
Le due sale del Padiglione Italia presentano un’artista fortemente divisa nel suo immaginario. Monumentale qui, disorientante lì
“Emerge così una linea della storia dell’arte italiana, soprattutto legata alla scultura. È molto forte e visibile il dialogo con il lavoro di Arturo Martini”. Questo, fra l’altro, anticipava la curatrice Cecilia Canziani rispetto al Padiglione Italia di questa Biennale, affidato all’artista Chiara Camoni. E questo emerge con plasticità nella prima sala del grande spazio alle Tese.

Con una lunga teoria di sculture – statue, definite nella presentazione – che rendono una sensazione oggettivamente di eleganza e monumentalità. Certo, i debiti dichiarati non si nascondono, anche quello con Fausto Melotti, anche questo citato dalla curatrice stessa.
Ma… C’è un ma, e non proprio leggero. Nella seconda sala, cambia tutto. Emerge la Camoni che conoscevamo, quella vista nella grande recente mostra all’Hangar Bicocca. E il progetto nel complesso non ne guadagna. Torna l’incertezza di un’artista che si sta ancora cercando, con quella sorta di “mercatino delle pulci” indefinito, fatto di citazioni di materiali poveri, quotidiani, sconnessi. Isole di conglomerati oggettuali impolverati, un po’ da salotto di nonna Speranza.

E nel mezzo disorientati performer ad improvvisare movimenti vagamente sehgaliani. Per fortuna che il visitatore è accolto dal primo ambiente, sinceramente ordinato e pregnante. Ci sarà tempo per entrare nei meandri del concept camoniano, che questa prima visita necessariamente veloce sicuramente ingiustamente brutalizza. Per ora lasciamo il resto del racconto a immagini e video…






