29 Settembre 2026 17:35

Controcorrente. Da Mattia Moreni a Gastone Novelli 

Da sinistra mattia Moreni nel suo studio e Gastone novelli alla Biennale di Venezia nel 1968
Da sinistra mattia Moreni nel suo studio e Gastone novelli alla Biennale di Venezia nel 1968
Pur navigando nel solco delle correnti del proprio tempo Moreni e Novelli  hanno saputo opporre degli atti di resistenza e indipendenza

Fu il critico americano di October, Benjamin Buchloh, a ironizzare contro i pittori degli anni 80 come Schnabel e Kiefer che riesumavano la figura  del genio solitario davanti alla tela . A suo dire si sentiva in loro la stessa aria degli anni del  «Ritorno all’Ordine» tra le due guerre , riferendosi  con questo sopratutto all’arte di regime , ma tralasciando i contemporanei casi dei Muralisti messicani , degli artisti americani del New Deal e della Nuova Oggettività tedesca che rendono quel periodo in realtà più sfaccettato.
Ogni tanto, e tutt’ora, nelle critiche ostili a vari revanscismi pittorici si tramanda comunque l’eco di questa stigmatizzazione dell’ atteggiamento definito ”eroico” che fu tipico di questa stagione di autori, sbrigativamente poi accomunati  insieme ad altri, a qualcosa di demodé, di eccessivamente protagonistico e personalistico  se non di maschilista e di ”borghese “. Al di là dei casi specifici di Schnabel e Kiefer si direbbe che essere soggetto ed autore, secondo questo crampo teorico, costituirebbe quindi in ogni caso quasi una colpa da regressione romantica con il risultato di relegare come opzione accessoria la singolarità dell’opera e tendendo a sottovalutare il ruolo del soggetto e dell’individuo come base per un’eventuale etica della responsabilità.

Ma da che mondo è mondo c’è sempre stato qualcuno che è andato controcorrente ed è capitato pure che avesse avuto qualche buona ragione per farlo.
Le recenti mostre viste in Italia e dedicate a due artisti quasi coetanei come Mattia Moreni (1920/ 1999) e Gastone Novelli (1925/ 1968) ci propongono i casi di due personalità che pur navigando nel solco delle correnti del proprio tempo hanno saputo opporre degli atti di resistenza e indipendenza. E incarnando un’idea di soggettività e autorialità che emerge dal suo essere controcanto piuttosto che autosufficenza.
A Mattia Moreni è stato dedicato recentemente un completo progetto riepilogativo in cinque mostre, due delle quali sono ancora aperte e visitabili: al MAMbo di Bologna fino al 31 maggio è ricostruita la mostra antologica che Moreni fece a Bologna nel 1965, nel pieno della sua stagione Informale, mentre al MAR di Ravenna fino al 3 maggio “Dalla regressione della specie all’ umanoide” raccoglie la sua  produzione tarda tra la seconda metà degli anni 80 agli anni 90.

 

Mattia Moreni, La staccionata, Fence, 1953
Mattia Moreni, La staccionata, Fence, 1953

A Gastone Novelli invece il Museo di Cà Pesaro di Venezia ha dedicato una bellissima mostra, conclusasi a marzo, che ricostituiva il suo  percorso dal 1925 al 1968 .
Dai primi dati biografici emerge guarda caso in entrambi una partecipazione non occasionale alle vicende cruciali del proprio tempo: Moreni è ventenne allo scoppio nel 1940 della guerra, e come membro  del Partito Comunista clandestino e della Resistenza  è costretto a scappare e a nascondersi.
A sua volta il diciottenne Gastone Novelli entra in un gruppo della Resistenza nel 1943, viene arrestato e torturato e solo per poco riesce a scampare alla condanna a morte.

Entrambi sperimentano modi e poetiche dell’Arte Informale: Moreni vivendone in pieno la stagione e divenendone uno dei maggiori protagonisti  internazionali; Novelli essendo più giovane di un pugno di anni ne adotta le tecniche materiche per abbandonarle velocemente , interessato presto da altro.
Moreni, dopo una prima fase sintonizzata sulle sintesi dell’astrattismo dell’École de Paris che sublimano il paesaggio naturale,  e pure quello sociale, passa da un atteggiamento trasognato e compositivo  ad un’irruenza violenta e tormentata.  La pittura informale di Moreni è gestuale ma con connotazioni proprie di asprezza e visceralità. Francesco Arcangeli parlerà di una comunanza con l’Espressionismo Astratto americano  ma con una precipua ascendenza europea : Cosmè Tura, Grunewald, Goya per arrivare a Wols. Il critico e scrittore allievo di Roberto Longhi e che fu direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna dal 1958 al 1968, scrisse di “ferita”, “umanità in rischio e in minaccia”.

