30 Settembre 2026 19:58

“Sons et lumières” contemporanei, nella primavera di Oslo

Cerith Wyn Evans, StarStarStar/Steer (Transphoton), 2019. Exhibition view, Grammars of Light. © Astrup Fearnley Museet, 2025. Photo: Christian Øen.
La mostra di primavera al Museo Astrup Fearnley di Oslo, fino al 10 maggio, è interamente dedicata alla luce. Con il titolo emblematico “Grammatiche della luce”, disegna ed espande un territorio di ricerche intorno al sensibile lungo ormai più di un secolo. In questo show, dove tra lavori inediti e qualche classico è l’intera architettura del museo a essere rimodellata dalla pratica della sua manipolazione.

Curata da Owen Martin, la collettiva presenta un numero esiguo di lavori e artisti, tra cui il grande specialista della sua declinazione in arabeschi e ambienti come Cerith Wyn Evans. A seguire, un’esperta manipolatrice di narrative legate a temi distopici e alla science-fiction come Ann Lislegaard, e un astro nascente del flusso poetico di testi come P. Staff, che ci aveva già immersi in ambienti acidi e corrosivi in spazi importanti come la Biennale di Venezia del 2022 o la Serpentine a Londra.

Dalla nascita della luce elettrica sino al laser e ai led dei nostri giorni, tra poetiche industriali e utilizzi concettuali del neon, gli artisti non hanno cessato, con i loro ambienti immersivi, le proiezioni video su scala architettonica e le sculture luminose ricavate da lampade di consumo, mediche e industriali, di trasformare gli spazi di gallerie e musei in un costante esercizio sinestetico di sintassi specifiche. La percezione viene influenzata da modi inaspettati che sollevano interrogativi essenziali su come vediamo il mondo e il nostro essere non solo come corpi pensanti, ma sensibili.

Un lavoro storico, oramai leggendario, di Cerith Wyn Evans, StarStarStar/Steer (transphoton) del 2019, la serie di colonne doriche di luci LED, crea l’atmosfera per l’intero edificio di Renzo Piano che si affaccia sul fiordo, con una serie di situazioni cromatiche tutte da vivere e contemplare. È un lavoro che si appoggia sulla casualità e l’algoritmo per un’immersione nel respiro apollineo di una luce modernissima che supera, in una serie di trasformazioni, le ricerche dei pionieri della “neon art” come Dan Flavin o Nauman.

Grammars of Light. © Astrup Fearnley Museet, 2025. Photo: Christian Øen.

Uso questi sporadici riferimenti alla storia del media perché altri artisti in mostra, come P. Staff e Candice Lin, scolpiscono con parole e figure chimiche i loro ambienti, amplificando la disforia di genere, creando aspettative e interrogativi nel pubblico, immergendolo profondamente in una dimensione introspettiva nell’ascolto della corporeità e in ambienti artificiali che amplificano l’impatto della luce con ogni sorta di materiali altri. Un ambiente oscuro illuminato solo da luci arancio, Hormonal Fog, delimitato da una serie di flyer che descrivono uno spazio minimal e irreversibile attraversato dagli effluvi di uno strano fumo, che si scopre essere aromatizzato con sostanze chimiche naturali che agiscono sulla regolazione del testosterone. Una barriera immateriale contro la piatta mascolinità dell’algido minimalismo degli anni Settanta. In fondo, un gioco con l’utilizzo concettuale della luce sul finire del secolo scorso.

P. Staff, Minimum World, 2025. Detail. Installation view of “Grammar of Light” at Astrup Fearnley Museet, Oslo. Photography by Avventuroso. Courtesy of the artist; Commonwealth and Council, Los Angeles; and Galerie Sultana, Paris.

Ann Lislegaard, con la grammatica e l’animazione di flash luminosi, gioca con un particolare da Casa di bambola di Ibsen, in loop, reiterando in un lavoro del 2005 la scena finale della pièce teatrale, in cui Nora, la protagonista, rifiuta con il semplice gesto di una porta chiusa dietro di sé tutto l’universo borghese. Un accumulo di voci femminili e una frammentazione dello spazio in soli 4 minuti e 53 secondi eccedono un silenzio alla Cage in una relazione non lineare con lo spazio e il tempo. Poi, in Crystal World (after J.G. Ballard), un’animazione digitale fluidifica e liquefa un sogno architettonico. Oscar Niemeyer e Lina Bo Bardi si stemperano in un mutevole interno monocromo. Ma è un suo neon del 2016, Come to the Future, che lascia l’immagine forse più vivida dell’intero script della mostra, come fossimo immersi in un’avviluppante proiezione video, a lasciare che il futuro arrivi. E questa fu, in fondo, la promessa della luce elettrica agli esordi.

Fantascienza e possibilità, come opportunità, sono ora gli input di questo spettacolo contemporaneo di sons et lumières tutto da godere in un intervallo suggestivo tra l’inverno dello spirito e le primavere più luminose in arrivo.

Ann Lislegaard, Crystal World (after J.G. Ballard), 2005. Detail. Installation view of “Grammar of Light” at Astrup Fearnley Museet, Oslo. Photography by Avventuroso. Courtesy of Astrup Fearnley Museet, Oslo