
Marah Kalhed al-Za’anin, giovane diciottenne di Gaza, ha trasformato una tenda in una galleria personale di disegni in una vita di resistenza claustrofobica
Nessuna bellezza, forse, sarà in grado di salvare il mondo dove la guerra che verrà non è la prima. Ma se l’arte riesce a produrre e preservare l’immaginifico, a raccontare le cose del mondo, sarà sempre testimonianza identitaria di questo pianeta anche in posti remoti e pieni di sangue e conflitti. Ne è un esempio una tenda con tanti disegni appesi: uno accanto all’altro, su tutte le morbide pareti fino al soffitto, nel turbinio degli orrori e degli errori nella costa palestinese: in quel girone dei massacri raccapriccianti davanti all’Occidente anestetizzato.
Una tenda trasformata in galleria personale
È il rifugio di Marah Kalhed al-Za’anin, giovane diciottenne di Gaza che ha dichiarato di voler trasformare la “dura realtà in uno spazio di espressione artistica”, creando una galleria personale di disegni in una vita di resistenza claustrofobica. La sua è una scelta precisa e consapevole per salvarsi dal tempo brutale e ipnotico della guerra e raccontare, disegnando, la temperatura di quell’orrore per comprendere il reale.

E questo suo intento rievoca anche il modo in cui osservava il mondo Leonardo Da Vinci che ha elevato il disegno a strumento essenziale di conoscenza del reale.
Disegni che raccontano anche volti iconici della storia dell’arte
Così questa giovane palestinese non racconta con il suo tratto solo visi, espressioni, emozioni di chi vive la violenza nella Striscia di Gaza. Ma riproduce donne senza velo e volti famosi come “La ragazza con l’orecchino di perla” di Jan Vermeer con la kefiah. I “Lanciatori di fiori” di Banksy. “Notte Stellata” di Van Gogh.
Riporta anche l’iconico volto della Monnalisa, dimostrando una conoscenza sincretica tra il mondo arabo e i simboli di quello Occidentale, che ha inchiodato lei e la sua gente all’oppressione, quale unica forma di sopravvivenza.

Sono disegni, per la maggior parte, in bianco nero e alcuni anche a colori, tra i quali spicca una rielaborazione del simbolico lavoro di Gustav Klimt, “Il Bacio”, con la figura di un uomo con la kefiah e una donna araba con il velo.
Khaled al-Za’anin vuole raccontare la fame, la paura, la privazione dei bambini di Gaza
Sfollata da Beit Hanoun, ha trovato rifugio nel centro scolastico di Al – Rimal, gestito dall’Agenzia delle Nazioni Unite. E ha affermato di voler raccontare come i bambini di Gaza “hanno vissuto la fame, la paura, la privazione, la stanchezza e l’indifferenza del mondo”. Fin da bambina ha disegnato e dipinto, affidando al disegno una vocazione potente e narrativa. Un modo di testimoniare il tempo e rendere la sua tenda un piccolo archivio di memoria.

Uno spazio aperto e fruibile
Inoltre, questo suo spazio è aperto e fruibile a tutti i bambini che vogliono vedere i suoi lavori. Offrendo loro la possibilità di scoprire le virtù nascoste e svelate dell’immaginario e di accostarsi alle figure iconiche della storia dell’arte occidentale. All’insegna di una interculturalità rispettosa. A tal proposito, è stata spesso fotografata in compagnia del suo quadro che raffigura una sua interpretazione della Monnalisa. Senza il tentativo di legarsi alla storia dell’arte dell’Occidente, ma far emergere l’idea di un pensiero artistico che non conosce limiti territoriali.
Uno spiraglio di visioni immaginarie, oltre i fumi di Gaza, in una tenda che, nonostante la sua precarietà, sta edificando un’architettura di immagini come risposta all’oblio imposto. Uno spazio morbido, una forma alternativa e contemporanea di “Wunderkammer” – la Camera delle Meraviglie – nel duro buio di questo conflitto. Capace di oltrepassare la cenere dei bombardamenti e arrivare, tramite internet, al mondo intero. Affinché questo possa essere testimone di quei disegni e di quei sogni senza frontiere.





