06 Ottobre 2026 02:43

Cinque materiali, cinque visioni: la scultura contemporanea alla Paula Seegy Gallery. Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi, Ōki

Gabriella Benedini, 
Goniometro, 2008,
 polimaterica su legno, 40 x 60 cm
foto ©Fabio Viganò
Nel cuore di Milano la scultura contemporanea si presenta nelle sue molteplici sfaccettature, esplorando linguaggi e materiali diversi. Alla Paula Seegy Gallery, fino al 26 marzo, è possibile visitare la mostra Cinque artisti per cinque materiali: Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi, Ōki, a cura di Luigi Sansone. Legno, rame, ferro, acciaio e vetro diventano i protagonisti di un percorso in cui ogni artista interpreta la materia secondo la propria poetica e ricerca. 

La memoria è la protagonista delle opere di Gabriella Benedini che sceglie il legno come medium privilegiato per esprimere il suo rapporto con il tempo e la storia. Un materiale vivo e che ha vissuto, può essere consumato, modellato, patinato e segnato dal tempo raccontando sempre una storia unica. La sua fisicità rimanda all’archetipo della casa, luogo protetto e simbolo del calore del focolare domestico. In questo senso il legno può essere inteso come un’estensione del mondo naturale all’interno dello spazio abitativo. L’artista stessa afferma: «Il legno è antico come la terra, come la pietra che da sempre uomini e donne hanno lavorato e trasformato in utensili o simboli capaci di racchiudere la loro storia». In questa prospettiva il passato non si dissolve, ma si sedimenta nel presente.
Nelle sculture Vele (2024–2025), una nera e una bianca, la materia vissuta si apre a una dimensione simbolica e spirituale: forme concave deformate dal vento diventano metafora di un viaggio nel tempo. Se il legno di Benedini custodisce la memoria e le tracce del tempo, la ricerca di Pietro Coletta si orienta diversamente.

Pietro Coletta, 
Miraggio II, 2016, 
legno bruciato, pittura tempera, rame e sfera di cristallo, 60 x 49,5 x 12 cm 
©Fabio Viganò

Associato alla vitalità, alla luce e alla spiritualità, il rame è il metallo scelto da Coletta. Con le sue bruciature, ossidazioni e accostamenti le opere di Coletta assumono un simbolo di guarigione, forza vitale ed equilibrio spirituale. Come nell’opera Miraggio II, 2016, dove filamenti di rame abbracciano e si intrecciano con una sfera di cristallo. L’intento dell’artista come lui stesso afferma, è quello di “catturare la luce della materia come Energia.” Il rame nelle sue sculture diventa superficie sensibile, capace di attirare e riflettere la potenza del fuoco.

Salvatore Cuschera, 
Onde di colori su Seven Sisters, 2025
,ferro forgiato, lamiera, tecnica mista, 49,6 x 42,1 x 12,7 cm 
©Luigi Andreoletti

Dal rame si passa a un materiale molto diversi al centro della ricerca di Salvatore Cuschera: il ferro. Massiccio e tenace, ma sorprendentemente duttile nella lavorazione. La sua capacità di deformarsi senza rompersi consente di creare forme complesse e tensioni strutturali dinamiche. Cuschera sfrutta queste qualità per giocare sul contrasto tra peso e leggerezza, utilizzando la solidità del ferro per realizzare sculture che appaiono sospese o in equilibrio precario come nella recente scultura Fuori diagonale, 2018 in cui solidi geometrici si contrappongono e sembrano “tirare” o “cedere”.

Nel manipolare il ferro l’artista sembra cogliere l’anima stessa della materia, estraendone la forza vitale e le potenzialità espressive. Spazi chiusi e aperti, concavi e convessi si alternano in una dialettica in cui il vuoto, l’aria che attraversa e circonda la scultura, non rappresenta un’assenza me bensì diventa un vero e proprio elemento costruttivo.

Riccardo De Marchi
, Senza titolo, 2003
, acciaio inox a specchio, 39 x ø 23 cm
 ©Mattia Mognetti

Diverso è l’approccio di Riccardo De Marchi, che lavora sull’acciaio attraverso uno dei gesti più elementari e al tempo stesso più significativi: il foro. Il primo rimando è alla scrittura cuneiforme sviluppata dai Sumeri, che incidevano tavolette di argilla fresca utilizzando una canna con punta triangolare. Il processo creativo di De Marchi è caratterizzato da un rigoroso controllo formale e si fonda su una genesi costruttiva di ispirazione minimalista, basata sui tre elementi fondamentali della geometria: punto, linea e piano. Nei suoi lavori il susseguirsi ritmico dei fori, gli intervalli e le variazioni di ampiezza generano un andamento dinamico. Le opere, in continua evoluzione, sembrano voler eternare non tanto il gesto statico quanto la percezione del movimento.

Izumi Ōki, 
Onda architettonica, 2018, 
vetro, 21,2 x 26,5 x 22,5 cm 
©Fabio Viganò

Altro importante materiale della rassegna è il vetro, interpretato da Izumi Ōki, artista giapponese che vive in Italia dal 1977. Il rapporto tra arte e vetro non è nuovo, è una lavorazione con radici antichissime e perdura da millenni, già dai popoli della Mesopotamia che nel IV/III millennio a. C. iniziarono a produrre piccoli oggetti. Saranno però poi i romani a distinguersi con la lavorazione delle prime lastre colorate utilizzate per i mosaici. La sensibilità di Ōki, tuttavia, si colloca in una prospettiva diversa, in cui pone il vetro sotto una nuova luce. Ecco, la parola luce diventa il vero fil rouge della sua ricerca.
Nelle sue opere il vetro si trasforma in un’architettura luminosa, apparentemente fragile ma strutturalmente stabile. L’artista mira a esaltare le qualità intrinseche della materia, come la trasparenza e la capacità di lasciar filtrare la luce. Ōki definisce le proprie opere “umanamente piacevoli”, rivelando nel vetro un calore inatteso superando la sua apparente freddezza.
In Torre cattedrale, 2019, Ōki sviluppa un tema caro ai futuristi e all’architetto Antonio Sant’Elia interprete della visione futurista della città moderna. In questa opera tradizione e modernità si incontrano e si rafforzano reciprocamente: un complesso di edifici dalle forme dinamiche si slancia verso l’alto attraverso un verticalismo che sembra spingersi fino al limite del cielo. 

Cinque materiali, cinque tecniche e cinque artisti differenti. Eppure qualcosa li accomuna, rendendo questa mostra sorprendentemente intensa e coesa: lo sguardo rivolto al passato, in cui memoria e storia diventano protagoniste e, allo stesso tempo, indicano una direzione verso il futuro. Il legno di Benedini è antico ma vitale; il rame di Coletta, segnato dalle bruciature, continua a riflettere luce; il ferro di Cuschera appare saldo ma paradossalmente leggero; l’acciaio di De Marchi richiama civiltà remote pur attraverso un linguaggio rigorosamente contemporaneo; il vetro di Ōki, fragile solo in apparenza, diventa infine una metafora di resilienza e umanità.