29 Settembre 2026 14:06

L’equilibrio concettuale di Pedro Torres, da AlbumArte

Pedro Torres. Palpita (2026) Ph. by Giorgio Benni Courtesy AlbumArte

Sarà il colore rosso delle luci e della moquette sul pavimento. Sarà il minimalismo dei lavori che costruiscono l’intera installazione. Fatto sta che la personale di Pedro Torres, seppur si rapporti con specifiche tematiche molto di settore, riesce ad avvolgere il visitatore in un viaggio emotivo e sensoriale. Anche senza il supporto del foglio di sala. Perché, solitamente, mostre così concettuali o, comunque, motivate da ragioni di non facile accesso, necessitano sempre di una spiegazione, giacché non sono perfettamente intelligibili. Ancor di più quando l’argomento, come in questo caso, è una summa di nozioni scientifiche e filosofiche non generaliste.

L’altro elemento che ammalia è l’equilibrio che l’artista (1982, vive e lavora a Barcellona) ha costruito tra l’estetica, lo slancio poetico e i contenuti scientifici da lui trattati, mai scadendo nella mera trasposizione cattedratica. Principalmente indaga il tema del tempo – analizzato attraverso il suo interesse per l’interferometria (termine, per chi scrive, completamente sconosciuto fino a prima di visitare la mostra). Il tempo nella sua accezione più ampia, espresso attraverso media che spaziano dal video, al collage, al neon, all’audio, alla fotografia.

Nello specifico, detto in maniera molto semplicistica (e, chi scrive, spera altresì esatta), lo spazio-tempo collegato alle onde gravitazionali del nostro pianeta. Sebbene, superando “le correnti gravitazionali”, non si abbia la certezza di “non farti invecchiare”, Pedro Torres organizza una grande macchina installativa, realizzata espressamente per AlbumArte che, non senza una certa poesia e bellezza, rende visibile l’invisibile: l’eco delle increspature delle onde prodotte da eventi cosmici estremi già accaduti.

Pedro Torres. Palpita (2026) Ph. by Giorgio Benni Courtesy AlbumArte

Curata da Carolina Ciuti, Palpita è, dunque, una sorta di viaggio, fisico ed esperienziale, tra luce e ombra, silenzio e brusio, staticità e oscillazione, immobilità e rotazione, verticale e orizzontale, attrazione e repulsione – non nel senso antinomico ma di complementarità. E lo stesso titolo vuole sottolineare proprio questi, seppur impercettibili, movimenti, ondeggiamenti, battiti, frequenze cosmiche, tutt’altro che immobili e stabili.

La luce rifratta da alcuni dischi di vetro (somiglianti agli acchiappasogni, oggetti che spronano ad alleggerire la mente e coltivare uno stato interiore di calma, equilibrio e serenità). Dischi che, nella mancanza di immobilità, sorprendentemente rifrangono fasci di luce laser in punti inaspettati. Fili rossi che collegano pavimento e soffitto. Piccole pile di libri che sono la base delle conoscenze dell’artista: Tiempo viejo y tiempo nuevo di Gregorio Marañón, El tema de nuestro tiempo di José Ortega y Gasset, El tiempo ido di Ezequiel Jaquete. Libri su cui si poggiano alcune delle sculture di argilla, simili a dei sacchetti, modellate a mano e sparse anche sul pavimento, la cui forma è fortemente influenzata dall’ambiente perché risponde alle condizioni atmosferiche, esprimendo così l’instabilità del presente.

Pedro Torres. Palpita (2026) Ph. by Giorgio Benni Courtesy AlbumArte

Per chi scrive, i concetti che sottostanno all’intera ricerca dell’artista sono sconosciuti e un pochino ostici. Per questo, ancora più forte è il potere attrattivo esercitato da qualcosa che, seppur di non immediato intendimento, appare tutt’altro che respingente e di un certo fascino dovuto a una bellezza compositiva e formale.

Consolandosi con lo scritto di Calvino riportato nel foglio di sala: “La scienza non è solo conoscenza, ma anche ignoranza consapevole, cioè consapevolezza di quanto resta da scoprire”. Altresì con le riflessioni dello stesso artista fissate nelle frasi: «Uno sguardo che perturba / Un impulso che precipita / la caduta / Una perturbazione che palpita / Allora e adesso / Lo stesso di sempre / Ora o mai» – temi esistenziali che ben tracciano uno stato d’animo teso all’accoglienza del presente e della sua perenne instabilità.