
Il 2026 si apre con una proposta diversa per la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo: un programma e un’attitudine, in preparazione della nuova sede, che apre una riflessione di senso sul futuro dell’istituzione e delle sue pratiche relazionali e comunitarie.
Elemento che apre, di estensione e congiunzione con l’impegnativo progetto biennale appena terminato, Pensare come una montagna – II biennale delle Orobie, è la presentazione del volume edito la Lenz e curato da Valentina Gervasoni e Lorenzo Giusti dal titolo An Orobic Journey. On Migratory Restlessness, Community, and Multispecies Geographies (700 pagine, solo in inglese, testi e altri approfondimenti in lingua italiana sui canali web della GAMeC). Un libro che affida a saggi, conversazioni e narrazioni visive la volontà di proporre un campo di ricerca ampliato rispetto alle esperienze concretamente vissute. Obiettivo del volume quello di mettere in evidenza i paradigmi dell’immaginario ecologico occidentale, interrogando le categorie di natura, wilderness e paesaggio, così̀ come le implicazioni coloniali, politiche e simboliche che le accompagnano.
In parallelo, grazie al contributo di Regione Lombardia, Fondazione Cariplo e Unioncamere Lombardia, e con il sostegno del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale nell’ambito del bando InnovaCultura 2024, è la presentazione al pubblico della nuova APP GAMeC sviluppata da Hidonix Industries. Tra le caratteristiche vi sono mappe interattive e navigazione indoor/outdoor per orientarsi all’interno e all’esterno del museo, la traduzione automatica multilingua per pubblici internazionali, videoguide in LIS, audioguide e audiodescrizioni, riconoscimento automatico delle opere, narrazioni e approfondimenti con contenuti diversificati, itinerari tematici per scoprire le collezioni e la possibilità di visitare la GAMeC anche da remoto-offline. La nuova app è, negli intenti dell’istituzione, uno strumento didattico versatile, sostenibile, immaginato per rafforzare “il legame tra arte contemporanea e comunità̀”.

E finalmente eccoci al nuovo titolo – progetto 2026 della GAMeC che Lorenzo Giusti, direttore della GAMeC, introduce con una domanda: “Che cosa significa davvero educare? E come si educa in un tempo che ci forma già, spesso senza che ne siamo consapevoli?” Pedagogia della speranza, il nuovo titolo dell’anno, oltre che binario di interesse e confronto, “nasce da questi interrogativi, che per noi non sono retorici, ma toccano il senso stesso di ciò̀ che un museo può̀ essere oggi: non solo luogo di trasmissione del sapere, ma spazio in cui si apprende insieme, ripensando ruoli, linguaggi e direzioni della conoscenza. L’arte interviene su queste domande non offrendo risposte definitive, ma attivando pratiche che le mantengono vive, le approfondiscono e le rilanciano, lasciando aperto lo spazio per immaginare, insieme, futuri possibili e condivisi”.
La costruzione di Pedagogia della speranza vede al centro delle attività della GAMeC un Public Program interdisciplinare che, lungo tutto l’anno, vuole integrare pedagogia, arte e cultura tecnico-scientifica mediante incontri, seminari e workshop (a partire da domenica 1° marzo). Durante l’estate invece, grazie a un intervento site-specific di Fosbury Architecture, il Palazzo della Ragione, nella parte alta di Bergamo, viene trasformato, sempre a cura della GAMeC, in un laboratorio di sperimentazione come sede di pratiche artistiche, educative e civiche intrecciate nella quotidianità.
Ispirato al pensiero del pedagogista brasiliano Paulo Freire, il programma di Pedagogia della speranza, che intende ri-attualizzarne tematiche e approcci, è co-progettato da Lorenzo Giusti, dal dipartimento educativo (Sara Tonelli con Rachele Bellini) e dal team curatoriale (Sara Fumagalli, Valentina Gervasoni e Irene Guendalini).
In questo percorso, in dialogo con le pratiche di Pedagogia della speranza, una nuova serie di Radio GAMeC – la settima – dedicata ai temi della formazione e dell’apprendimento e le mostre di Ana Silva e Selma Selman nello Spazio Zero del museo.

È infatti EAU di Ana Silva (1979, Calulo) che apre la parte espositiva del 2026. Prima personale italiana dell’artista angolana-portoghese, si compone di un progetto site-specific che affronta in maniera poetica il tema dell’accesso all’acqua e del riciclo. Grazie al recupero di tessuti, pratiche e saperi femminili, l’artista trasforma lo Spazio Zero della GAMeC in un ambiente nel quale il ricamo su garze sintetiche, così come su buste di plastica, restituisce una sorta di epopea che risuona tra privilegi e necessità, tra donne e bambini, tra natura e interruzioni, tra consumismo e riciclo inteso come secondo consumismo delocalizzato.
Nessuna ingenuità nel lavoro di Ana Silva che mostra la capacità di trasformare consapevolmente materiali di dislocazione in superfici narrative dove si raccolgono storie di potere accanto a memorie familiari. Tra fili, glitter e paillettes, le superfici si articolano leggere nello spazio, trovando nel ricamo (grazie anche alla collaborazione con un piccolo gruppo di ricamatrici bergamasche) un racconto figurativo riconoscibile che sviluppa in una ricerca formale ben articolata.




