
Complessa, avvolgente, evocativa, seducente, perturbante. Sono molti gli aggettivi che possono essere accostati a Rebecca, la personale dell’artista italiana Benni Bosetto (1987) all’Hangar Bicocca, curata da Fiammetta Griccioli. Con questa mostra l’artista ha vinto una sfida non facile: trasformare lo spazio shed dell’Hangar in un luogo altro, uno spazio concettuale, letterario, sociale, emotivo, politico.
Il punto di partenza di un viaggio labirintico e stratificato, dove la letteratura incontra la psicanalisi, la poesia l’erotismo, l’artigianato il daydreaming. E tanto altro, in una rêverie generata da un immaginario caleidoscopico, raro nell’arte contemporanea tricolore, che predilige pratiche ironiche e provocatorie, o soluzioni estetizzanti dove le forme sono fine a se stesse.
Rebecca è un ambiente stratificato, da percorrere con una dose di attenzione elevata, necessaria alla comprensione di un’opera-mondo, una sorta di spazio esistenziale abitato da presenze indefinibili. In inglese lo si potrebbe definire haunted house, una casa infestata da fantasmi, mentre lo scrittore argentino Julio Cortázar parla di casa occupata (casa tomada), in uno dei suoi racconti più intensi, scritto nel 1946 e pubblicato nella raccolta Bestiario.
La casa tomada costruita da Benni Bosetto è stata definita da Milovan Farronato “un sistema pulsante, un campo magnetico di cui la navata centrale è un arcipelago di portali che si dispongono sul pavimento come un gioco di carte”. Ed è appunto dalla sezione centrale, introdotta dall’opera La bocca (2022), che iniziamo il percorso partendo dalla pancia, per passare alla guancia e infine al cuore. Senza dimenticare Le cellule (2026), un’opera composta da centinaia di rotoli di carte da parati disegnate dall’artista che avvolgono, come una pelle, l’intero shed.

“Un’invasione che, come un rampicante, smussa la geometria dello spazio per trasformarlo in corpo” sottolinea Farronato, citando come riferimento Hanne Darboven. Un’attitudine che ricorda da vicino anche le installazioni di Robert Gober, misteriose e stranianti senza mai rinunciare all’intimità del mondo domestico.
Attraverso la pratica del disegno, e con l’aiuto degli attrezzi del padre, artigiano e decoratore, Benni ha superato i confini del proprio immaginario per realizzare un contenitore fragile ma avvolgente, in modo da permettere al visitatore di entrare in contatto con un mondo che si nutre di attenzione e di silenzio, in bilico tra erotismo e storia dell’arte, ornamento e decorazione, e popolato dai fruscii impercettibili di ricami e pizzi, veli e tendaggi.
All’interno della pancia si aprono sul pavimento nove Porte (2026) immaginate dall’artista come altrettante soglie verso altri mondi e paragonate da Farronato alle carte dei tarocchi. In queste opere, riferimenti alla letteratura (Lewis Carroll) e alle favole compongono una sorta di geografia intima dell’artista, quasi come cannocchiali rovesciati puntati sul suo pensiero interiore, simili alle valige presenti nell’installazione Untitled (1995-1997) di Robert Gober esposta allo Schaulager di Basilea.

Dalla pancia si passa alla guancia, lo spazio che l’artista ha dedicato al daydreaming, il sognare ad occhi aperti. Qui l’artista ha collocato quattro installazioni ambientali molto elaborate, tra le quali spicca Corridoio Orgonico (2026). L’opera prende il nome dall’orgone, un termine legato all’energia sessuale coniato all’inizio del XX secolo dallo psicanalista austriaco Wilhelm Reich (1897-1957), che aveva ideato degli “accumulatori orgonici” per raccogliere questa forza universale, erotica e vitale. Bosetto ha costruito una sorta di corridoio di tessuto che conduce all’opera I just know that something good is going to happen (2023), ispirata all’accumulatore di Reich.
A pochi metri di distanza si trova l’opera Gli occhi (2026), composta da due lunghe tende di pizzo arrotolate, dalle quali spuntano grandi paia di scarpe nere da donna, che Bosetto considera le “guardiane” della casa. Una struttura che ricorda – ma declinata al femminile – l’installazione di Ilya ed Emilia Kabakov Where Is Our Place? (2003) curata da Chiara Bertola alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Anche in quel caso si trattava di due gambe maschili giganti all’interno di un ambiente museale, allestito con una mostra di opere dei due artisti, senza però i significati intimi e simbolici di Rebecca.

L’ultima sezione della mostra, il cuore, è il luogo del sentimento, delle pulsioni emotive e passionali: l’artista l’ha identificata in una milonga, la sala dove si balla il tango argentino. Una serie di tavoli rotondi, coperti da tovaglie e lampade rosse, ospitano le maschere con volti di animali indossati dai ballerini durante Tango (II version) (2026), la sessione di ballo che anima la milonga in alcuni momenti specifici nel corso della mostra.
“I tangheri indossano cappelli ornamentali, teste sopra le teste” puntualizza Marianna Vecellio. “Sono esseri umani che hanno perso la testa per amore” aggiunge l’artista.
Rebecca – il titolo è tratto dall’omonimo romanzo di Daphne du Maurier del 1938 – subisce un’ulteriore trasformazione grazie alla componente performativa. Questa aggiunge un’anima sensuale e dinamica allo spazio espositivo, che si popola di presenze invisibili, che aleggiano tra le carte, i veli, le stoffe, gli oggetti e le immagini, come nella casa tomada. Inquietanti fantasmi che accompagnano lo spettatore anche dopo la visita alla mostra, una delle più originali e interessanti proposte dell’arte italiana emergente degli ultimi anni.




