
Questa nuova puntata della rubrica Photofinish vede protagonista Mingozzi, che lavora infatti su immagini del passato e più recenti
La pratica artistica di Nico Mingozzi si sviluppa a partire da un gesto tanto semplice quanto radicale: appropriarsi di fotografie del passato per sottrarle alla loro funzione originaria e condurle in una dimensione perturbante. L’artista ferrarese lavora infatti su immagini del passato e su immagini più recenti, vintage o riprese da magazine – ritratti borghesi, fotografie di famiglia, volti anonimi – intervenendo direttamente sulla loro superficie con azioni che oscillano tra distruzione e riscrittura. Questo processo non è mai neutrale. Il gesto di graffiare, coprire, cancellare o deformare non va letto come una semplice manipolazione estetica, ma come un atto critico nei confronti dell’idea stessa di memoria fotografica.
Se la fotografia nasce storicamente come dispositivo di conservazione – una traccia che fissa identità e presenza – Mingozzi ne mette in discussione la stabilità, trasformandola in un campo di tensione dove il ricordo si incrina e l’identità si dissolve. Particolarmente significativa è la sua insistenza sul volto umano. Nei suoi lavori, i lineamenti vengono spesso oscurati, deformati o resi irriconoscibili, generando immagini che si collocano in una zona ambigua tra ritratto e negazione del ritratto. In questo senso, l’artista opera una sorta di “anti-ritrattistica”: invece di restituire un’identità, la sottrae, evocando una presenza che è al tempo stesso familiare e inquietante.
Il risultato è un effetto perturbante, nel senso freudiano del termine, in cui ciò che dovrebbe essere noto si rivela estraneo. Dal punto di vista materiale, la sua pratica insiste sulla fisicità dell’immagine. In un’epoca dominata dalla smaterializzazione digitale, Mingozzi recupera la fotografia come oggetto, intervenendo su di essa con tecniche manuali che lasciano tracce evidenti: abrasioni, stratificazioni, accumuli di materia. Questa dimensione tattile restituisce all’immagine una densità che contrasta con la leggerezza e la velocità della circolazione contemporanea delle immagini.
Al contrario, le sue opere sembrano suggerire che ogni immagine, anche la più apparentemente stabile, è intrinsecamente fragile e soggetta a trasformazione. In questo senso, la manipolazione diventa un modo per rendere visibile ciò che nella fotografia è normalmente invisibile: il tempo, l’usura, la perdita. Ecco per voi l’intervista che l’artista mi ha rilasciato.
Raccontami di quando hai sviluppato il tuo linguaggio così riconoscibile…
Il caso ha giocato un ruolo fondamentale nella mia ricerca. Trovare quelle cinque foto d’epoca in un cassetto del mio studio è stato come scoprire un tesoro nascosto, un punto di partenza inaspettato che ha innescato un processo creativo e di riflessione sulla realtà e sulla rappresentazione. Quelle immagini, con i loro personaggi anonimi e le loro storie silenziose, mi hanno parlato, mi hanno fatto domande e mi hanno spinto a esplorare questo percorso e a trasformarle in qualcosa di nuovo.
Raccogli fotografie (d’epoca, vintage e anche dai magazine), cosa rappresentano per te queste immagini?
Prima del mio intervento, queste immagini rappresento una realtà artefatta, una sorta di copione prestabilito che la società ci impone di seguire, dove le azioni e le parole sono più una recitazione obbligata che un’espressione autentica di se stessi. È come se indossassimo una maschera, dietro la quale nascondiamo la vera essenza, i veri pensieri e sentimenti, per paura di non essere accettati o di essere giudicati.
Qual’è il significato, cosa si cela dietro a questa decomposizione e ricomposizione dell’immagine?
Le immagini che rielaboro sono come finestre aperte su stati d’animo nascosti, emozioni silenziose che spesso siamo costretti a mascherare dietro una facciata di normalità. Sono un tentativo di dare voce a ciò che non viene detto, di rappresentare la complessità di una società che a volte ci impone di nascondere la nostra vera natura. Attraverso la decomposizione e la ricomposizione dell’immagine, cerco di scavare oltre la superficie, di catturare l’essenza di ciò che non si vede, di rendere visibile l’invisibile.
L’intervento sull’immagine avviene in modo spontaneo, istintivo oppure ci pensi e pianifichi in qualche modo il risultato finale?
