29 Settembre 2026 02:01

Alessandro Piangiamore. La polvere ci mostra che la luce esiste

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Intervista ad Alessandro Piangiamore in occasione della sua prima personale alla Repetto Gallery di Lugano

Dal 21 marzo al 26 giugno 2026, Repetto Gallery presenta La polvere ci mostra che la luce esiste, prima personale di Alessandro Piangiamore (Enna, 1976) negli spazi della galleria a Lugano. Per l’occasione, l’artista presenta un nucleo di opere, alcune inedite, che danno conto dei temi fondamentali della sua ricerca: la centralità della materia, l’interesse per i fenomeni naturali invisibili, la tensione dialettica tra casualità e controllo e la questione del tempo, che, agendo sull’opera, la connota sempre come un processo in divenire.

Per Piangiamore, una mostra non rappresenta la “risoluzione” di un processo, quanto piuttosto una costante rimodulazione delle connessioni che scaturiscono dagli elementi elaborati nel tempo attraverso la pratica. Non è mai una verifica della stessa, quanto piuttosto una forma di messa in discussione. Non ama essere dogmatico, né ragionare per statements. Come afferma l’artista: “La nostra vita è complessa, così come lo è la società nella quale viviamo; sicché a me viene da restituire quello che sento enfatizzando questa complessità, consapevole che il modo in cui guardiamo alle cose è estremamente limitato e che l’arte può essere un’opportunità per aprire lo sguardo a possibili alternative”.

 

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Vorrei partire dal titolo della mostra, che prende ispirazione dal libro La conoscenza accidentale (2001) del filosofo francese Georges Didi-Hubermann e, in particolare, dal capitolo “Superstizione”, che si apre con un’immagine molto lirica. La polvere in sospensione, che bene esemplifica l’equilibrio precario tra presenza e dissoluzione che caratterizza il tuo lavoro.
Quel passaggio, nello specifico, racconta il fenomeno di migliaia di particelle di polvere che galleggiano nella luce. Una visione di cui tutti abbiamo fatto esperienza, credo. Ho impresso nella memoria il ricordo nitido di me bambino che, cercando di afferrare la polvere nell’aria, finivo col nulla schiacciato tra le mani. Una decina d’anni fa, quando ho visto mio figlio fare la stessa cosa, ho registrato un breve video che è stato lo spunto per dare vita a quello che nel 2018 è diventato un grande scultura dal titolo Il cacciatore di polvere, un velo di terre provenienti da luoghi dei quali ho fatto esperienza, stese sul pavimento, che compenetrandosi richiamano un pattern mimetico. È un lavoro effimero che viene re-editato di volta in volta ed è anche una riflessione rispetto all’idea di scultura intesa come presenza che occupa uno spazio e perdura nel tempo.

Tra quelle presentate c’è un’opera inusuale per te. Mi riferisco al video Te lo prometterò (2025), che non è propriamente il tuo medium d’elezione.
La considero un’opera chiave, sebbene il video, hai ragione, non sia uno strumento così frequentato da me. È composto da 56 scene, una per ogni giorno residuo d’inverno, dall’inizio alla fine del progetto, tutte identiche nel loro incipit (le mie dita che provano ad afferrare un riflesso di luce), ma diverse nella loro evoluzione. È nato sfruttando il bug di un software che, mentre provavo a lavorare sull’immagine statica, ha iniziato a deformarla in maniera del tutto inaspettata e incontrollata, trasformandola in una sorta di arcobaleno impossibile da stabilizzare. Potremmo approfondire la simbologia legata all’iride e, di conseguenza, all’arcobaleno, che spesso ritorna nella mia iconografia. Mi soffermo solo nel dire che è un’entità effimera, fatta solo di visibile e non tangibile, e che l’atto di toccarla rappresenta chiaramente un’utopia.

