30 Ottobre 2026 13:32

Rileggere Yayoi Kusama. Oltre l’Infinity, a Colonia

Yayoi Kusama, lnfinity Mirrored Room-The Hope of the Polka Dots Buried in lnfinity Will Eternally Cover the Universe, 2025, Detail, Sammlung der Künstlerin © YAYOI KUSAMA Courtesy of Ota Fine Arts
Yayoi Kusama, lnfinity Mirrored Room-The Hope of the Polka Dots Buried in lnfinity Will Eternally Cover the Universe, 2025, Detail, Sammlung der Künstlerin © YAYOI KUSAMA Courtesy of Ota Fine Arts
La mostra al Museum Ludwig non indugia sulle celebri installazioni immersive, ma ripercorre l’intero percorso di Kusama

Confesso di aver sempre guardato con una certa diffidenza alle grandi mostre blockbuster dedicate ad artisti ormai pienamente canonizzati. Spesso accompagnate da una massiccia promozione mediatica e da una presenza capillare nell’ecosistema visivo contemporaneo. In questo senso Yayoi Kusama rappresenta quasi un caso paradigmatico. La sua immagine – e soprattutto il suo lessico iconografico fatto di polka dots, zucche monumentali e Infinity Mirror Rooms – è diventata uno dei segni più riconoscibili della cultura visiva globale. Ampiamente diffuso tra social media, merchandising e industria culturale.

Proprio per questo la retrospettiva dedicata all’artista al Museo Ludwig (fino al 2 agosto) assume un interesse particolare. Il nucleo del progetto espositivo non risiede infatti nelle celebri installazioni immersive – pur presenti con due Infinity Mirror Rooms – ma nella volontà di restituire la complessità di una pratica artistica che attraversa oltre settant’anni di produzione. Piuttosto che enfatizzare l’aspetto spettacolare della sua opera, la mostra tenta di rileggerne il percorso all’interno di una genealogia storica più ampia.

Gli anni della formazione

Il percorso cronologico prende avvio dagli anni della formazione in Giappone, dove Kusama cresce in un contesto familiare conservatore nella città di Matsumoto. I suoi primi lavori, già segnati da una tensione ossessiva verso la ripetizione e il pattern, sono profondamente influenzati dalle allucinazioni visive che l’artista ha spesso raccontato come esperienza fondativa della propria pratica. In questa fase iniziale il gesto della ripetizione – destinato a diventare una delle matrici centrali del suo linguaggio – emerge come una strategia tanto estetica quanto psicologica.

 

Yayoi Kusama al lavoro su My Eternal Soul (2009-21), 2017 © YAYOI KUSAMA Courtesy of Ota Fine Arts, David Zwirner
Yayoi Kusama al lavoro su My Eternal Soul (2009-21), 2017 © YAYOI KUSAMA Courtesy of Ota Fine Arts, David Zwirner

Nel 1957 Kusama lascia il Giappone per trasferirsi a New York, dove entra in contatto con la scena artistica emergente della fine degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta. Qui sviluppa le celebri Infinity Net Paintings, grandi superfici pittoriche costruite attraverso una reiterazione quasi compulsiva del gesto pittorico. In queste opere la ripetizione diventa una forma di espansione potenzialmente illimitata dello spazio pittorico, anticipando alcune delle tensioni che caratterizzeranno sia il minimalismo sia certe ricerche della pittura post-astratta.

Esperienza psichica

Non è un caso che la critica abbia spesso collocato Kusama in prossimità delle ricerche minimaliste e post-minimaliste. Tuttavia la sua pratica si distingue da quella dei suoi contemporanei americani per una dimensione profondamente soggettiva e corporale. Se il minimalismo tende a neutralizzare l’espressione individuale, nel lavoro di Kusama la ripetizione rimane legata a un’esperienza psichica intensa, trasformando il pattern in una forma di auto-dissoluzione del soggetto. Come ha scritto Alexandra Munroe, la logica dell’“infinity” in Kusama può essere letta come una strategia di self-obliteration, una dissoluzione dell’io nel continuum del pattern.