L’intervento e sull’immagine è un processo viscerale, quasi un bisogno che mi spinge a manipolare, a stravolgere, a ricreare. È un dialogo intimo con l’immagine, un confronto tra la mia mano e la realtà catturata sulla carta. A volte è un gesto spontaneo, altre volte è il risultato di una riflessione più profonda, ma sempre c’è un elemento di imprevedibilità, un margine di libertà che mi permette di esplorare nuove strade e di scoprire nuovi significati. È un equilibrio delicato tra controllo e abbandono

Quali sono i sentimenti che vorresti veicolare attraverso le diverse serie?
I sentimenti che emergono dalle mie opere sono come impronte digitali, uniche e irripetibili, legate al momento preciso in cui sono state create. Sono il riflesso di un’emozione, di un pensiero, di un’esperienza che mi ha toccato, e che ho voluto trasmettere attraverso l’immagine. Non c’è un canone prestabilito, non c’è una lista di sentimenti da rappresentare, solo l’istinto di catturare l’essenza di ciò che mi circonda.
Hai deciso di non dare titoli alle opere, perché?
I titoli e le spiegazioni sono come etichette che possono limitare la libertà di interpretazione dell’opera. Preferisco lasciare che l’immagine parli da sé, che sia un’esperienza soggettiva e personale per chi la guarda. Un’opera d’arte dovrebbe essere un punto di partenza, un’onda che genera pensieri, emozioni e ricordi unici in ogni persona. Se c’è bisogno di una spiegazione, allora forse l’opera non ha raggiunto il suo scopo. Voglio che le mie immagini siano come poesie senza parole, che parlino direttamente all’inconscio, senza filtri o mediazioni.
Ci sono artisti che ti hanno influenzato o che trovi d’ispirazione?
Due maestri che hanno esplorato l’anima umana in modi profondi e inquietanti. J.P. Witkin e il suo approccio surreale e perturbante alla fotografia, che trasforma il reale in qualcosa di enigmatico e onirico, hanno sicuramente lasciato un segno nella mia ricerca artistica. E poi c’è Bosch, il grande pittore del fantastico e dell’irrazionale. Che ha dipinto mondi interiori pieni di simboli e creature mostruose, rivelando la complessità e la dualità dell’animo umano. Sono artisti che hanno osato esplorare l’ombra.
Dai un nuovo volto alle immagini e questo apre a diverse interpretazioni da parte di chi osserva, è questo quello che vuoi? La libera interpretazione dell’immagine, il fatto che ognuno possa costruire una narrazione personale?
L’opera d’arte deve essere un terreno fertile per l’immaginazione, un punto di partenza per viaggi interiori soggettivi. Se l’interpretazione fosse univoca, sarebbe come imporre un significato, limitando la libertà di chi la guarda. Voglio che le mie immagini siano come specchi, che riflettono i pensieri, le emozioni e le esperienze di chi le osserva. In questo modo, l’opera vive di vita propria, diventa un’entità dinamica e mutevole, capace di generare connessioni e significati sempre nuovi.
Nelle tue opere intervieni spesso sul volto, a volte rimuovendo gli occhi o con tagli etc… Come mai?
Il volto e gli occhi sono come la porta d’ingresso dell’anima, il punto di contatto tra l’interno e l’esterno, il luogo dove si concentrano le emozioni e le intenzioni. Gli occhi, in particolare, sono lo specchio dell’anima, possono esprimere tutto senza bisogno di parole: la gioia, la tristezza, la paura, l’amore… Sono il canale di comunicazione più potente che abbiamo, eppure sono anche il punto più vulnerabile. Il luogo dove si può leggere la verità più profonda di una persona. È come se attraverso gli occhi potessimo accedere a un mondo interiore ricco e complesso, fatto di luci e ombre, di segreti e di desideri.
Sei partito con interventi su foto d’epoca, come mai? E perché poi hai proseguito inserendo foto femminili ?
La mia evoluzione artistica è stata un percorso naturale, un modo per esplorare e criticare la società in cui viviamo. Passare dalle foto d’epoca a quelle contemporanee mi ha permesso di creare un confronto diretto tra passato e presente. Evidenziando come le dinamiche sociali e le ipocrisie siano rimaste invariate nel tempo. La mia scelta di lavorare con immagini artificiali e costruite è un modo per sottolineare come la nostra società sia spesso una rappresentazione, un gioco di ruoli e di apparenze. Con la mia arte, invito a guardare oltre la superficie, a vedere la realtà dietro la maschera. A riflettere su ciò che ci viene presentato come “reale” e su ciò che invece è solo una costruzione sociale.





