
Il viaggio per Naoshima comincia online quando imperativamente occorre prenotare biglietti e pernottamenti su un’isola che è diventata una delle ultime spiagge del turismo artistico estremo. Intendiamoci: per quelli che ormai amano poter frequentare biennali e fiere d’arte nei luoghi più reconditi ed improbabili del pianeta.
Naoshima, nel mar del Giappone, sembra diventata una destinazione inevitabile per aggiungere punti fedeltà a un sistema dell’arte che mescola ormai esclusività, presenzialismo, big business e sviluppo, e che racchiude una radice transnazionale di ricerca di nuovi mercati economici e dell’immaginario.
Sempre in una dimensione virtuale, il viaggio a Naoshima, Teshima e le altre isole che stanno godendo la rivitalizzazione ad alto contenuto di arte contemporanea nell’arcipelago nipponico si chiuderà con una mail della Fukutake Foundation (Benesse Art Site) che, con la stupefacente cortesia di questo paese, chiede al suo pubblico di descrivere e commentare l’esperienza e il livello di apprezzamento dei luoghi visitati per migliorarne il funzionamento.
Nel mezzo c’è la vita vera del luogo e il suo pubblico, non i clienti del lussuoso albergo-museo disegnato da Tadao Ando sulle alture dell’isola, ma la realtà dei gruppi di turisti che – come mi spiega sul terreno, a una fermata dell’autobus, una guida coreana – si spostano da un sito all’altro tra sale di musei ipermoderni e parchi di sculture, aspettando navette bus oppure peregrinando con ombrelli per ripararsi dal sole in silenzio da un sito all’altro, o noleggiando biciclette in una fregola di visitazione e frequentazione che assomiglia a quella dei templi antichi o dei giardini zen, luoghi di meditazione della tradizione shinto o buddista.

Per chi come me, ormai disilluso frequentatore e recensore di centinaia di luoghi e mostre, che si aspettava un’esperienza più vicina alla ricerca di luoghi site specific più vicini alla tradizione della land art americana, alcuni punti cardine di questa esperienza asiatica cominciano a vacillare. E mentre con un occhio guardo un costosissimo Basquiat del 1984 e il profilo di un’isola nel lontano orizzonte, considero la lunga lista di lavori perfettamente installati tra i pettinatissimi muri di vetro e cemento dell’archistar minimalista. Quel gettonatissimo costruttore di scatole museali che tutti conosciamo, lo stesso della Bourse de Commerce e dello chic e opulento vuoto che in tanti percorreranno nei prossimi giorni a Venezia alla Punta della Dogana.


Mi interrogo sulla disillusione transtemporale di lavori e qualche capolavoro cui solo le date e una vaga idea di decoro dei piani posati a terra – i sassi di Long, o i neon di Nauman, le panche e quant’altro – tutti qui: Kan Yasuda, The Secret of the Sky (1996); Jonathan Borofsky, Three Chattering Men (1986); Frank Stella, The Grand Armada (1989); Frank Stella, The Shark Massacre (1988); Hiroshi Sugimoto, Time Exposed (1980-90); Jenny Holzer, You Are Trapped on the Earth So You Will Explode (1989); Jennifer Bartlett, Fish and Bread (1989); Sam Francis, Blue (1952-1953); Mark Kostabi, A drift in the Baltic Sea (1989); David Hockney, A Walk Around the Hotel Courtyard Acatlan (1985); Louise Nevelson, Night Totality (1974); Yves Klein, Vénus Bleue (1983 – davvero bizzarra questa data, Klein muore nel 1962); John Chamberlain, Chromo Domo (2006); Tadao Ando, Naoshima Contemporary Art Museum, Hotel Drawing (1995); Jannis Kounellis, Untitled (Il Viaggio) (1977) e gli Untitled (1996 e 1990); poi le belle foto di Shigeo Anzai, Photographs of Jannis Kounellis Working in Naoshima (1996); Bruce Nauman, 100 Live and Die (1984); Thomas Struth, Paradise 35, New Smyrna Beach, Florida (2007).

Questo è il load della stagione. Poi ci si sposterà nella vallata di Lee Ufan, dove il suo vocabolario ha almeno i profumi salmastri del mare, prima di raggiungere l’impeccabile galleria di Hiroshi Sugimoto, quel Time Corridor punteggiato con lavori dal 1977 al 2024, in cui marine, cinema, diorama e panorami di un mondo che fu diventano concetti salingeriani come l’immagine del World Trade Center, in un ambiente propenso ad ascesi asettiche che preludono a una piccola cerimonia del tè che ricorda davvero quella del maestro del tè che ne canonizzò le regole e poi si suicidò.
Ecco: qui, mentre si contempla la perfezione del magnifico padiglione da tè che dall’esterno domina la marina e si sorseggia un matcha compreso nel biglietto, si viene presi da una sensazione di tutto troppo perfetto e monta quella voglia di spaccare non solo la tazza, ma proprio la perfezione, e di riconsegnare il mondo dell’arte ai professionisti di un kintsugi tutto da reinventare per un mondo dell’arte che promette l’esperienza totale.
Ma ci sono ancora tanti musei sull’isola da visitare con star internazionali, e c’è soprattutto quell’isola di Teshima dove Boltanski ha racchiuso i battiti del cuore di migliaia di persone. Ecco, il mio battito è lì in quegli archivi già da una quindicina d’anni, registrato a Parigi alla Maison Rouge, luogo di grande collezionismo chiuso impietosamente da questo turnover di spazi e mode del sistema.

Non mi resta che aggiungere che Benesse è gestito dal miliardario giapponese Soichiro Fukutake, tramite la Fondazione Fukutake e Benesse Holdings, l’azienda di servizi educativi e sanitari della sua famiglia, e che il museo include pezzi della sua collezione privata. La collezione è partita dall’ipotesi che l’era dell’Occidente, dell’Europa e dell’America, stesse giungendo al termine e che sarebbe iniziata un’era asiatica. Direi che i tempi stanno davvero andando in quella direzione, dal museum shop pieno di gadget adiacente al porto che ci riporterà a Uno sulla terraferma. Quindi ritengo che il ragionamento del magnate non faccia una piega, ma tutto mi è sembrato così terribilmente già visto – o forse sono arrivato con una decina d’anni di ritardo.