 

Mattia Moreni, Una nuvola, 1957
Mattia Moreni, Una nuvola, 1957

Anche Gastone Novelli, dopo il ritorno in Italia seguito a diversi anni in Brasile, dove si era avvicinato alle ricerche dell’astrazione concretista, abbraccia dalla seconda metà degli anni 50 l’Informale con risultati meno perentori di quelli di Moreni, più decantati, più meditativi e che nel giro di poco tempo perdono l’ombrosità iniziale per schiarirsi e alleggerirsi fin dove le rugosità della materia convivono con le stesure bianche, liquide che diverranno la sua cifra.

 

Gastone Novelli, Gesto respinto, 1959
Gastone Novelli, Gesto respinto, 1959

Mentre Moreni anche per pulsioni caratteriali proprie ad un certo punto della sua vita tenderà a isolarsi dai grandi circuiti dell’arte internazionale, fin dall’inizio e poi ancora, Novelli manterrà una curiosità interdisciplinare e rapporti fecondi con intellettuali e artisti dei suoi anni: a San Paolo conoscerà Mario Bardi, allora direttore del Museo di Arte, e sua moglie Lina Bo Bardi e come accennato entra in contatto con la cultura di avanguardia brasiliana. Conosce lì Max Bill e può approfondire il lavoro di Le Corbusier e sopratutto quello di Paul Klee, che costituirà per lui un’influenza duratura. Tornato in Italia intreccia rapporti con il mondo romano grazie anche all’amicizia con Emilio Villa, conosciuto peraltro in Brasile.

Gli interessi letterari saranno una sua costante: oltre a vari artisti frequenterà, tra i tanti, Beckett, Bataille, Klossowsky, Simon, la cerchia dei Novissimi e il Gruppo 63 del quale illustrerà la copertina dell’antologia dei suoi scrittori oltre che i libri di Giuliani e Manganelli. L’uscita dall’Informale per Novelli è repentina e parte proprio dalla parola: in questi campi materici, biancastri, dal sapore tonale, cominciano a galleggiare ritagli stampati, pezzi di pagina di rotocalco, memori di Schwitters, vicinissimi a Rauschenberg.

Gastone Novelli, Dice meraviglioso, 1959
Gastone Novelli, Dice meraviglioso, 1959

È solo un momento: le parole vengono nei lavori successive scritte a mano, si fanno scrittura, appunto, biografia, pensiero in farsi. La materia si assottiglia, lima le escrescenze, appaiono le linee che incidono, delimitano, contornano ma secondo la lezione di Klee costruiscono provvisoriamente e delicatamente. Con questi lavori Novelli crea una propria originalissima versione pittorica di quello che è stato quel fenomeno sfrangiato e complesso della Poesia Visiva, e che ha un’antecedente di altrettanta reale caratura pittorica solo in Cy Twombly, americano non a caso nutrito di cultura europea.

Per un attimo Novelli poteva sconfinare nell’artificialità della comunicazione Pop ma scantona, sceglie la comunicazione suggerita, organica, emozionale .  La ripresa della scrittura è per lui il ritorno ad un mondo atavico di meraviglia infantile.

Viene da pensare a Michel Leiris: “… quando ancora non siamo stati iniziati al grande mistero della lettura o, novizi ancora, lo abbiamo appena penetrato, le parole – percepite esclusivamente attraverso l’udito -si presentano sotto estranee parvenze che a malapena riconosceremo allorché le vedremo scritte in nero su bianco. Quali mostri orali non sono così foggiati! Quali assurde creazioni non vengono ad animarsi su un piano che più tardi apparirà fantastico!”.

 

Gastone Novelli, Il re delle parole, 1961
Gastone Novelli, Il re delle parole, 1961

Pure Moreni nei primi anni 60 affronta il ruolo della parola e anche lui rispetto all‘esperanto Pop devia e usa una parola locale, tramite la rappresentazione degli emblematici, spesso desolati, cartelli che si potevano trovare nelle campagne romagnole: indecifrabili, sfasciati, consunti, galleggianti sul vuoto di un paesaggio vasto ma già disperatamente privo di senso , in odore di degrado .

