
Il saggio di Piero Dorfles, edito da Sellerio, “naviga” fra tantissime storie legate in modo indissolubile al mare
Ci sono parole che dette in contesti diversi mutano nel loro significato più profondo. “Imbarcarsi in qualcosa” è “azzardare”, per esempio. La metafora (perdendo un po’ della sua genuinità) resta, ma il discorso guadagna l’aura epica di quando i termini marinareschi si vengono a trovare fuori dall’acqua. L’analisi pop, che Piero Dorfles fa di questo gergo da naviganti, allude quindi ad una lingua che è il germoglio di tantissime storie, legate in modo indissolubile al mare stesso. La trama de “Le parole del mare”, edito da Sellerio, è quindi inevitabilmente intessuta di vicende più o meno famose, che il lettore ricorderà o ritroverà nella nebbia dei ricordi, sorprendendosi di salpare con gioia. E stavolta fuor di metafora.
Saliti a bordo di questo delizioso saggio notiamo che il mare ha una sua voce, che scandisce il ritmo di ogni storia. La bonaccia, che rapisce la nave ne “La ballata del vecchio marinaio” di Coleridge, è il primo campione letterario che il libro analizza. Nella sua spiegazione vi è anche la dimostrazione di un certo lirismo marinaresco, fatto di simboli. Il gigantesco albatros (ucciso dal protagonista), che farà cadere la nave in un fermo lunghissimo e poi l’immagine della nave che non può muoversi, sembrando dipinta su un oceano di tela, sono altre conferme di quanto detto.
Altro famosissimo caso di bonaccia in alto mare è quello de “La linea d’ombra” di Conrad. Qui anche lui descrive la mortale staticità della nave, che assomiglia ad un modellino posato sopra un marmo levigato. Tornando indietro fino all’Odissea, abbiamo l’immagine dei rematori che picchiano sull’acqua livida i remi delle navi di Menelao. Navi stregate anch’esse dalla bonaccia, e che finalmente possono ripartire dopo il fermo forzato. Una sorta di vendetta contro quelle acque placide, e che in tempo di sola vela erano, appunto, sinonimo di sventura.
Un giro di boa
Diversa espressione, su cui sono stati costruiti interi romanzi ed epopee, è: naufragio. Termine che è fratello della parola fallimento, ma che nella letteratura del mare è anche l’occasione per una rinascita o (abusando dei luoghi comuni) per un giro di boa dell’esistenza. Piero Dorfles in questo libro ci regala esempi di naufragi famosi, parlandone in modo semplice, ma facendocene vedere una parte recondita e culturalmente molto alta. Ricordiamo allora le ire degli dei contro la sete di conoscenza di Ulisse e quel folle volo della nave, descritto anche nella Commedia. Nonché la tempesta che colpisce Enea, descritta da Virgilio.
O il famosissimo, e conclusivo, colpo di testa della balena bianca, che distrugge il Pequod nel famoso romanzo di Melville. Senza dimenticare il tragico naufragio della Provvidenza, l’imbarcazione dei Malavoglia di Verga, antecedente e propedeutico ad un altro e più completo naufragio che riguarderà il destino della famiglia, infine preda di un cupo avvenire.
Tantissime altre parole formano l’universo letterario che ha solcato i mari del mondo e ne “Le parole del mare” Dorfles si sofferma sempre in modo allettante su di esse, fornendoci anche una geografia storica che non dimentica nulla. Nei capitoli che seguono troviamo gli schiaffi gelati della burrasca e la sorda ma straziante indifferenza degli ammutinamenti. La differenza d’animo, che rivela gli uomini durante la navigazione e che svela senza pietà: Temerari, reietti e codardi. E ancora tantissime altre storie che arricchiscono questo volume.
Moderni Ulisse
Mi vorrei però soffermare sul capitolo conclusivo, che rappresenta in modo fedele lo spirito della raffinata scrittura dell’autore. S’intitola Arrivare in porto e chiude il cerchio su molte storie, aperte nelle precedenti pagine del volume. Sapendo regalare anche delle sensazioni di quieta gioia e facendoci sentire dei moderni Ulisse che tornano ad una Penelope archetipale.
Sulla terraferma dimentichiamo così quell’instabile precarietà, insieme al rollio e il beccheggio di una lunga permanenza in mare. Sentendo, per qualche minuto, quasi “innaturale” la stabilità della banchina.
Dal porto, infatti, possiamo comprendere meglio che l’essere umano ha con il mare uno strano rapporto. La percezione (di Dorfles e anche un po’ la nostra), è infatti che sia il lui in definitiva a narrare le travagliate vicende dell’uomo e non il contrario. Che ogni parola spesa per decifrare l’imprevedibilità dei suoi stati, è solo una delle tante sfumature utili per giovarci dell’energia che (fra tragedie e storie memorabili), nei millenni abbiamo sottratto ad esso. Risultandone, in definitiva e nonostante tutto, sempre più vivi.




