
Nella mostra Untitled (I Love You) Aran mette in scena al Madre pittura, video, installazione e ambienti
Inaugurata al terzo piano del Museo Madre di Napoli la mostra Untitled (I Love You), dell’artista israeliano con base a New York Uri Aran, classe 1977. Curata dalla direttrice del museo Eva Fabbris offre, tramite l’esposizione di 170 opere, la possibilità di conoscere il lavoro multimediale di Aran, nato a Gerusalemme, ma stabile negli Stati Uniti. Che sembra esprimere precisamente il contenuto dell’immaginario della sua generazione, che ha attraversato epoche differenti, superando senza troppe sfumature l’ambiente analogico per ritrovarsi a vivere in un mondo digitalizzato e ipertecnologico.
Quella dei nati verso la fine degli anni 70 è una generazione ponte, da un lato fortemente legata all’oggetto manufatto e, dall’altro, totalmente coinvolta nelle trasformazioni del nuovo millennio che sostituisce alla fisicità e pesantezza dei materiali, l’inconsistenza e la leggerezza del virtuale. O, ancora, sostituisce alla manipolazione analogica per l’elaborazione di immagini e suoni, l’immediatezza digitale con la conseguente riduzione dei tempi di lavoro.
In questo distacco, tutto ciò che appartiene al prima assume i connotati di un ricordo lontano e il tempo passato sembra essere maggiore rispetto a quello che in realtà è, perché del resto molte cose di quel periodo analogico ancora sopravvivono nel mondo attuale, ma hanno un tono ingiallito romantico, una patina che può far vibrare emozioni fino a commuovere.

La sensazione che mi pervade attraversando le sale del museo è esattamente questa, un viaggio contemporaneo nella memoria attraverso la sinestesia e il richiamo a (o il riutilizzo di) oggetti e materiali che ad una persona nata nel 2000 possono sembrare obsoleti, mentre ad una persona nata a metà anni settanta risultano romantici.
Quotidianità dell’infanzia
Del resto “I Love You”, ti voglio bene esteso a tutto il percorso espositivo, sembra una dichiarazione di legame mnemonico con i propri ricordi, con il passato, con gli affetti e gli oggetti che componevano la quotidianità dell’infanzia o dell’adolescenza e trovo questo processo molto malinconico. Non si riesce a trovare uno sbocco verso l’umorismo come rapidamente suggerito nell’infografica introduttiva. E questo stato psicologico arriva a toccare corde della sensibilità umana. Quando a partecipare al ricordo sono le immagini di animali, che conducono alla riflessione su sé stessi.
Il lavoro oggettuale a ambientale di Uri Aran è estremo e mette l’osservatore dinnanzi alla realtà del saper riconoscere, oppure no, il passato, e in tal senso non credo sia una mostra per tutti, non è da escludere che una mostra del genere possa lasciare il fruitore con dei grossi punti interrogativi, spiazzato, vuoto o svuotato. Qualsiasi cosa qui richiama un qualcosa che sembra appartenere all’immaginario di ciascuno di noi, nati prima della fine degli anni 80.

Nulla è però perfettamente definito, ma solo lontanamente evocativo. In tal senso molto evocativi, oltre che molto belli, sono i lavori pittorici, in cui ci si illude di vedere qualcosa di familiare. Un baluginio improvviso illumina qualcosa che forse abbiamo già visto, ma è solo una sensazione. Non abbiamo potuto vedere tutti la stessa cosa.
L’importanza della lettura
Leggero umorismo, velato e ambiguo, si può cogliere probabilmente nel recente lavoro Untitled (Bread Library), la libreria del pane del 2025, uno spazio che può richiamare concettualmente alcuni lavori ambientali di Giuseppe Penone, e in cui il forte odore del pane cotto crea una sinestesia, comunque emozionale. Ma le pagnotte concepite come lettere dell’alfabeto invocano il pubblico a divorare la scrittura, perché è evidente che dal passato al futuro, stiamo dimenticando l’importanza della lettura, della stampa, a favore di una velocità nell’ottenere risultati, che però, seppur orientato verso il target, alimenta l’analfabetismo.
E quindi il bello del tempo ritorna ad essere un ricordo. La sua lunga durata, il sapersi godere ogni momento, stesi a riflettere senza cellulare in mano su quelle comode poltrone in similpelle. Che ritornano durante il percorso espositivo in varie dimensioni. Le sfere laccate del biliardo, ferme nel tempo, in quelle sale piene di fumo, tra chiacchiere, scommesse, alcol e liti di gioco. Aprire un vecchio cassetto di legno e trovarci dentro una rubrica. Fotografie formato tessera, stoffe ricamate. Tutto ingiallito, come il ricordo sopravvissuto al tempo e restituito ai nostri giorni con una patina che man mano va ad inspessire, fino a rendere inutilizzabile qualsiasi cosa e prima che questo accada, Uri Aran eleva la loro aura ad un livello superiore, dando loro la giusta collocazione nel tempo.

L’incedere del tempo
Si attraversano le epoche, tra pittura, video, installazione, ambienti e in questi passaggi stilistici la partecipazione costante di un fedele animale domestico, emblema dell’affetto incondizionato, quel “I Love You” tra esseri viventi e che perdura nell’esistenza dell’individuo, dell’artista giovane che abbraccia piangendo il suo cane, in un video del 2006, nella consapevolezza che questo affetto enorme finirà dal punto di vista materiale, perché il tempo farà il proprio lavoro, ingiallendo anche questo rapporto e trasponendolo in triste ricordo.
Sembra quindi un monumento celebrativo di questa unione tra umano e animale quel blocco monolitico al centro della sala, con una serie di buche più o meno precise, in alcune di esse, nascosti proprio come fanno i cani, alcuni oggetti simili ai giocattoli o ai biscotti che si utilizzano per premiare il proprio cane nel momento del gioco.

E quindi è evidente che molto poco ci sia di umoristico in questo percorso, ma molto di riflessivo. Del resto nel video finale My Friend del 2020, l’artista seduto su una sedia di legno, nella camera da letto di quella che potrebbe essere la propria abitazione, guarda verso una telecamera e ripete con soste brevi “amico mio”, svuotando il significante dal significato, cambiando la propria espressione con il mutare del suono, come se arrivasse a non crederci più a quell’involucro sonoro che esce automaticamente dalla propria bocca.
Non è a mio avviso umorismo, ma una presa di coscienza di come siamo piccoli difronte all’incedere del tempo, di come tutto verrà inesorabilmente trasformato, travolto, sostituito, dimenticato da qualche parte, per poi forse finire nelle sale di un museo, come hanno fatto magistralmente, dal punto di vista emotivo, Uri Aran ed Eva Fabbris.
Uria Aran
Untitled (I Love You)
Fino al 18 maggio 2026
A cura di Eva Fabbris
Museo Madre, Napoli