 

Mattia Moreni, Cielo e cartello come apparizione, 1962
Mattia Moreni, Cielo e cartello come apparizione, 1962

A differenza di Novelli, Moreni é pessimista, non sembra credere ad una catarsi. L’atavismo per lui non è fantasticheria ma rito sacrificale. Particolare non secondario una sua menomazione dalla nascita ad una mano che ostenta anche se guantata, provocatoriamente.
Il suo pessimismo nasce dal suo vitalismo e viceversa, il suo vitalismo  nasce dal suo pessimismo, inestricabilmente avvinghiati: se negli Esistenzialisti, spesso tirati in ballo per i suoi toni, l‘angoscia è simile a un basso continuo, per Moreni l‘organicità hai i suoi sussulti  e non solo precipizi: le sue sequenze di angurie e vagine, che partono grossomodo dal 1964 per continuare sempre più esplicite negli anni 70, sono materia organica che si slancia in un atto vitale, al modo delle pagine  di un Céline dove prima si indaga l‘abiezione con un bisturi sarcastico  per poi esaltarsi ed elevarsi all‘improvviso in uno scoppiettio euforico di frasi.

 

Mattia Moreni, Come urla l’atrofica, 1979
Mattia Moreni, Come urla l’atrofica, 1979

Mentre Moreni si inabissa in questo mondo istintuale, rasentando progressivamente la solitudine, Novelli vive in pieno le contraddizioni del periodo. Siamo nel pieno delle contestazioni alla guerra nel Vietnam: Novelli aderisce al clima antiamericano dei movimenti. Nel 1965 dipinge ”Per una rivoluzione permanente (per Lev Trotsky)” primo di una serie di lavori  a tema politico dedicati alla rivoluzione culturale cinese , alle lotte dei paesi del sud del mondo .

 

Gastone Novelli, Per una rivoluzione permanente (per Lev Trotzky), 1965
Gastone Novelli, Per una rivoluzione permanente (per Lev Trotzky), 1965

Nel 1966 esce dal Partito Socialista. Il suo impegno politico radicale é testimoniato dalle sue prese di posizione, dai suoi testi, dalla sua attività effettiva, dalla sua contestazione dell’autoritarismo delle istituzioni culturali. Novelli passa momenti di crisi: gli avvenimenti esterni pesano mentre intanto la sua  arte  sembra svaporarsi in aliti e tracce sempre più essenziali.
Il 1968 è, tra le tantissime cose, anche l’anno del massacro di My Lay, quando a marzo in Vietnam una divisione di fanteria dell’esercito statunitense guidata dal tenente Calley sterminó più di 500 civili inermi  nella frazione di un villaggio , principalmente anziani donne e bambini , torturandoli e stuprandoli . Il massacro fu fermato dai membri di un elicottero di ricognizione statunitense che riuscirono con la minaccia delle armi a salvare qualche vita.

 

Alcune vittime del massacro di My Lai, Vietnam, 1968
Alcune vittime del massacro di My Lai, Vietnam, 1968

Il 1968 è anche l’anno in cui ci sono le contestazioni alla Biennale di Venezia. Nel giugno 1968, pochi giorni prima dell’inaugurazione, gli studenti occuparono la sede della Biennale a Palazzo Ducale per protestare contro la gestione “mercantile” e “borghese” della cultura. La risposta delle autorità fu durissima. La polizia intervenne con violenza per sgomberare i manifestanti.

Le sale della Biennale erano presidiate da poliziotti in armi: in reazione a questo e per solidarietà agli studenti Novelli girò i quadri della propria sala contro la parete e scrisse sul retro di uno di questi “La Biennale è fascista”. E si oppose categoricamente alle richieste della Direzione di ripristinare l’esposizione. Subito dopo l’inaugurazione ritiró le proprie opere. Il suo non fu un gesto isolato dato che altri artisti coprirono i propri quadri con fogli di giornale o teli neri, ma certamente il suo fu quello che più è rimasto impresso nei ricordi di quella Biennale e uno dei gesti più rimarchevoli dell’arte italiana del Novecento .  Oltre alla violenza sui contestatori aleggiavano diversi motivi di critica per la Biennale: uno era lo statuto di marca fascista risalente al 1930. Un’altro era il mercimonio dei premi. Inoltre gli studenti volevano una “Biennale dei lavoratori e dei cittadini”, non un evento esclusivo per collezionisti e critici.

