”, ma di autentica BRAVURA. Voglio fare il nome di una per tutti, Rita Pilato, che si produce in una formidabile interpretazione di “Brava!”, la più pirotecnica e virtuosistica fra tutte le canzoni di Mina (l’hai ben presente?), serenamente eguagliando i vertiginosi gorgheggi del modello originale senza temere confronti. Non so se mi spiego.
– Commovente.

– Puoi dirlo forte. Tutto alternato con siparietti comici gustosissimi (dialoghi azzeccati e da ridere come “La festa è un mortorio” “Prosecco?” “No. Vino frizzante” “Porc…!”) e una truppa di attori disposti a prendersi per il culo da soli, come i due Pesi Massimo, Wertmüller e Ghini, il primo che discetta in un Latino farlocco per mascherare la propria cialtroneria, mentre l’altro tenta di coprire con la boria dell’attore consumato un insopprimibile istinto cleptomane. Ma c’è anche Paola Tiziana Cruciani, cliente ciarliera del minimarket costantemente impegnata a rivoltare la Rai come un pedalino nel microfono auricolare del suo cellulare; Francesco Pannofino, l’ex Miss Italia (del 1996) Danny Mendez, Enrico Bertolino, Ludovica Bizzaglia, Enzo Paci, addirittura Mietta in un paio di brevissimi cammei che sfiorano il cult!… E qui la rima ci sta tutta: chi più ne ha più ne Mietta! (Scusa…)
– Vabbè. Invero stellare, come cast televisivo.
Perciò da Dante mi sono fatto avanti e ho azzardato al giovane Laganà (che ha voluto tirar dentro alla sua avventura anche il padre Rodolfo, affidandogli il ruolo di Seneca, un anziano filosofo ancora disposto al brivido dell’innamoramento) un paio di domande legittime. Tipo: dove hai assorbito il DNA di una civiltà dello spettacolo apparentemente morta e sepolta come quella del Varietà italiano degli anni ’70, dove ad avere la priorità per emergere e farsi notare erano il talento, la bravura e la tecnica del canto e della recitazione?
– E che cosa ti ha risposto?
– Embè, è naturale che un figlio d’arte abbia avuto l’opportunità di crescere sulle tavole del palcoscenico del Teatro Sistina, dove verso la fine degli anni ‘90 il padre Rodolfo riallestiva “Alleluja Brava Gente” di Garinei e Giovannini. Quello fu l’imprinting. Realizzare “Minimarket” è stato un po’ come rimettere insieme gli amici di suo padre, che dunque erano anche suoi amici “più grandi”, e farli lavorare con una squadra di “giovani vecchi”, come lo stesso Filippo ha voluto chiamare i suoi collaboratori più giovani, tutti quanti, come lui, accomunati dal bisogno di rivitalizzare il Varietà con volti nuovi e freschi, desiderosi di esprimere un talento acquisito con lo studio e con la pratica del palcoscenico, non con il numero dei followers su Instagram e TikTok.
– Sempre più commovente. Però adesso dimmi qual è lo scoop, per favore.
– Ora arriva, non ti preoccupare. Parlavamo di Enrico V e Falstaff, ti ricordi?
– Certo che mi ricordo.
– Ebbene, indovina chi è il Falstaff di questo “Minimarket”? Chi è l’amico maturo del giovane protagonista che lo incoraggia ad andare fino in fondo e non mollare per coronare il suo sogno?
– O me lo dici o cerco un cacciavite e ti sbudello seduta stante.
– Kevin Spacey.
– Cosa?
– Hai sentito bene. Kevin Spacey.
– Ma lui proprio lui in carne e ossa, o ricreato con l’AI?

– Lui proprio lui. Kevin. Che si è prestato al gioco con l’umiltà e la grandezza di un grande artista, evidentemente colpito dalla passione contagiosa di un giovanotto così innamorato della propria idea. Hai presente Alec Baldwin che in “To Rome with Love” di Woody Allen suggerisce a Jesse Eisenberg come sedurre la ragazza di cui si è invaghito? La sua è una presenza che via via si intuisce come invisibile agli altri: solo il ragazzo può vederlo e parlare con lui. Una via di mezzo tra Mefistofele e il Coniglio Harvey. Kevin Spacey, che in “Minimarket” interpreta inequivocabilmente sé stesso e nessun altro, è fuor di dubbio l’assoluto valore aggiunto di questa miniserie già cult anche solo per questo motivo.