 

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

La natura in senso lato, intendo non solo i fenomeni o i materiali naturali, continua a svolgere un ruolo di prim’ordine nel tuo lavoro. Sapresti individuare l’origine di questa fascinazione?
Credo dipenda dal fatto che la natura, in sé, è perfetta: non la si può fare meglio. Il mio non è un amore ecologico, quanto piuttosto la percezione di essere parte di una macrosfera all’interno della quale gli elementi sono legati da connessioni fortemente ibride, che vengono continuamente rimodulate, come il linguaggio.

Muovendo dal tema della natura e dalla tua vicenda autobiografica, proponi in questa occasione una versione più rarefatta de Il cacciatore di polvere, che declina in maniera originale anche l’idea di isola, trasformandola in una sorta di triangolo. Ce ne puoi parlare?
In questa occasione la sabbia è solamente vulcanica: sono nato e cresciuto nel centro della Sicilia e l’Etna è sempre stata nel mio orizzonte visivo, sia di giorno sia, quando è in attività, di notte. L’opera ha un perimetro triangolare che si è venuto a creare prolungando idealmente le pareti dello spazio espositivo e rimanda, in effetti, alla forma della Sicilia e quindi dell’isola, che nell’immaginario è un ambiente misterioso, attraente e al contempo profondamente inospitale. Il perimetro non può essere valicato e questa condizione genera una sorta di tensione nello spettatore. All’interno di questo velo di terra ci sono delle sculture in vetro, dal titolo After-Life: tentativi di riproduzione di frutta candita. Mi interessa l’idea di canditura perché è un processo di conservazione alimentare che rende permanente qualcosa che è destinato al deperimento. Inoltre, questa impossibilità di raggiungere i frutti rimanda all’idea di frutto proibito e quindi all’idea di peccato originale, che segna, indipendentemente dal credo religioso di ciascuno, la nostra cultura.

 

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

In questa economia del paesaggio, oltre alla terra e all’arcobaleno ci sono anche uccelli e cieli e piume, motivi noti della tua poetica che proponi qui in una differente declinazione cromatica.
Qualche uccello si perde nel cielo (2025) introduce colori che non avevo mai utilizzato e che sono estrapolati dalle tonalità di tramonti fotografato dalla mia casa in Sicilia. È una serie che è iniziata con le gradazioni dell’azzurro acceso, per passare poi al blu profondo e al nero. Sono lavori dal carattere ambiguo, perché raccontano una condizione impossibile: guardando il cielo, o si vedono gli uccelli o le stelle, ma entrambi simultaneamente non è possibile. Il titolo, inoltre, apre a scenari per certi versi drammatici: l’idea che un uccello possa perdersi nella vastità del cielo è angosciante, eppure reale.

A fare da contrappunto a tutti questi elementi naturali c’è però il cemento dell’opera “Ieri Ikebana 02012026” (2026). Che significato assume questo materiale?
La sabbia vulcanica è entrata dentro l’opera rendendola nera, ma insieme a quella e ai fiori c’è anche il cemento: un materiale che ha determinato lo sviluppo della nostra società. Quello che il marmo era per i Romani, il cemento è per noi. Poi c’è un contrasto generato dalla polarità tra il materiale e gli elementi floreali, dalla loro delicatezza e dal senso di precarietà che custodiscono.

 

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026, installation view, photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Chiudono il percorso espositivo le lampade in cristallo soffiato a forma cilindrica dal titolo Giove pittore di farfalle (2022), che mettono in campo un altro aspetto interessate della relazione tra autore e fruitore dell’opera.
Sì, perché il principio di questi lavori è che, ovunque essi siano — quindi anche nel momento in cui non mi appartengono più — io mantengo la possibilità di controllarli, modificandone toni e intensità. È un’interazione che avviene a distanza e indipendentemente dalla volontà di chi possiede l’opera, mantenendo vivo il rapporto con “l’altro”, almeno per tutta la durata della mia vita. Non è dato sapere cosa accadrà quando io non ci sarò più, ovvero se per queste opere esisterà una possibilità di after-life.

Potremmo concordare sulla possibilità della loro esistenza, almeno in questa mostra?
Perché, ci sono?