25 Settembre 2026 19:45

Fuoco incrociato sulla Biennale. Kali Yuga in laguna

BiennaleLa totale assenza di artisti italiani e la non esclusione alla Biennale di nazioni “maudits” ha suscitato accese polemiche, fra paradossi e cortocircuiti

È iniziato il fuoco incrociato sulla Biennale. La totale assenza di artisti italiani, perlomeno dal progetto curatoriale di Koyo Kouoh, unito alla non esclusione di nazioni a vario titolo maudits, Russia, Bielorussia, Iran e Israele, ha suscitato accese polemiche e rivelato in filigrana un reticolo di paradossi e cortocircuiti. Se avete voglia e pazienza cercherò di condurvi nel mondo del Sottosopra. È da tempo ormai che l’istituzione Biennale fa parte del circuito delle grandi manifestazioni internazionali a vario titolo culturali, da Kassel agli Oscar. E giocoforza ha via via assunto la postura woke inclusiva e ambientalista che tanto piace alla gente che piace, alle così dette élite culturali.

È da tempo infatti che gradualmente gli artisti italiani sono stati marginalizzati e ghettizzati in quel che resta del Padiglione Italiano e, quand’anche presenti in altre sezioni, non avevano alcuna rilevanza. Pian piano, come ho già avuto modo di dirvi nei vari pezzulli, ci siamo ritrovati ospiti a casa nostra. Affittacamere e camerieri. Tutto questo è avvenuto con gli applausi dei nostri maître a penser provincialmente prostrati nella speranza di avere un posto a tavola. Adesso, ne l’ora che comincia, tristi Lai si innalzano al cielo, e pure tristi lettere, dal tono sindacale, di sostenitori e promotori dell’arte italiana delle ultime generazioni, si indirizzano al Direttore.

I poveri latori della missiva insistono: “il progetto della mostra sembra davvero originale e interessante, riportando l’attenzione sulle dimensione intima e spirituale (…), purtroppo però ha coinciso con un dato grave, mai accaduto nella storia dell’istituzione, l’assenza totale di artisti italiani (…)”. Non se li sono filati de pezza! Qui siamo in presenza della sindrome di Stoccolma, amore per il proprio carnefice, fantastico! Eccoci dunque al primo paradosso, l’aver sposato il mood culturale che gli ha resi irrilevanti. Ora mi tocca spendere due parole circa questa Biennale e i suoi paradossi.

Sguardo verso Oriente

Con la nomina di Pietrangelo Buttafuoco alla Presidenza, tutti si aspettavano una Biennale sovranista, espressione di un governo fascista, fondata sugli italici valori. E invece che cosa si inventa il nostro Gattopardo della Laguna? Una Biennale che più woke e antioccidentale non si può. Nemmeno con il dixan. Spiazza tutti e costringe ad applaudirlo la platea del milieu, pronta a sbranarlo.

Fedele al motto, sempre coprirsi a sinistra. Ma sarebbe meschino e riduttivo tacciare il René Guénon de Noantri di banale opportunismo. Più sottile ed intelligente il Nostro. Infatti in perfetta sintonia con il Guénon pensiero della Crisi del mondo moderno ed il Regno della quantità e i segni dei tempi, volta le spalle all’occidente nostro dato per morto, e da Venezia, volge lo sguardo verso l’Oriente e l’Asia.

Affascinanti speculazioni vicine alla dottrina Veda che insegna che la durata di un ciclo dell’umanità si divide in quattro età, di progressivo allontanamento dallo spirito primordiale. Quello in cui si trova il disgraziato evo nostro è l’età oscura o del kali-yuga. Semplificando, in attesa che il ciclo ricominci, ci tocca sprofondare nel primitivo in cerca di un po’ d’acqua.

Il sussurro dall’Africa

Under the Mango Tree a Dakar, dove magicamente lo spirito dell’albero si manifesta approvando le scelte della curatrice e del suo team e altrettanto prodigiosamente, in cerca di un centro di gravità permanente, il prodigio si ripete e l’anima del Ficus Benjamina di Ca’ Giustinian si rivela con gli auspici sornioni di Georges I. Gurdjieff. “Giunge dall’Africa il sussurro che ci riconduce all’essenziale. Una dimensione umana che una parte del mondo, quella più opulenta, l’Occidente, ha smarrito”.

Cerchiobottismo in purezza, in un sol colpo si accontentano l’internazionale wokista-leninista e l’area culturale più conservatrice. Ardita costruzione intellettuale che rischia però di prendere lucciole per lanterne e sprofondare nel ridicolo. E allora dal kali-yuga si finisce al kali-fuga (Ceccarelli).

Last but not least, la questione padiglioni nazionali contestati non esiste. Le paralimpiadi si sono aperte alla presenza del capo dello Stato che ha assistito e applaudito le varie delegazioni nazionali con relative bandiere, compresi Russia e Bielorussa. Quindi no questio. Fine.

Esoterici saluti

L.d.R.