
Fino al 2 marzo alla Collezione Guggenheim la prima grande esposizione museale dedicata alla produzione ceramica di Fontana
C’è un equivoco che dura da decenni: pensare Lucio Fontana come un artista che ha inciso la tela e poi si è fermato lì. Un gesto definitivo, iconico, quasi violento, che ha finito per oscurare tutto il resto. Eppure, prima del taglio, prima dello spazio, prima della ferita, c’erano le mani. Mani sporche d’argilla. Mani che modellano, comprimono, accarezzano. Mani che tornano a terra.
A ricordarcelo oggi è Venezia, con una mostra che non è solo una rivelazione, ma una necessaria messa a fuoco: Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana, ospitata negli spazi della Collezione Peggy Guggenheim. È la prima grande esposizione museale interamente dedicata alla produzione ceramica dell’artista, e già questo basterebbe a farci rallentare il passo.
In una delle sale, una ceramica scura e irregolare emerge come un corpo appena dissepolto. La superficie è compressa, graffiata, segnata dal fuoco. Non c’è compiacimento formale: c’è peso, resistenza, attrito. È un Fontana che non taglia lo spazio, lo trattiene. Un’opera che non chiede di essere letta, ma toccata con gli occhi.

Un ritorno alle origini, lontano dal mito
La passione di Fontana per la ceramica nasce negli anni Venti, in Argentina, nel laboratorio del padre. Non come esercizio minore, ma come necessità primaria. La creta diventa compagna silenziosa di tutta una vita creativa, una seconda biografia parallela, meno celebrata ma più intima. In mostra, circa settanta opere raccontano questa relazione profonda e costante: un corpus sorprendente, che spazia da figure animali – coccodrilli, guerrieri, creature arcaiche – a lavori non figurativi, fino alle intense e drammatiche ceramiche dedicate alla Crocifissione.
Fontana le chiamava sculture, e non per caso. In queste opere non c’è decorazione, ma tensione. Non c’è ornamento, ma lotta fisica con la materia. Un corpo a corpo che restituisce all’argilla una dignità pari, se non superiore, a quella del marmo e del bronzo.
La materia come biografia
Come sottolinea la direttrice della Collezione, Karole P. B. Vail, la mostra offre un approfondimento inedito sul rapporto vitale dell’artista con la creta, materiale che ha accompagnato il suo percorso creativo per tutto l’arco della vita. Un rapporto non episodico, ma strutturale. Senza l’argilla, non avremmo mai compreso fino in fondo la radicalità dei tagli. I tagli non sono una rottura con la materia: sono il punto in cui la materia, finalmente, viene lasciata andare.
La curatrice Sharon Hecker va oltre, parlando di un Fontana più intimo e tattile, lontano dall’eroismo sintetico del gesto iconico. Qui l’artista si concede il tempo dell’imperfezione, dell’errore, della combustione. La ceramica non perdona, ma libera. E la mostra restituisce a questo medium il ruolo che gli spetta: non un’appendice, ma un asse portante della sua ricerca.

Ridurre Fontana ai tagli significa accettare una versione comoda della sua opera: rapida, riproducibile, iconica. Le ceramiche, invece, costringono a rallentare. E il sistema dell’arte, si sa, rallenta malvolentieri.
Venezia come luogo necessario
Non è casuale che tutto questo accada a Venezia. Non la Venezia-cartolina, ma quella dei materiali instabili, dell’acqua che sale, delle superfici che mutano con il tempo. Città di fango e di mani che costruiscono, Venezia è il luogo ideale per raccontare questa seconda vita di Fontana. Le sale della Peggy Guggenheim diventano così uno spazio di ascolto più che di esposizione. Qui il visitatore non è chiamato a riconoscere un’icona, ma a seguire un processo.
Alla fine del percorso, una certezza rimane: Lucio Fontana non ha mai smesso di toccare la materia. Anche quando ha inciso la tela, stava ancora modellando il mondo. Le sue ceramiche non sono un capitolo laterale, ma la prova che ogni gesto radicale nasce da una lunga fedeltà alle mani. E che il futuro dell’arte, prima di essere spazio, è sempre terra da toccare.





