
Lo studio di Giorgio Morandi è al centro della mostra di Gianni Berengo Gardin presso le Gallerie d’Italia di Milano
Si è appena conclusa Gianni Berengo Gardin. Lo studio di Giorgio Morandi – Metafisica, intrigante mostra – uno dei focus espositivi di Metafisica/Metafisiche, ampio progetto diffuso a cura di Vincenzo Trione – ospitata a Milano presso le Gallerie d’Italia. Utile per indagare lo spirito e l’ambiente in cui Morandi ha tradotto in opere d’arte le sue meditazioni e il loro contributo alla Metafisica. Un’avanguardia artistica e poetica che ha lasciato segni non solo nell’arte, ma anche in altri linguaggi come architettura, design, moda, fotografia, cinema, teatro, letteratura, graphic novel e musica.
Tra gli scatti eseguiti da Gianni Berengo Gardin (1930-2025) quando nel 1993 è chiamato per immortalare lo studio di Giorgio Morandi (Bologna 1890-1964) in procinto di essere smontato in concomitanza con la nascita di un museo dedicatogli da Bologna, 26 fotografie sono ora abbracciate da circa 500 dipinti della Collezione Intesa Sanpaolo.

I dipinti, che hanno sostituito nell’aprile 2014 le cassette di sicurezza, sono appesi su pannelli di rete scorrevoli nell’ex caveau, cuore fisico e simbolico dell’ex Banca Commerciale Italiana. Creato nei primi anni del ‘900 dall’architetto Luca Beltrami, il caveau è retto da due grandiose colonne doriche e presenta scala, balaustra del ballatoio e particolari in ghisa/ferro con stilemi e motivo fitomorfo simili a quelli della balaustra dello scalone d’onore al piano superiore.
Assordante silenzio
Nell’assordante silenzio di quello che è divenuto un prezioso deposito di opere d’arte, spicca l’essenziale bianco e nero delle fotografie di Berengo Gardin che raccontano l’atelier morandiano: spazio intimo, raccolto e isolato dal mondo, quasi cella monastica dove meditazione e concentrazione si traducono in creatività tra vissuti arredi del passato, oggetti quotidiani e quelli che sono assurti a icone delle sue celeberrime nature morte.

Notevole la capacità del fotografo nel cogliere più volte alcuni particolari come gli interruttori (della luce) rotanti in porcellana con fermacavi isolatori da applicare sui fili che nel passato scorrevano in esterno, oggetti divenuti oggi vintage. Non sfuggono all’occhio attento e discreto di Berengo Gardin, impegnato esploratore di un atelier pregno di vita, simpatici e meticolosi chiodi che raccolgono foglietti appesi con appunti sbiaditi dal tempo oltre a numerosi vasi, bottiglie, piatti e caffettiere di svariate dimensioni, forme e colori tenui: tali oggetti, lungi dall’essere nature morte, vivono ciascuno una profonda riflessione risolutiva di enigmi per poi essere posti in un ordine rasserenante, foriero di raggiunta serenità.
Una poetica particolare che partendo dalla certezza che “non c’è nulla di più astratto del visibile” permette di andare “al di là della fisica” in una metafisica trasognata che ha indagato il mistero velato dal correre incessantemente senza posare lo sguardo sull’importanza delle piccole cose: etiam capillus unus habet umbram suam, tutto è esistenza, una poesia.





