
Il governo di Helsinki: «Nessuna partecipazione finché dura la guerra in Ucraina». È l’ultima, in ordine di tempo, delle pressioni europee contro il ritorno della Russia sulla scena internazionale dell’arte
La Finlandia ha annunciato che i suoi vertici politici non metteranno piede alla Biennale di Venezia se il padiglione russo sarà esposto come previsto. È l’ultima, in ordine di tempo, delle pressioni europee contro il ritorno della Russia sulla scena internazionale dell’arte.
Giovedì il ministero dell’Istruzione e della Cultura finlandese ha dichiarato che Mosca non può partecipare «finché continua la sua guerra di aggressione in Ucraina». La ministra della Scienza e della Cultura Mari-Leena Talvitie ha comunque precisato che alcuni funzionari finlandesi parteciperanno lo stesso, ma solo per sostenere l’arte e la cultura del proprio paese.
La mossa non è un boicottaggio totale, ma la pressione sulla Biennale è ormai altissima. Per la Russia sarebbe la prima partecipazione dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022.
A marzo, 22 politici europei (dalla Francia alla Polonia) avevano già firmato una lettera aperta promossa dalla Lettonia, definendo «profondamente preoccupante» la presenza russa. Secondo la lettera, il padiglione rischia di trasformare una presunta diplomazia culturale di Stato in una operazione di facciata. La Finlandia aveva già aderito. Pochi giorni fa, la Commissione Europea ha avvertito la Biennale: potrebbe perdere un contributo di 2 milioni di euro per l’edizione del 2028 se non chiarirà di non aver violato le sanzioni Ue consentendo la partecipazione della Russia.
La Biennale, dal canto suo, si trincera dietro la neutralità. In una nota di marzo ha ribadito di accettare le candidature di tutti i paesi riconosciuti dall’Italia e di «respingere ogni forma di esclusione o censura della cultura e dell’arte». Ma come ha scritto Alex Greenberger su ARTnews, nessuna mostra d’arte è mai veramente neutrale. E forse è ora che la Biennale faccia come l’ONU o le Olimpiadi: un comitato etico che dirima le controversie.
Il padiglione russo si intitola “The Tree is Rooted in the Sky” e prevede un programma multidisciplinare con musicisti, poeti e artisti russi e stranieri. Gli organizzatori lo presentano come la prova che la cultura può stare sopra la politica. «Attraverso l’incontro di culture diverse – hanno spiegato – il progetto vuole creare uno spazio di dialogo e scambio, dove le radici locali si intrecciano con visioni globali».
Tra Russia, Israele, Iran e Stati Uniti, questa Biennale rischia di assomigliare più a un palcoscenico geopolitico che a una mostra d’arte.





