24 Settembre 2026 02:28

Arte pubblica e anima dei gonfiabili: intervista con Franco Mazzucchelli

Franco Mazzucchelli, Abbandono, Icosedro, 1969, Villa Crippa, Varese
Pratica artistica e riflessione teorica si confermano nel lavoro di Franco Mazzucchelli (1936) un binomio inscindibile, al centro di una ricerca coerente e profondamente etica. Lo scultore, attraverso il rifiuto originale dei paradigmi tradizionali, ha posto l’etica come motore per la concezione dell’opera, costruendo una proposta positiva che rende l’atto creativo una piena azione politica e dando centralità alla creazione come incontro. L’artista si fa così attivatore di relazioni, affermando con rigore l’inscindibile binomio di vita e arte come spazio aperto di libertà concreta. La sua ricerca – visibile fino al primo marzo 2026 nella mostra “Blow Up” al Museo MAN di Nuoro, elaborata in collaborazione con il MUDEC di Milano e curata da Marina Pugliese – è testimonianza concreta di un metodo, dell’evoluzione dell’arte pubblica e del lavoro di un autore che non ambisce a decorare il mondo, ma a metterlo in crisi, aprendo inattesi spazi di libertà e incontro. Ecco quello che ci ha raccontato l’artista
Franco Mazzucchelli nella sua Preghiera al sole, 2003, Arengo del Broletto, Novara

Franco Mazzucchelli, nel suo lavoro emerge una forte componente ideale. Come si è evoluta la sua concezione etica dell’arte?
«La componente etica del mio lavoro nasce come una presa di posizione. Fin dall’inizio ho sentito la necessità di sottrarre l’arte alle logiche di esclusione, di mercato e di controllo istituzionale. Portare le opere nello spazio pubblico, lasciarle esposte all’uso, all’abbandono, persino alla distruzione, era un modo per rimettere in discussione il potere dell’artista e il ruolo dell’opera. Con il tempo questa posizione si è chiarita: l’etica dell’arte, per me, riguarda il modo in cui un’opera occupa lo spazio e si rapporta alle persone. Il gonfiabile non è mai un monumento, non celebra nulla, non dura. È un corpo temporaneo che interrompe l’ordine dello spazio senza appropriarsene, che esiste solo finché qualcuno lo incontra. In questo senso il mio lavoro rimane un atto politico perché rifiuta la stabilità, la proprietà e l’autorità. L’opera non afferma, ma mette in crisi; non rappresenta il potere, ma ne indebolisce i confini. L’arte, per me, è ancora uno spazio di libertà concreta, non simbolica, dove è possibile immaginare un altro modo di stare insieme».

Franco Mazzucchelli per il Museo per l’Immaginazione Preventiva, editoriale, 2020, MACRO, Roma, Ph. Roberto Apa

Gli sviluppi relazionali attivati dalle sue prime opere quanto hanno influito il suo modo di fare arte?
«Gli sviluppi relazionali attivati dalle mie prime opere non sono stati una conseguenza, ma il vero motore del mio modo di fare arte. Fin dall’inizio ho capito che l’opera non si completava nella forma, ma nell’incontro: nel modo in cui veniva attraversata, usata, ignorata o trasformata dalle persone. Quelle esperienze mi hanno costretto a rinunciare all’idea di controllo. Lasciare un’opera nello spazio pubblico significava accettare reazioni imprevedibili, conflitti, appropriazioni. In questo senso la relazione non era un valore aggiunto, ma un campo politico reale, in cui si misuravano libertà, responsabilità e condivisione. Da lì in poi il mio lavoro si è costruito su questa consapevolezza: l’arte non come comunicazione unidirezionale, ma come situazione aperta. Un’opera esiste davvero solo quando entra in relazione con altri corpi, altre volontà, altri tempi. Tutto il resto è solo forma, bieca decorazione».

Lei ha sottolineato il ruolo dell’insegnamento nel suo approccio alla produzione artistica. Perché è stato così importante?
«L’insegnamento è stato importante perché mi ha costretto a mettere continuamente in discussione le mie certezze. Insegnare non significa trasmettere un modello, ma esporsi al confronto, accettare che ogni processo resti aperto. Questo atteggiamento ha influenzato profondamente il mio modo di produrre arte. Nel rapporto con gli studenti ho ritrovato la dimensione del fare come esperienza condivisa, non come affermazione individuale. L’aula, come lo spazio pubblico, è un luogo di negoziazione: di linguaggi, di responsabilità, di libertà. Lì ho capito che l’arte non si difende irrigidendosi, ma rimanendo permeabile. L’insegnamento mi ha ricordato che ogni opera è anche un atto pedagogico, nel senso più ampio del termine: non perché spiega, ma perché apre possibilità, genera domande, mette in moto un pensiero critico. In questo senso, fare arte e insegnare sono sempre stati, per me, due forme della stessa pratica».

Franco Mazzucchelli, Riappropriazione, 1978, Villa Reale, Monza