21 Settembre 2026 09:12

L’osservatorio del presente. Arte italiana addio!

L’ex Padiglione Italia dipinto dal collettivo MAHKU, Biennale Arte 2024

Non era mai successo prima: dopo 131 anni nessun artista italiano darà presente nella mostra internazionale In minor keys a cura di Koyo Kouoh, curatrice della Biennale Arte di quest’anno. Dopo il clamore mediatico, il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco si è giustificato dicendo che la Biennale aveva organizzato un tour di tre tappe di alcuni teatri italiani, dove Koyo avrebbe incontrato gli artisti italiani, ma purtroppo la sua prematura scomparsa ha fatto annullare il tour.

Una circostanza sfortunata? Sembrerebbe di si, avvalorata però dal fatto che nemmeno nella prossima edizione di Manifesta, la biennale europea itinerante che quest’anno si tiene nella Ruhr, su 100 artisti non figura nessun italiano. Non solo arte: l’Italia è assente anche dal Festival di Cannes, dove nessun film tricolore è presente sulla Croisette. Saltando dal cinema allo sport, la situazione non cambia, dato che la squadra nazionale non è stata ammessa per la terza volta ai Mondiali di quest’anno.
Calcio, cinema e arte contemporanea: tre settori dove l’Italia era leader mondiale solo cinquant’anni fa, con 4 Mondiali (1934, 1938, 1982, 2006) e 12 Palme d’oro (1946, 1951, 1952, 1960, 1963, 1966, 1967,1972,1977, 1978, 2001). Per l’arte contemporanea ricordiamo che l’Italia ha esposto i propri artisti nel padiglione centrale della Biennale dal 1895 al 1999, quando il curatore svizzero Harald Szemann lo occupò con la mostra internazionale, per poi assegnare il Leone d’Oro alle artiste italiane “senza padiglione” Grazia Toderi, Bruna Esposito, Luisa Lambri, Paola Pivi e Monica Bonvicini: l’ultimo premio vinto dall’Italia.

Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell’arte contemporanea italiana, cover

Cosa sta succedendo? La creatività italiana è scomparsa dalla scena globale? Per quanto riguarda l’arte sembra di sì, a seguito di un declino lento ma inesorabile, come racconta in maniera puntuale e circostanziata il libro Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell’arte contemporanea italiana, curato da Christian Caliandro, promosso dalla Fondazione La Quadriennale insieme alla Direzione Generale Creatività Contemporanea ed edito da Marsilio Arte. Si tratta di un’inchiesta basata su interviste a 42 esperti, che fornisce un quadro molto realistico della situazione, sostenuto da dati statistici e tabelle grafiche. Tutti gli esperti concordano nel registrare una carenza di italiani non solo nelle grandi rassegne internazionali (tranne quando sono curate da italiani) ma anche nel mercato, determinata dallo scarso peso delle gallerie italiane sulla scena globale. Perché? In primis la cronica incapacità del nostro paese di fare sistema, che genera un’anacronistica proliferazione di proposte scollegate tra loro e non organizzate in una strategia comune, come avviene non solo nei paesi anglosassoni, ma anche in quelli di cultura cattolica come Spagna o Portogallo, che negli ultimi vent’anni si sono rapidamente adattati alle regole della cultura globale. Da noi non è accaduto, a causa dell’individualismo dei soggetti coinvolti, uniti al provincialismo e all’esterofilia delle nostre istituzioni museali, sempre pronte a promuovere artisti stranieri (che non hanno nessun bisogno di promozione da parte dell’Italia) senza mai attivare relazioni di reciprocità con partner internazionali. Ma non è tutto. Francesco Bonami – l’unico curatore della sua generazione interpellato da Caliandro- sottolinea una caratteristica interessante e non banale degli artisti italiani: l’attenzione al design e all’artigianato che caratterizza molta produzione artistica tricolore. “Questo legame non consente ai nostri artisti di sviluppare un linguaggio universale slegato da questi due elementi che sono più pratici che intellettuali” dice Bonami. Per quanto riguarda la promozione dell’arte italiana all’estero, oltre a confermare in maniera unanime l’efficacia dell’Italian Council, uno strumento fondamentale per la visibilità dell’arte italiana nel mondo, Alessandro Rabottini suggerisce di pensare le strutture istituzionali per promuovere i nostri artisti, come la Quadriennale, “per essere promosse e comunicate all’estero”.

St.Marienkirche-Essen, 2026, ph. Daniel Sadrowski, una delle sedi di Manifesta 16 RURH

A questo proposito Sergio Risaliti sottolinea che l’arte contemporanea non è mai apparsa come uno strumento di affermazione della cultura nazionale italiana, anche perché, aggiunge Francesca Grilli, in Italia l’artista non è considerata una vera professione, a differenza di quanto accade in altri paesi come il Belgio, dove esiste lo statuto d’artista. Lorenzo Balbi insiste sul tema delle acquisizioni pubbliche di artisti viventi – un tema che vede l’Italia assai deficitaria – proponendo di adattare al nostro paese il modello dei FRAC francesi. “Credo che una rete di fondi per l’arte contemporanea potrebbe dare un impulso enorme alla visibilità dell’arte italiana” suggerisce Balbi. Francesco Urbano Ragazzi punta il dito sui curatori: “L’Italia dagli anni Duemila non ha contribuito in maniera rilevante ai discorsi su scala globale come la riflessione sull’arte post-internet, il post-colonialismo, una nuova ondata di femminismo. Il tema reale è la creazione di un discorso che canalizza delle narrazioni dentro una visione d’insieme”. In conclusione questo libro rappresenta un buono strumento per capire la situazione, senza però dare risposte precise su come modificarla e fare sì che l’arte italiana possa di nuovo essere protagonista sulla scena globale. E forse il vero problema è proprio questo: un quadro clinico chiaro ma l’assenza di medicine efficaci.