
Nel giorno in cui Battisti festeggerebbe il suo compleanno, una riflessione sui suoi frequenti accostamenti a temi legati alle arti visive
Non si può attraversare mezzo secolo, scrivendo canzoni, senza lasciare tracce di se. Pensiero comune, ma che non apparteneva ad uno dei geni musicali del ‘900. Lucio Battisti – che proprio oggi, 5 marzo, compirebbe 83 anni – ripeteva spesso che l’artista non esiste e che è la sua arte, casomai, che deve rimanere impressa nella testa dell’ascoltatore. Questo essere un fuggiasco dalla folla, ha avuto però l’effetto di renderlo immortale e la sua, autoreferenziale, furia iconoclasta è servita a poco in tal senso.
La deriva (diremmo Banksyana), di riserbo, si era acuita negli ultimi quindici anni di carriera e di vita, e c’è stato un comune denominatore tra gli ultimi dischi che è quanto meno curioso per un cantautore. Un continuo accostamento di temi legati all’arte, sia nelle canzoni che soprattutto nelle copertine dei dischi. È noto a molti, poi, che Lucio Battisti aveva avuto nel corso della sua vita una passione viscerale per la pittura, tanto che alcuni anni fa sono stati resi fruibili al pubblico alcuni dipinti degli anni settanta che recavano la sua firma inconfondibile.
Osservandoli, è impossibile non notare che l’astrattismo dei dipinti stoni molto con il tono colloquiale e propriamente “pop” delle canzoni frutto del duo Battisti-Mogol del periodo. Le cose, come si diceva, cambiano se guardiamo agli ultimi cinque album scritti in sodalizio con il poeta Pasquale Panella. L’intero decennio produttivo viene denominato “periodo bianco” perché, come vedremo, le copertine da quel momento abbandonano le foto dell’autore e le bucoliche immagini pop, per affacciarsi quanto più possibile all’arte contemporanea.
Copertine da ammirare
Discografici, di passaggio dalla casa di Molteno (Brianza), raccontano di una tela della serie “Esso” di Mario Schifano e di altre riconoscibilissime opere della Pop Art italiana appese alle pareti. Le copertine dei suoi vinili diventano quindi delle piccole tele da dipingere, seguendo i gusti di un artista di certo popolare, ma che restava sempre una spanna davanti a pubblico e addetti ai lavori. A supporto di questa affermazione, bisogna riportare i racconti dei dirigenti delle etichette discografiche, che nel momento di ridurre l’immagine di copertina del vinile, per adattarla al nascente Compact Disc, si sentono rispondere che l’immagine non deve essere ridotta, ma che bisogna prenderne quanto rientri nello spazio di copertina del CD.

Salvaguardare quindi le proporzioni dell’opera, anche a costo di farla a pezzi! Sembra l’artista e non il cantautore a parlare e potremmo dire che non è sbagliato pensarlo, se si analizzano le copertine di quei cinque album. Il primo disco “bianco”, intitolato Don Giovanni, esce nel 1986 ed è di fatto un acquerello su sfondo seppiato. La cosa più vicina ad un’opera pittorica, e meno alla copertina di un disco, che ci si sarebbe mai potuta aspettare. Battisti, come da prassi, non dà spiegazioni e cosi non rimane che il disco da ascoltare e la copertina da ammirare.
Dare quindi delle interpretazioni, come vedremo, e quanto meno azzardato. Ma è impossibile non notare che Battisti abbia voluto rendere omaggio alla sua passione per l’arte pittorica, inserendo il soggetto astratto all’interno di una cornice, anch’essa dipinta con la stessa tecnica. Testimoniando così, graficamente, che quello è un quadro a tutti gli effetti.

Due anni dopo è il turno de L’apparenza. Chi si aspettava un ritorno alle copertine di un tempo, deve ancora fare i conti con un’opera dal gusto contemporaneo. Questa volta si tratta di una china, il soggetto è una credenza (un sinonimo del titolo?). E se le parole giocano con i sensi, l’immagine, con la sua sgangherata chiusura di linee, sembra prendere in giro il, diciamo così, visitatore. Confondendolo con un nonsense degno di un Magritte ebbro di stanchezza.

Un’armonia d’insieme
Il terzo album, La sposa occidentale, è ancora una china e riprende in qualche modo l’idea della “cornice nella cornice”. E seppur le linee appaiano ancora volutamente incerte, c’è un’armonia d’insieme che ci fa capire che l’idea dietro l’opera c’è, eccome. Proprio come nella sua musica, anche in queste copertine non vi è traccia del DNA di altri artisti contemporanei ed è proprio questa la grandezza di Battisti, essere se stesso restando grande, ma senza avvicinarsi nemmeno lontanamente ad altri.

Gli ultimi due album sono un ulteriore inno al minimalismo. Il primo, del 1992, è Cosa succederà alla ragazza. In copertina troviamo l’acronimo del titolo, scritto con una calligrafia tremolante. Si tratta sempre di una china, e l’impressione è che, a differenza degli altri, la non riproducibilità dell’opera non sia stata considerata. Valutazione, la nostra, che stona però con un altro pensiero di Battisti. Proprio in quegli anni confida, infatti, che il disco ideale dovrebbe essere unico. Non più quindi riprodotto in copie, ma originale e fruibile in un modo limitato, proprio come una scultura o un dipinto. Eccolo allora in tutto il suo splendore il concetto di opera.

L’ultimo album, Hegel, è del 1994. La copertina riporta una grande “E” stampata con un font da tavola optometrica. Questa volta le linee sono precise, da computer, e non vi sono incertezze. Tanto che alla fine si ha quasi l’impressione che si sia prodotta una crasi tra il Mario Schifano della Esso e un Haring in bianco e nero. Ma la verità (per citare almeno una volta delle parole di un testo di Battisti), è sempre un’interpretazione. E se diciamo che queste cinque opere non sono catalogabili, non assomigliando a nulla, di certo non cadiamo nell’errore di chi, guardando una tela nella controluce di una sala, si sforza di cercarne un senso.