Durante gli anni newyorkesi l’artista amplia rapidamente il proprio linguaggio. Accanto alla pittura sviluppa sculture morbide, installazioni ambientali e una serie di performance pubbliche che dialogano con il clima politico e controculturale della fine degli anni Sessanta. Le sue Happenings – spesso organizzate in spazi pubblici come Central Park o Wall Street – intrecciano erotismo, protesta pacifista e critica alle strutture di potere, inscrivendo il suo lavoro all’interno di una genealogia femminista e performativa che anticipa molte pratiche degli anni successivi.

 

Yayoi Kusama, Senza Titolo,1939, matita su carta, Foto Della Ventura
Yayoi Kusama, Senza Titolo,1939, matita su carta, Foto Della Ventura
Tensione verso l’infinito

La mostra evidenzia efficacemente questa dimensione multidisciplinare. Kusama emerge non soltanto come pittrice o installatrice, ma come un’artista che attraversa sistematicamente diversi ambiti della produzione culturale: scultura, film sperimentale, performance, moda e letteratura. I suoi testi poetici – alcuni dei quali presentati in mostra e nel catalogo – testimoniano un immaginario in cui linguaggio visivo e scrittura condividono una medesima tensione verso l’infinito e la ripetizione.

Particolarmente significativo è anche il rapporto che Kusama ha instaurato con la moda. Già negli anni Sessanta l’artista sperimenta una contaminazione tra arte e abbigliamento con la Kusama Fashion Company, anticipando forme di collaborazione tra arte e industria culturale oggi estremamente diffuse. Questo dialogo è riemerso con forza nel XXI secolo attraverso collaborazioni con grandi maison internazionali, tra cui Louis Vuitton, contribuendo a consolidare la presenza dell’artista nell’immaginario pop globale.

Canone occidentale

La retrospettiva – realizzata in collaborazione tra Fondation Beyeler, Museum Ludwig e Stedelijk Museum e curata da Mouna Mekouar, Stefan Diederich e Leontine Coelewij – si inserisce inoltre in un momento significativo per il Museum Ludwig, che celebra il cinquantesimo anniversario della propria fondazione. Negli ultimi anni l’istituzione ha progressivamente ampliato la propria prospettiva oltre il canone occidentale, integrando nella programmazione artisti e narrazioni provenienti da sistemi culturali globali. In questo senso la mostra dedicata a Kusama contribuisce a riconsiderare la modernità artistica in una prospettiva transnazionale.

 

Yayoi Kusama, Phallic Girl,1967, mannequin, mixed media, Foto Della Ventura
Yayoi Kusama, Phallic Girl,1967, mannequin, mixed media, Foto Della Ventura

Il catalogo accompagna il progetto con un ricco apparato critico e documentario, offrendo saggi che ricostruiscono tanto il contesto storico della sua produzione quanto la ricezione internazionale della sua opera.

Accesso alla cultura

Rimane tuttavia aperta una questione che riguarda più in generale il modello della grande mostra internazionale. Il costo del biglietto – inevitabilmente elevato a fronte di una produzione espositiva complessa – riapre il dibattito sulla reale democratizzazione dell’accesso alla cultura. Se da un lato le mostre blockbuster costituiscono momenti fondamentali di visibilità e ricerca curatoriale, dall’altro rischiano di introdurre nuove barriere economiche alla fruizione pubblica.

La retrospettiva dedicata a Kusama riesce comunque a evitare la trappola dello spettacolo autoreferenziale. Spostando l’attenzione dalle installazioni più iconiche alla complessità della sua traiettoria artistica, la mostra restituisce la figura di un’artista che ha ridefinito i confini tra arte, corpo e identità, contribuendo in modo decisivo alla ridefinizione della soggettività nell’arte del secondo Novecento.