25 Settembre 2026 19:47

Jacques Cordier e la luce di Venezia. A Palazzo Franchetti

Jacques Cordier, Palazzo Franchetti, Venezia
Jacques Cordier, Palazzo Franchetti, Venezia
L’ultima stagione pittorica dell’artista francese in scena negli spazi della Biblioteca Morandiana di Palazzo Franchetti

Ci sono città che gli artisti provano a raccontare. E poi c’è Venezia, che invece costringe i pittori a cambiare modo di guardare. Una città che non si lascia semplicemente dipingere, ma che impone a chi la osserva di rivedere il proprio modo di vedere. L’acqua riflette, moltiplica, dissolve. La luce non illumina soltanto: trasforma. È dentro questo fragile equilibrio tra forma e dissoluzione che si inserisce la mostra “Jacques Cordier – Venise”, allestita negli spazi della Biblioteca Morandiana di Palazzo Franchetti, nel cuore di Venezia.

Promossa dalla Fondazione Calarota e curata da Marie-Isabelle Pinet, l’esposizione – visitabile fino al 10 aprile – riporta l’attenzione su una figura interessante e ancora relativamente poco esplorata della pittura francese del secondo Novecento: Jacques Cordier (Bois-Colombes, 1937 – Lione, 1975).

Il progetto curatoriale di Pinet si concentra sull’ultima fase della ricerca pittorica dell’artista, sviluppata negli anni immediatamente precedenti alla sua prematura scomparsa, quando la sua pittura compie una trasformazione decisiva. La mostra indaga infatti il momento in cui Cordier abbandona progressivamente una visione più tradizionale del paesaggio per orientarsi verso una pittura sempre più luminosa, atmosferica e sensibile al movimento della luce.

La svolta ha una data precisa: 1971. Durante un soggiorno londinese, Cordier visita la Tate Gallery. Davanti alle tele di William Turner – il pittore che più di ogni altro aveva trasformato la luce in materia – Cordier comprende che il paesaggio può dissolversi nell’atmosfera. È un punto di non ritorno. Turner aveva spinto la pittura fino al punto in cui il paesaggio si dissolve nella vibrazione della luce. Per Cordier quell’incontro diventa un detonatore silenzioso: la sua pittura cambia ritmo, si alleggerisce, si apre a una dimensione più fluida e luminosa.

È in questo passaggio che entra in scena Venezia. Tra il 1971 e il 1975, Cordier e la moglie Simone soggiornano più volte nella città lagunare. Venezia diventa una sorta di laboratorio visivo: un luogo in cui sperimentare una pittura capace di catturare non tanto la forma delle cose, quanto la loro atmosfera. La mostra, seguendo l’impostazione curatoriale di Marie-Isabelle Pinet, presenta soprattutto oli su tela realizzati in questi anni. Osservandoli si percepisce una progressiva trasformazione: le architetture restano riconoscibili, ma sembrano emergere dalla luce piuttosto che essere costruite dal disegno.

 

Jacques Cordier, Palazzo Franchetti, Venezia
Jacques Cordier, Palazzo Franchetti, Venezia

Canali, cielo e facciate si fondono in campiture cromatiche vibranti, dove la pittura smette gradualmente di descrivere per iniziare a suggerire. Il colore si stende in campiture leggere, quasi liquide, come se la tela volesse trattenere non tanto l’immagine della città quanto il suo respiro. Più che rappresentazione, diventa impressione.

Non è un caso che Venezia sia stata, nei secoli, una sorta di banco di prova per pittori provenienti da tutta Europa. Dipingere la laguna significa misurarsi con una tradizione imponente: da Claude Monet a John Singer Sargent, fino a James Abbott McNeill Whistler, molti artisti hanno cercato in queste acque un modo nuovo di pensare la pittura. Cordier ne è perfettamente consapevole.

Le sue tele non cercano di competere con questi precedenti illustri. Piuttosto li attraversano con rispetto, collocandosi dentro quella lunga storia di sguardi che hanno trasformato Venezia in uno dei grandi laboratori della modernità visiva.

In alcune opere, come “Près du Harry’s Bar”, la città sembra affiorare dalla tela come un ricordo più che come un luogo preciso: le facciate si dissolvono nella luce della laguna e l’acqua diventa quasi una superficie di colore in movimento, attraversata da velature azzurre e grigi perlacei. Le architetture rimangono percepibili, ma l’occhio è attirato soprattutto dal movimento dell’acqua, dal vento che attraversa l’atmosfera, da quella luce lattiginosa che sembra cancellare i contorni.

È una pittura che prova a catturare qualcosa che sfugge continuamente. Non il monumento. Non la cartolina. Ma il respiro stesso della città. In questo senso la mostra si inserisce coerentemente nella linea di ricerca della Fondazione Calarota, che negli ultimi anni ha indagato il rapporto tra Venezia e gli artisti che hanno stabilito con la città un dialogo visivo profondo.

La laguna, del resto, continua a produrre interpretazioni nuove. Ogni artista che la osserva trova una Venezia diversa: più liquida, più luminosa, più fragile. Venezia non è mai davvero la stessa. Cambia con la luce, con l’acqua, con l’aria. Ed è forse proprio in questa instabilità che si colloca la pittura di Jacques Cordier: un artista che, davanti alla laguna, ha smesso di inseguire il paesaggio per provare a dipingere la luce stessa.