 

Una foto di Ugo Mulas delle contestazioni alla Biennale di Venezia nel 1968
Una foto di Ugo Mulas delle contestazioni alla Biennale di Venezia nel 1968

Quell’anno a causa del caos il Gran Premio non venne assegnato e non lo fu fino all’edizione del 1986 quando fu reintrodotto nella veste diversa dei Leoni d’oro.
Lo statuto della Biennale fu ammodernato qualche anno dopo, nel 1973, facendo dell’Ente una struttura più collegiale e democratica. L’atto di Novelli contribuì negli anni a venire a sollecitare esperienze artistiche meno circoscritte negli spazi ufficiali delle istituzioni artistiche.
Gastone Novelli muore prematuramente a soli 43 anni nel corso dello stesso anno, 1968. Non farà in tempo a conoscere le storture della Rivoluzione Culturale Cinese.

La carriera di Moreni è più lunga perché vive fino al 1999.  Dal 1966 lascia Parigi e si ritira in una cascina in Romagna.  Dopo anni di frequentazioni e mostre internazionali che vedono anche il sodalizio con il critico Michel Tapiè, con la Biennale del 1972 le sue partecipazioni si riducono, anche a causa di uno scenario artistico non favorevole alla pittura. Oltretutto rispetto a Novelli vive almeno due giri di boa storici in più e il suo sguardo riesce ad anticipare i rivolgimenti futuri. Illuso non sembra essere stato mai ma certo vede bene la disillusione che subentra agli ideali che hanno fragorosamente attraversato il Secolo Breve: prima il declinare dei movimenti degli anni 60 e poi il Crollo del Muro nel 1989. Tra anni 80 e 90 rimette in discussione tutto quello che ha fatto rispondendo da un lato in qualche modo al disimpegno del decennio della Transavanguardia con una pittura che riprende sguaiatamente Dubuffet in una versione rabbiosa dell’Art Brut e da un lato rifiutando l’ottimismo degli anni della pacificazione sociale. Per molti suoi estimatori è un’impazzimento, l’artista è irriconoscibile e forse hanno pure ragione.

Ma questi faccioni, questi esseri postumani orrendamente caricaturali pieni di svirgolature pittoriche ed assurdi innesti tecnologici, come se fossero dipinti da un Picabia estremo, sono la risposta disillusa e pessimista a Baselitz: altro che afflato dell’uomo primordiale e romanticismi germanici, siamo alla catastrofe prossima, vicini al super- rincoglionimento da dipendenza televisiva e invasività digitale.

 

Mattia Moreni, Mattia Moreni a 67 anni di sua età… Autoritratto n.5, 1988
Mattia Moreni, Mattia Moreni a 67 anni di sua età… Autoritratto n.5, 1988

Si tratta di tele sfrontate, imponenti, improntate ad uno sconquasso stilistico ma troppo impegnative per essere solo uno scherzo. Moreni ne sforna in grande quantità. Discutibile paragonarlo a Basquiat dato che Moreni ha lavorato fianco a fianco negli anni 50 con gli artisti ai quali l’americano ha attinto. Scrive sopra le tele con una scrittura grezzamente infantile, frasi spesso deliranti .
Se nella pittorializzazione della scrittura Novelli rimembrava uno stupore infantile in Moreni la scrittura infantile non è traccia di un bel sogno ma regressione pura e semplice: si scrive male perché si sta diventando irrimediabilmente stupidi e sarà la tecnologia a darci il colpo di  grazia definitivo verso questa via . In tempi non sospetti, quando i disastri globali sono lontani e nel mondo occidentale l’economia procede a gonfie vele , in un paese dove i problemi possono ancora essere nascosti sotto il tappeto, Moreni ha il coraggio ma anche la confusione intellettuale , tra teorie sballate e tratti paleo – maschilisti , di fare il pessimista   radicale che vede tutto nero e preconizza un totale dissesto  antropologico , con grande anticipo sui manieristi del genere  alla Houllebecq.

Con un piede vicino al fallimento ha il coraggio di rischiare, di reinventarsi, di rilanciare, di violentare la sua stessa opera per  renderla irriducibile, guasta , ad una fruizione confortevole , dicendoci in compenso , cose che per molti aspetti si sono tristemente avverate mentre altri , tutt’oggi , fanno tutto benissimo ma niente di necessario. Moreni muore nel 1999. L’anno dopo ci sarà lo scoppio della bolla delle dot- com quando centinaia di aziende di internet franarono.

 

Mattia Moreni, La possenza dell’era elettronica, 1997
Mattia Moreni, La possenza dell’era elettronica, 1997