Laganà junior sostiene di esserselo sognato di notte e di averlo immediatamente contattato via “email”. Sul come abbia trovato questa email è stato piuttosto reticente, ma davanti al fatto compiuto di un risultato così felice perché voler indagare oltre? Su Raiplay la serie viene offerta con l’opzione dell’audio originale, perciò puoi scegliere se ascoltare la sua vera voce o quella del suo doppiatore italiano, Roberto Pedicini.
– Immagino tu abbia selezionato l’audio inglese.
– Nemmeno da chiedermelo. Ed è infatti nell’uso del corpo, della voce e del “personaggio” Spacey, sorta di alieno sopraggiunto su un disco volante da un’altra galassia, non solo quella dello Showbiz USA ma anche dalla galassia del moralismo MeToo che lo ha voluto elidere dall’empireo hollywoodiano (per ragioni sulle quali lo stesso Filippo ha voluto sorvolare per non scadere nel pettegolezzo idiota), che consiste, tra i molti che offre, il motivo di maggior interesse della visione di “Minimarket”. Osservare come si muove e come si esprime un essere umano estrapolato dal suo abituale contesto, dall’ambiente che gli è naturale, dove si è costruito quell’immagine e quel personaggio che gli hanno fruttato fama e planetaria ammirazione, un essere umano dotato di un ingegno affabulatorio e di qualità attoriali di molto superiori alla media (due premi Oscar non li ha certo vinti a caso) che gli hanno cucito addosso un’icona da Star così adorata, può provocare – e in “Minimarket” accade esattamente questo – un cortocircuito per cui semanticamente il simulacro di “quel” Kevin Spacey si sveli in tutta la sua impossibilità di adattamento a luoghi, spazi, livelli per lui incongrui, estranei, e perciò avviene il miracolo, forse casuale o almeno non del tutto volontariamente perseguito dall’autore/regista (magari nemmeno dallo stesso Spacey) della sensazione di una visione non condivisa, di una presenza riservata esclusivamente alla percezione del protagonista e di noi, pubblico “complice”, che gli conferisce quella “aura” fantasmatica necessaria a rendere perfettamente credibile che nessuno degli altri personaggi lo veda nello spazio rettangolare dello schermo.
– Càspita. Ce n’è di che scriverci sopra una tesi di laurea.
– Può essere. Fatto sta che anche senza preoccuparci di chi Spacey lo veda o non lo veda, possiamo considerarci felici e contenti di godere delle sue battute, dei suoi tempi, della sua sorniona autoironia, e della stratosferica performance di “I’ve got you under my skin” di Cole Porter, che a buon diritto va ad aggiungersi, completando un ideale terzetto di eccellenze, alle versioni di Frank Sinatra e Bono Vox. Tutto questo, già da un mesetto, è visibile su Raiplay, alla faccia di quelli che “in televisione non c’è più niente da vedere”.
– Magari non in binge-watching, ma un’occhiata gliela darò anche io volentieri. Grazie del consiglio. E complimenti al giovane Laganà, esempio vistoso della fortuna che aiuta gli audaci.
– Lui, che comunque pensa già alla seconda stagione, mi ha riferito di tante invidie e tante cattiverie da parte di chi gli ha dato del ragazzino viziato e del figlio di papà. Rodolfo invece era all’oscuro di tutto, e lo ha saputo alla presentazione dei palinsesti Rai. A lui Filippo non ha chiesto niente. Ha usato i propri soldi guadagnati lavorando in un ristorante. Insomma, una storia finita bene, mi sembra.
– E se Kevin diceva di no?
– Ha detto di sì. Ciò basti. Ma a Filippo ho chiesto, prima di lasciarlo cenare in pace col padre e i loro amici, quale sarebbe stato il piano B nel caso di un rifiuto di Kevin. E lui (se vuoi commuoverti prepàrati), ha risposto così: “Soltanto un altro, oltre a Kevin, avrebbe potuto interpretare il ruolo dell’amico immaginario di Manlio: Gigi Proietti. Ma lui non c’è più, e sono sicuro che da lassù ha dato a tutti noi una grossa mano nella lavorazione di questo progetto. Sento che dietro l’ok di Kevin c’è anche lui: Gigi”.




