
Nello spazio di A~C Creative Studio di Milano una serie di opere dell’artista che partono da oggetti legati al corpo, alla cura, alla protezione
C’è un momento, entrando nello spazio di A~C Creative Studio a Milano, in cui la percezione vacilla. Non accade per eccesso di spettacolarità, ma per sottrazione. Le opere di SantaSeveso, riunite sotto il titolo Doppelgänger e curate da Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, non impongono una presenza: insinuano un dubbio. Il doppio, qui, non è tema iconografico ma struttura ontologica. Non riguarda ciò che vediamo, ma il modo in cui ciò che vediamo smette di coincidere con sé stesso.
La pratica dell’artista parte da oggetti legati al corpo, alla cura, alla protezione. Oggetti che, nel nostro immaginario, promettono sicurezza, contenimento, prossimità. Ma nel momento in cui vengono trasposti nel campo scultoreo, subiscono un’operazione chirurgica: la funzione viene estratta. Ciò che resta è una forma privata della propria giustificazione. E quando la funzione scompare, l’oggetto non muore: si sdoppia. La sottrazione produce un trauma percettivo. Il familiare non è più affidabile. Il morbido può diventare rigido. Il protettivo può trasformarsi in involucro.

Non siamo di fronte a ready-made né a semplici trasfigurazioni simboliche: siamo dentro una zona di sospensione in cui l’oggetto non svolge più un compito ma trattiene una tensione. Il riferimento al Doppelgänger attiva inevitabilmente la categoria del perturbante. Ma SantaSeveso evita la teatralità dell’inquietante. Non c’è ombra che incombe, non c’è narrazione gotica. L’inquietudine nasce da uno scarto minimo, da un’impercettibile eccedenza o mancanza. È un perturbante a bassa intensità, quasi clinico.
La curatela di GEL Nidiaci sostiene questa linea senza sovrascriverla. Il percorso non impone interpretazioni, ma costruisce una grammatica dello slittamento: ogni opera è un campo di forze in cui attrazione e rifiuto coesistono. Il doppio emerge come raddoppiamento semantico: la forma è una, ma i suoi significati divergono. L’unità è un’illusione ottica.

In Doppelgänger l’identità non viene tematizzata in chiave autobiografica o narrativa. Non c’è confessione, non c’è storytelling. L’identità è trattata come fenomeno materiale: superficie, pelle, involucro. La scultura diventa allora il luogo in cui testare la tenuta dell’io. Se un oggetto può perdere la propria funzione e restare in piedi, cosa accade all’identità quando perde il proprio ruolo sociale? Quando smette di essere “utile”?
SantaSeveso sembra suggerire che l’identità contemporanea sia intrinsecamente scissa: ciò che mostriamo e ciò che siamo non coincidono, ma convivono in una tensione permanente. Il doppio non è un’eccezione patologica, è la condizione ordinaria.

Ciò che colpisce è l’assenza di catarsi. Le opere non cercano una sintesi. Non c’è pacificazione tra le due polarità. Ogni elemento resta aperto, instabile, in bilico. In un sistema dell’arte spesso orientato verso la dichiarazione esplicita e l’immediatezza concettuale, SantaSeveso sceglie la via dell’ambiguità controllata. Il senso non è dato, è trattenuto. E forse è proprio qui che la mostra trova la sua forza: nel rifiuto di offrire un’immagine compatta del reale. Il doppio non viene risolto. Viene abitato.
Fino al 28 febbraio 2026, Doppelgänger propone un’esperienza che non consola né rassicura. È un esercizio di disallineamento percettivo. Una dimostrazione che la scultura, quando rinuncia alla monumentalità e lavora sulla soglia, può ancora aprire fratture nel modo in cui guardiamo – e nel modo in cui ci pensiamo.




