15 Ottobre 2026 02:24

Il nuovo Bauhaus di Antonio Marras. In mostra a Milano

Antonio Marras, La geometria del caos, Gallery De Castelli, Milano
Antonio Marras, La geometria del caos, Gallery De Castelli, Milano
Alla Gallery De Castelli il genio di Marras (con le sue radici) incontra la maestria post-artigianale dell’azienda veneta

“Io credo molto nell’artigianalità. Anzi, credo che l’artigianato sia qualcosa di vivo, in continua evoluzione, mai statico. Mi considero anch’io un artigiano, perché lavoro con le mani. E vedere persone che usano le mani – non solo le macchine – per creare, forgiare, modellare, trasformare la materia e adattarla a un’idea iniziale è qualcosa di profondamente bello”. Sembrano parole uscite dalla penna di Josef Hoffmann, o di Koloman Moser, i fondatori ai primi del 900 del Wiener Werkstätte. E invece a pronunciarle è Antonio Marras, eclettica figura di stilista, animatore culturale e artista visivo. Che da qualche tempo dedica sempre più attenzioni ed energie a quest’ultima identità.

Accade ora a Milano, che lo vede protagonista della mostra La geometria del caos, alla Gallery De Castelli. Non una semplice mostra: ma un ambiente. Con instabili totem, paraventi, arredi che oscillano tra funzione e visualità. A comporre una sorta di teatro silenzioso, abitato da presenze ibride. Come nelle esperienze delle Wiener Werkstätte, o anche del Bauhaus, anche in Marras si dissolve il confine tra arte, artigianato e design. Ma se quelle avanguardie cercavano una sintesi razionale tra forma e funzione, Marras procede in direzione opposta: introduce l’irregolarità, l’intuizione, il mito.

 

Antonio Marras, La geometria del caos, Gallery De Castelli, Milano
Antonio Marras, La geometria del caos, Gallery De Castelli, Milano
Un ambiente sospeso

“C’è un grande portale che segna l’ingresso alla Galleria De Castelli, visibile anche passando in macchina”, racconta lo stesso Marras. “Lì si trovano due grandi figure, quasi dei guardiani, che accolgono e invitano a varcare la soglia. Una volta entrati, si incontrano altri personaggi: pareti di metallo, totem, arredi, specchi, lampade. Un insieme di elementi che costruiscono un ambiente sospeso, quasi narrativo”. Questi suoi oggetti non sono mai solo oggetti: contengono, riflettono, illuminano. Ma soprattutto raccontano. Raccontano il modo in cui questi materiali vengono pensati: non come superfici da dominare, ma come linguaggi da ascoltare.

La collaborazione con De Castelli diventa allora qualcosa di più di una produzione: è un laboratorio di sensazioni. Per un sistema di oggetti che supera la neutralità funzionalista per recuperare una dimensione narrativa e quasi rituale. Ed è qui che entra in gioco quella componente da sempre fortemente infissa nel DNA dell’artista: la sua Sardegna. “Abbiamo costruito un percorso, una narrazione che parte dalla preistoria – dai bronzetti nuragici, simbolo della nostra terra – e incontra l’evoluzione della materia”, sottolinea. “Con De Castelli, il metallo si sublima: da elemento grezzo diventa espressione, fino a trasformarsi in oggetto”.

L’ultimo tramonto

“Ho fatto un lavoro di collegamento, di proiezione, tutto parte da questo luogo, che è veramente ai confini dell’impero”, rivendica Marras, nel video che trovate qui sopra. “Alghero è l’ultimo avamposto, in Sardegna che guarda verso la Spagna. Ad Alghero c’è l’ultimo tramonto d’Italia, a Capocaccia, è l’ultimo sole che tramonta in Italia. Alghero è tra due spiagge, Lazzaretto e la Speranza. E noi nasciamo lì, e tutte queste cose, tutti questi elementi e oggetti che si possono toccare, nascono lì…”.