
Oscilla tra l’esempio concreto e la riflessione filosofica il saggio di Silvia Camporesi “Una foto è una foto è una foto”
Il libro di Silvia Camporesi si inserisce a suo modo nel dibattito sulla post – fotografia. È un saggio, che oscilla tra l’esempio concreto e la riflessione filosofica, forse così articolato per il fatto che l’autrice è una affermata fotografa (le sue foto sono state esposte recentemente nella sede di Testaccio al Macro di Roma). Il lato operativo, infatti, ci invita ad entrare nel vivo della questione della rottura tra immagine analogica e digitale. La questione centrale sta nel fatto che “Tutti questi mutamenti rendono lecito”, dice l’autrice, “e forse inevitabile, parlare in temini più ampi di immagini, piuttosto che di fotografie”.
Una questione da analizzare sia in termini ontogenetici, sia filogenetici, in pratica, o partendo dall’essenza generativa della fotografia, oppure nel dibattito sulla sua trasformazione in altro. Da quando Martin Lister, trent’anni fa, ha colto i termini della mutazione si è sviluppato, infatti, un interesse sempre crescente verso la complessità della definizione nell’ambito della produzione di immagini circolanti e computazionali, incentrando la questione sui modi di vedere il mondo, facendo entrare la foto digitale a pieno titolo tra i nuovi media. L’ontogenesi, cioè un processo di raffinamento del mezzo fotografico capace di inserire la fotografia tra i linguaggi dell’arte, passava dal paradigma della soggettività della rappresentazione, basato in pratica sull’affetto tra soggetto fotografato e soggetto fotografante, a una oggettività destinata ad essere espulsa, consumata in quanto “derivato” di una informazione.
Certificazione dell’esistente
Come i derivati finanziari, le immagini digitali che, ci ricorda Camporesi, si scattano 61.400 al secondo, sono invero dei contratti affettivi il cui valore dipende dall’andamento di un’attività che non controlliamo. Le utilizziamo per gestire la verifica dell’informazione sulla nostra esistenza sia al suo rialzo che al ribasso di visibilità. Questo fenomeno è possibile dopo l’avvento della connessione globale i cui dati regolano produzione e circolazione di immagini. La realtà percepita attraverso l’immagine digitale, però, viene eliminata come referente e, come direbbe il filosofo Byung – Chul Han, non è più la certificazione dell’esistente bensì una nuova esistenza di cui non è scontata la veridicità. In questo modo si porterebbe su un piano problematico anche lo studio dell’origine della fotografia e proprio per il suo sviluppo digitale.
Verrebbe a vacillare così il rapporto organico tra un prima e un dopo la fotografia, tanto da far diventare più ardua persino la ricerca di una linea evolutiva del mezzo fotografico. Le fotografie analogiche acquisterebbero, per via della loro consistenza materiale stampata, un sapore memoriale, quindi, destinato ad avere una funzione nell’archiviazione, fornendo altresì degli esempi di vicende che comunque ci riguardano pur non essendo direttamente riferite alla nostra. La fotografia digitale sarebbe al contrario sottoposta a una cernita, più che alla riflessività dello scatto.

In altre parole, l’archivio digitale risulterebbe frutto di una selezione continua poiché il gesto del fotografo ora è verificabile solo da una visione differita cioè, dice Camporesi, “Si tratta di cercare, isolare, prelevare dal flusso continuo di immagini già esistenti, per cui l’atto creativo avviene dentro l’archivio del web, non più nel mondo esterno”.
Fotografia come tautologia
La domanda allora viene di conseguenza: che bisogno ci sarebbe, allora, di fotografare? La risposta sta proprio nel titolo del libro che parafrasa così il celebre verso di Gertrude Stein: una foto è una foto, è una foto. Se trattiamo la fotografia come una tautologia in cui “Il senso risiede nel continuo rimbalzo tra passato maestoso e presente spesso banalizzato“, come dice Camporesi, allora si potrebbe aggiungere, parafrasando a nostra volta Ludwig Wittgenstein, che la foto, pur non mostrandoci più il mondo in modo credibile, continua a mostrarci, invece, la sintassi logica che rende possibile un linguaggio fotografico.
Così, la spinta affettiva che ha di fatto rinnovato gli studi sull’immagine fotografica ancora centrati sul paradigma della dimensione soggettiva, oltre quello, ovviamente, della informazione sul mondo, si è esaurita in un più complesso discorso sull’eventualità dell’immagine ravvisabile nell’eccesso di stimoli visivi. Se prima, infatti, la foto era un’immagine di un mondo in cui avventurarsi, ora è immagine in un mondo di immagini.
L’immagine – testo ha ceduto il posto all’immagine – evento, a una folgorante apparenza che già annuncia una sparizione e il suo essere fuori dell’ordinario è dato principalmente dal fatto di essere removibile nell’immediato. Eppure, la disamina delle azioni fotografiche che Silvia Camporesi tiene sempre a mente per non annegare nelle pastoie teoriche, in cui spesso gli storici dell’arte si invischiano quando entrano in rapporto con gli studi sui media, ci rammenta che lei è eminentemente fotografa. I suoi esempi, sono, infatti, sempre concreti e non vacillano nemmeno davanti all’oscuro presagio di un futuro dominato dall’I. A., anzi, nella loro divergenza dall’immagine – evento, vengono più volte visti come opzioni operative che non cedono all’incertezza di una continua mutazione.




